articolo 2353

 

 
 
Siccome immobile
 











Nei mesi trascorsi chiusi in casa, timorosi d’infettare o d’essere infettati, siamo stati se non altro confortati da  una speranza, quella che “dopo” saremmo in qualche modo rinati a nuova vita  ovvero che molte cose sarebbero cambiante in meglio. Gli slogan diffusi a tutto volume recitavano infatti che nulla sarebbe stato   più come in passato, che tutto sarebbe mutato e che saremmo usciti dalla pandemia diversi e migliori.
Molti di noi ci hanno creduto se non altro per sopportare meglio la clausura in attesa appunto di giorni più radiosi.  “Andrà tutto bene” è stato del resto il motivo conduttore della campagna sociale messa a regime mentre vivevamo in quarantena. Ora che a quanto pare stiamo uscendo (si spera definitivamente) dal tunnel buio della paura, appare logico tentare una verifica delle promesse e degli auspici. Il dato oggettivo che salta subito agli occhi non sembra ispirare  però conforto
alcuno. Uscendo  non solo metaforicamente di casa  ci imbattiamo  nelle stesse “peculiarità” che avevamo lasciato quattro mesi fa: vita civile, burocrazia, atteggiamenti personali, bufale mediatiche, politiche ed altro ancora  hanno  per così dire rioccupato la scena recitando la commedia di sempre.
Ma il problema più grave sembra in verità  un altro.  Cambiare significa soprattutto rinnovare e rinnovarsi, chiamare in causa o a raccolta  energie nuove, gettare al macero tutto l’incrostatura  stantìa che ha avvelenato  finora il panorama umano e civile, insomma tornare a respirare non solo a pieni polmoni  ma   gustare  anche aria completamente nuova e pura. Costatiamo viceversa che ciò che ci circonda è esattamente quello che abbiamo lasciato l’altro ieri con tanti saluti al  nuovo. L’esempio più patente  ci viene ora dal quadro offerto dalla politica alla vigilia delle elezioni regionali. Dopo
contrasti, discussioni, sondaggi e beghe varie  le diverse formazioni politiche  si ripresentano  al proscenio (si direbbe senza ritegno) con gli stessi attori e la stessa commedia del passato. In barba a qualsiasi vento di rinnovamento  dovremo fare la scelta tra chi  da tempo immemore   occupa lo spazio  della dirigenza socio-politica. Non  è ora nemmeno questione di passare in rassegna i candidati e valutare le loro capacità o i loro bilanci (tanto verrebbe da dire sono sempre gli stessi) ma il punto è: come si fa ad appellarsi  al rinnovamento se dobbiamo avere a che fare con i medesimi personaggi di sempre. La sfida ad esempio  in Campania tra De Luca e Caldoro l’abbiamo già vista, la conosciamo già e secondo la filosofia “nowness” appartiene addirittura  ad un’altra era geologica e allora   cosa possiamo aspettarci di veramente inedito da loro due? Ma anche chi fa da terzo incomodo ( I cinquestelle per intenderci ) non propone nulla di nuovo: idem per  le cosiddette “patatine di contorno”, secondo una definizione anglosassone relativa agli altri commensali della tavola politica. Tutto insomma è déjà vu. Ma anche altrove, in altre parti del Paese, l’andamento è lo stesso, la riproposizione di un atavico immobilismo  sorretto dall’espediente truffaldino di riposizionarsi sul versante più redditizio, magari  cambiando  continuamente casacca come in un circo equestre nell’aspettativa di confermarsi al proscenio. In definitiva tutto sembra orientato non al cambiamento ma al mantenimento dello status quo, che poi tradotto significa semplicemente rimanere abbarbicati alla poltrona  (vedi  i tentativi in atto nei cinquestelle per “raddoppiare” il mandato politico).  Verrebbe allora da concludere che abbiamo affrontato una pandemia per niente, che il tanto famigerato e temuto Covid 19 non è servito a nulla e non ha cambiato nulla. Alla fine  vince sempre la filosofia del gattopardo.  E anche i sogni, ahimè,   restano nel cassetto.
Antonio Filippetti




2020-06-29