articolo 721

 

 
 
Alla Biennale, l'occhio africano puntato sul mondo
 











Yonamine

La Biennale d'arte contemporanea di Venezia presenta quest'anno per la prima volta all'interno del palinsesto ufficiale un Padiglione africano. Non si tratta però di un padiglione nazionale (né tanto meno continentale), ma di una mostra a cura di Fernando Alvim e Simon Njami dal titolo Check List - Luanda Pop.
A seguito di un concorso pubblico voluto da Robert Storr, direttore di questa 52esima edizione della Biennale, il progetto per il neonato Padiglione africano è stato selezionato fra altre proposte da una giuria ad hoc all'inizio di quest'anno. Il Padiglione è stato poi sostenuto unicamente da capitale africano, proveniente da banche e istituti angolani (per un investimento di circa 1.300.000 dollari) e si trova ora installato su una superficie di 800 mq all'interno degli ampi spazi delle Artiglierie dell'Arsenale.
Caratteristica originale e accattivante di Check List - Luanda Pop è che questa
mostra si propone come una selezione di opere di trenta artisti, tratte dalla prima collezione privata africana di arte contemporanea: la Sindika Dokolo African Collection of Contemporary Art. Si tratta di una «collezione africana di arte contemporanea» con sede a Luanda, nata in Angola nel 2004 per volontà del giovane imprenditore Sindika Dokolo e di Fernando Alvim. La raccolta, che fa perno sull'omonima fondazione, include per ora circa 500 lavori di 140 artisti di diversa provenienza.
Sindika Dokolo è congolese, di madre svedese, risiede in Angola (paese ricco di petrolio e diamanti) ed è a sua volta figlio di un imprenditore congolese già piuttosto noto negli anni '60. Fernando Alvim, angolano, è, con Simon Njami, il co-curatore di questo progetto veneziano; è un personaggio attivo e poliedrico, artista egli stesso, ma anche organizzatore di eventi. In particolare Alvim ha faticosamente voluto e diretto quest'anno la Triennale di Luanda, che ha costituito l'avamposto di questo
progetto veneziano, e in cui operano anche gli stessi Sindika Dokolo e Simon Njami in veste, rispettivamente, di partner logistico e consulente scientifico.
La collezione Sindika Dokolo segna un passo importante nella percezione e nello sviluppo di quella che chiamiamo da una ventina di anni «arte africana contemporanea». L'elemento nuovo è costituito dal fatto che la collezione ha la sua base in Africa ed è di un imprenditore africano, operante sul continente. Un aspetto che sottolinea, sì, ancora una volta i legami strettissimi fra arte e capitale, ma che interroga anche il ruolo sociale giocato nel nostro immaginario da quello che definiamo arte, facendoci tornare in mente ciò che avvenne un secolo fa negli Stati Uniti, quando i capitani d'industria si tramutarono in collezionisti d'arte e il collezionismo cambiò il volto di quel paese.
Il filosofo Giovanni Leghissa avverte che oggi le sfere dell'arte e della moda si legano sempre più in un rapporto di mutuo - spesso ironico -
parassitismo: ammiccando l'una all'altra, esse attingono spesso al medesimo bacino iconico. Probabilmente Check List non costituisce un'eccezione di questa diffusa tendenza; tuttavia, questo evento ricopre, al di là di ogni altra valutazione di carattere estetico, un ruolo simbolico importante per veicolare una nuova immagine del continente. Ma se da un lato Check List fa l'occhiolino ai temi cari a tanta letteratura postcolonial - alla nozione di agency e così via - dall'altro, per dirla con un'opera di Fernando Alvim, questo evento espositivo è già post-exotic: non sembra aver paura né di apparire rétro nel proporre uno staff organizzativo «tutto africano», né goffo nel presentare un «manager africano» che spera di incentivare il collezionismo in Africa grazie a un sentimento di competizione fra pari.
Un aspetto interessante del progetto Check List è costituito dal fatto che, sebbene la Sindika Dolokolo Collection raccolga in prevalenza artisti di provenienza africana, i lavori
presenti in questa mostra non sono esclusivamente a firma di artisti «neri». È questo il caso ad esempio di Alfredo Jaar - la cui installazione video Muxima è fra i lavori migliori - o di Miquel Barcelò e Andy Warhol. L'aver incluso in mostra alcuni pezzi «non africani» (sebbene di argomento o di «sapore» africano) permette ai curatori di evitare derive essenzialiste, sorvolando elegantemente (e intelligentemente) sul vicolo cieco imposto dalla domanda: cosa significa oggi africano?
Probabilmente, dopo mille migrazioni transatlantiche, discorsi panafricanisti, battaglie anticolonialiste e riconfigurazioni religiose, non è più dato saperlo. E allora Sindika Dokolo se la cava benissimo (anche se non è detto che corrisponda a verità...) pronunciando una frase di sicuro effetto: «Questa collezione è un occhio africano sul mondo».
Il clima generale della mostra è in parte conforme a un certo gusto «afrointernazionale» che aleggia da qualche anno nei luoghi deputati dell'arte
contemporanea, dove vengono messi in mostra lavori pensati in Europa per raccontare l'Africa di oggi. Tuttavia, la decisione di mantenere la base di questa collezione in Angola rispecchia la necessità che «arte africana» e «continente africano» diventino due entità maggiormente riconducibili l'una all'altra, rispetto a quanto non accada oggi sul panorama globalizzato.
Se siamo alla ricerca di quell'equilibrio sottile che sta fra il rappresentare qualcosa di molto specifico e il fluttuare in un indicibile territorio «afrodiasporico», non molti sono i lavori che ci colpiscono; il quadro-racconto Ongetitles (2004) di Tracey Rose, il trittico fotografico Ngola Bar (2006) di Kiluanji Kia Henda, o il lavoro fotografico Manroja (2006) di Ndilo Mutima, la cui riproduzione apre anche il sito della Triennale di Luanda. E ancora l'egiziana Amal Kenawy o gli angolani Paulo Kapela e Yonamine.
Inoltre sono in mostra anche altri artisti noti, come l'egiziana Ghada Amer, Jean Michel Basquiat,
Marlène Dumas, Chris Ofili, Olu Oguibe o Yinka Shonibare.
Ma quest'anno la Biennale ha posto l'accento sulla produzione africana anche con un'altra iniziativa; vale a dire l'assegnazione del Leone d'oro alla carriera a Malick Sidibé. Il settantaduenne fotografo maliano è molto meno post-exotic dei suoi compagni di strada firmati Check List.
I suoi noti scatti degli anni '60, «scoperti» solo decenni più tardi dal mondo dell'arte contemporanea, erano in realtà dei reportage o dei piccoli ritratti su commissione, molto radicati nella realtà locale; ma del fascino di quegli scatti non restano molte tracce in queste più recenti fotografie esposte quest'anno alla Biennale di Venezia.



2007-07-30