articolo 1830

 

 
 
La cultura fantasma
 







Antonio Filippetti




Di solito nei periodi pre-elettorali capita di sentire di tutto, anche le  promesse più azzardate e irrealizzabili; si tratta di un copione  che viene puntualmente allestito e che stranamente trova sempre non pochi  allocchi pronti ad abboccare. Nei programmi c’è di tutto e di più, ma soprattutto si punta ad intrappolare il malcapitato elettore con gli argomenti che stanno più a cuore,  costruiti “a presa rapida”, vale a dire le condizioni economiche, il lavoro, le tasse, e così via.
Nell’agenda delle “profezie” manca ormai stabilmente da tutte le parti la voce cultura. E’ anzi sparita dalle dichiarazioni, dai dibattiti radio-televisivi, dai convegni che una volta si organizzavano su tale argomento. Qualcuno potrebbe anche dire che è la conferma dell’amara e infelice affermazione di Tremonti secondo cui con la cultura non si mangia. Ergo: non serve nemmeno parlarne.Oppure si potrebbe dire che siamo giunti al “grado zero” dell’inciviltà di
massa.Siamo di fronte  cioè ad una resa incondizionata.  Una piccola ma si vuole  significativa spia nasce dal fatto che  come in un incastro di birilli vanno  puntualmente scomparendo i luoghi tradizionali di  trasmissione della cultura come ad esempio le librerie. Dopo l’ecatombe degli anni scorsi, ora tocca anche a qualche grande catena – che ritenevamo immune da  crisi – come la FNAC mentre si annuncia  l’imminente chiusura della  storica libreria Treves a Piazza del Plebiscito di Napoli  che pure ha resistito e sta resistendo  malgrado le straordinarie difficoltà  in cui ha operato nel passato e  nel presente.
Ma ovviamente non sono solo le librerie a soccombere. Si guardi anche  alla sorte delle biblioteche, anche le più prestigiose, come quella dell’Istituto per gli Studi Filosofici che non riesce a trovare una sede adeguata o ad altre come quelle dei Girolamini che vegnono “citate”(non solo in tribunale)
solo perché saccheggiate e devastate. Altri “fondi librari” di prestigio come quello di Roberto De Simone non  hanno ospitalità e languano da anni. L’elenco della “disfunzioni” del settore è lungo  e penoso.
Il dato se si vuole curioso, come si è accennato all’inizio, e che  tutti questi tristi eventi non solo non fanno più notizia ma sono regolarmente ignorati anche o soprattutto da chi dovrebbe viceversa darsi da fare in tutti i modi per evitarli. E’ questo  è appunto il grado zero: se una volta   i libri erano  considerati veicoli di “perdizione” come nello splendido Farenheit 451  di Bradbury/Truffaut e  quindi  oggetti da distruggere  senza posa, oggi non destano alcun pericolo e possono essere lasciati  tranquillamente a marcire in scantinati o luoghi simili.Sono cioè diventati reperti  inutili. Cosa  che in qualche misura potrebbe essere  accettabile pensando al livello di una certa  parte della
produzione editoriale corrente e che  invece,guarda  caso, è la sola  che riesce ancora ad avere una sua circolazione.
Ma non va meglio in altri settori. I musei stentano e chiudono, al di là delle polemiche  e delle risse  che producono solo altri danni in un territorio già di per sé arido o devastato.Mentre gloriose istituzioni teatrali non riescono a sopravvivere adeguatamente.
La cultura insomma appare sempre più una merce scaduta e senza più corso. Eppure  nel libro  - ce lo ricorda Dostoevskij - c’è il seme della perfezione così come  tutto ciò che l’uomo ha creato è appunto conservato nei libri e di conseguenza  nelle loro case che sono le biblioteche. La crisi, è vero, colpisce duramente ed anche la cultura ne risente ( si veda  pure la contrazione degli introiti   del cinema); ma è innegabile  che altrove una politica adeguata con relative risorse permette alla cultura di vivere dignitosamente anche 
nei momenti di sofferenza sociale. Basti pensare ai “cafés philosophiques” francesi, o alle iniziative “notturne” di grande richiamo che si tengono nei musei delle principali città europee. Dalle parti nostre  la constatazione sconvolgente è che non s’intende più difendere un bene immenso qual è quello del patrimonio culturale. Rimane in pieni solo la tiritera di un disco rotto, il sentirsi cioè ripetere periodicamente   che l’Italia  è un grande paese di cultura, che ha enormi potenzialità creative, intelligenze rare e preziose  ma poi tutto finisce lì:  è l’illusione di una pura e semplice   fascinazione verbale che appare perfettamente speculare a quelle promesse mirabolanti che ci vengono  propinate da sempre e ancor più  in questi giorni caldi di pre-elezioni.
Antonio Filippetti



2013-01-30