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Nei mesi trascorsi chiusi in casa, timorosi d’infettare o d’essere infettati, siamo stati se non altro confortati da una speranza, quella che “dopo” saremmo in qualche modo rinati a nuova vita ovvero che molte cose sarebbero cambiante in meglio. Gli slogan diffusi a tutto volume recitavano infatti che nulla sarebbe stato più come in passato, che tutto sarebbe mutato e che saremmo usciti dalla pandemia diversi e migliori. Molti di noi ci hanno creduto se non altro per sopportare meglio la clausura in attesa appunto di giorni più radiosi. “Andrà tutto bene” è stato del resto il motivo conduttore della campagna sociale messa a regime mentre vivevamo in quarantena. Ora che a quanto pare stiamo uscendo (si spera definitivamente) dal tunnel buio della paura, appare logico tentare una verifica delle promesse e degli auspici. Il dato oggettivo che salta subito agli occhi non sembra ispirare però confortoalcuno. Uscendo non solo metaforicamente di casa ci imbattiamo nelle stesse “peculiarità” che avevamo lasciato quattro mesi fa: vita civile, burocrazia, atteggiamenti personali, bufale mediatiche, politiche ed altro ancora hanno per così dire rioccupato la scena recitando la commedia di sempre. Ma il problema più grave sembra in verità un altro. Cambiare significa soprattutto rinnovare e rinnovarsi, chiamare in causa o a raccolta energie nuove, gettare al macero tutto l’incrostatura stantìa che ha avvelenato finora il panorama umano e civile, insomma tornare a respirare non solo a pieni polmoni ma gustare anche aria completamente nuova e pura. Costatiamo viceversa che ciò che ci circonda è esattamente quello che abbiamo lasciato l’altro ieri con tanti saluti al nuovo. L’esempio più patente ci viene ora dal quadro offerto dalla politica alla vigilia delle elezioni regionali. Dopocontrasti, discussioni, sondaggi e beghe varie le diverse formazioni politiche si ripresentano al proscenio (si direbbe senza ritegno) con gli stessi attori e la stessa commedia del passato. In barba a qualsiasi vento di rinnovamento dovremo fare la scelta tra chi da tempo immemore occupa lo spazio della dirigenza socio-politica. Non è ora nemmeno questione di passare in rassegna i candidati e valutare le loro capacità o i loro bilanci (tanto verrebbe da dire sono sempre gli stessi) ma il punto è: come si fa ad appellarsi al rinnovamento se dobbiamo avere a che fare con i medesimi personaggi di sempre. La sfida ad esempio in Campania tra De Luca e Caldoro l’abbiamo già vista, la conosciamo già e secondo la filosofia “nowness” appartiene addirittura ad un’altra era geologica e allora cosa possiamo aspettarci di veramente inedito da loro due? Ma anche chi fa da terzo incomodo ( I cinquestelle perintenderci ) non propone nulla di nuovo: idem per le cosiddette “patatine di contorno”, secondo una definizione anglosassone relativa agli altri commensali della tavola politica. Tutto insomma è déjà vu. Ma anche altrove, in altre parti del Paese, l’andamento è lo stesso, la riproposizione di un atavico immobilismo sorretto dall’espediente truffaldino di riposizionarsi sul versante più redditizio, magari cambiando continuamente casacca come in un circo equestre nell’aspettativa di confermarsi al proscenio. In definitiva tutto sembra orientato non al cambiamento ma al mantenimento dello status quo, che poi tradotto significa semplicemente rimanere abbarbicati alla poltrona (vedi i tentativi in atto nei cinquestelle per “raddoppiare” il mandato politico). Verrebbe allora da concludere che abbiamo affrontato una pandemia per niente, che il tanto famigerato e temuto Covid 19 non è servito a nulla e non ha cambiato nulla. Alla fine vincesempre la filosofia del gattopardo. E anche i sogni, ahimè, restano nel cassetto. Antonio Filippetti
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