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Di solito nei periodi pre-elettorali capita di sentire di tutto, anche le promesse più azzardate e irrealizzabili; si tratta di un copione che viene puntualmente allestito e che stranamente trova sempre non pochi allocchi pronti ad abboccare. Nei programmi c’è di tutto e di più, ma soprattutto si punta ad intrappolare il malcapitato elettore con gli argomenti che stanno più a cuore, costruiti “a presa rapida”, vale a dire le condizioni economiche, il lavoro, le tasse, e così via. Nell’agenda delle “profezie” manca ormai stabilmente da tutte le parti la voce cultura. E’ anzi sparita dalle dichiarazioni, dai dibattiti radio-televisivi, dai convegni che una volta si organizzavano su tale argomento. Qualcuno potrebbe anche dire che è la conferma dell’amara e infelice affermazione di Tremonti secondo cui con la cultura non si mangia. Ergo: non serve nemmeno parlarne.Oppure si potrebbe dire che siamo giunti al “grado zero” dell’inciviltà dimassa.Siamo di fronte cioè ad una resa incondizionata. Una piccola ma si vuole significativa spia nasce dal fatto che come in un incastro di birilli vanno puntualmente scomparendo i luoghi tradizionali di trasmissione della cultura come ad esempio le librerie. Dopo l’ecatombe degli anni scorsi, ora tocca anche a qualche grande catena – che ritenevamo immune da crisi – come la FNAC mentre si annuncia l’imminente chiusura della storica libreria Treves a Piazza del Plebiscito di Napoli che pure ha resistito e sta resistendo malgrado le straordinarie difficoltà in cui ha operato nel passato e nel presente. Ma ovviamente non sono solo le librerie a soccombere. Si guardi anche alla sorte delle biblioteche, anche le più prestigiose, come quella dell’Istituto per gli Studi Filosofici che non riesce a trovare una sede adeguata o ad altre come quelle dei Girolamini che vegnono “citate”(non solo in tribunale)solo perché saccheggiate e devastate. Altri “fondi librari” di prestigio come quello di Roberto De Simone non hanno ospitalità e languano da anni. L’elenco della “disfunzioni” del settore è lungo e penoso. Il dato se si vuole curioso, come si è accennato all’inizio, e che tutti questi tristi eventi non solo non fanno più notizia ma sono regolarmente ignorati anche o soprattutto da chi dovrebbe viceversa darsi da fare in tutti i modi per evitarli. E’ questo è appunto il grado zero: se una volta i libri erano considerati veicoli di “perdizione” come nello splendido Farenheit 451 di Bradbury/Truffaut e quindi oggetti da distruggere senza posa, oggi non destano alcun pericolo e possono essere lasciati tranquillamente a marcire in scantinati o luoghi simili.Sono cioè diventati reperti inutili. Cosa che in qualche misura potrebbe essere accettabile pensando al livello di una certa parte dellaproduzione editoriale corrente e che invece,guarda caso, è la sola che riesce ancora ad avere una sua circolazione. Ma non va meglio in altri settori. I musei stentano e chiudono, al di là delle polemiche e delle risse che producono solo altri danni in un territorio già di per sé arido o devastato.Mentre gloriose istituzioni teatrali non riescono a sopravvivere adeguatamente. La cultura insomma appare sempre più una merce scaduta e senza più corso. Eppure nel libro - ce lo ricorda Dostoevskij - c’è il seme della perfezione così come tutto ciò che l’uomo ha creato è appunto conservato nei libri e di conseguenza nelle loro case che sono le biblioteche. La crisi, è vero, colpisce duramente ed anche la cultura ne risente ( si veda pure la contrazione degli introiti del cinema); ma è innegabile che altrove una politica adeguata con relative risorse permette alla cultura di vivere dignitosamente anche nei momenti di sofferenza sociale. Basti pensare ai “cafés philosophiques” francesi, o alle iniziative “notturne” di grande richiamo che si tengono nei musei delle principali città europee. Dalle parti nostre la constatazione sconvolgente è che non s’intende più difendere un bene immenso qual è quello del patrimonio culturale. Rimane in pieni solo la tiritera di un disco rotto, il sentirsi cioè ripetere periodicamente che l’Italia è un grande paese di cultura, che ha enormi potenzialità creative, intelligenze rare e preziose ma poi tutto finisce lì: è l’illusione di una pura e semplice fascinazione verbale che appare perfettamente speculare a quelle promesse mirabolanti che ci vengono propinate da sempre e ancor più in questi giorni caldi di pre-elezioni. Antonio Filippetti
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