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Che ipocrisia criticare la collezione privata: e allora gli artisti delle gallerie? |
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di G. Tr.
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Simon Njami, curatore e scrittore di origine camerunese, fra i fondatori della storica Revue Noire, è stato il direttore artistico della mostra itinerante Africa Remix e quest'anno ha curato, con Fernando Alvim, il padiglione africano della Biennale di Venezia. Come ha incontrato Fernando Alvim e iniziato a lavorare con lui? Prima ho pubblicato il suo lavoro di artista. Poi abbiamo cominciato a lavorare insieme più di una decina di anni fa, quando Fernando aprì uno spazio per l'arte a Bruxelles: il Camouflage. È stato Alvim che in seguito è entrato in contatto con Sindika Dokolo e gli ha proposto di fondare una collezione di arte contemporanea? Non esattamente: Sindika già collezionava. Alvim lo ha convinto a ricomprare una collezione tedesca di arte africana, quella del defunto Hans Bogatzke, che, dopo tagli e aggiunte, ha costituito la base per l'attuale collezione Dokolo, che è tuttora in fieri e di cui io sono consulente. E così è nata la Sindika Dokolo African Collection of Contemporary Art; con quali propositi? Vogliamo definitivamente uscire da un'immagine dell'Africa che ricordi quella dei musei etnografici e che dipinga gli artisti africani come obbligatoriamente ignoranti. Sindika è un uomo giovane, istruito, brillante; è sposato con un'angolana e fa l'imprenditore come lo faceva suo padre, il quale negli anni '60 fondò la prima banca del Congo che andava così bene che Mobutu la rilevò. Ad ogni modo, anche se le persone a Venezia sono sorprese di vedere quello che c'è nel Padiglione africano, a livello africano c'è ancora molto da fare. Verrà creato uno spazio pubblico per rendere visibile la collezione in Angola? Dokolo e Alvim creeranno uno spazio per la collezione. Un museo dovrebbe essere messo in piedi dallo stato angolano, è il suo ruolo. Ad ogni modo la Sindika Dokolo Collection resterà di base in Angola; viaggerà, certo, ma la base primaria e operativa rimarrà in Africa. Il progetto «Check List - Luanda Pop» per Venezia suscitò all'inizio molte polemiche... Purtroppo sì. È stato insinuato che i soldi di Sindika Dokolo non fossero puliti, cosa che non è affatto vera. Ma qualcuno ha mai sollevato simili questioni circa i soldi di altri collezionisti, ivi incluso Pigozzi? Siccome in questo caso si tratta di denaro e imprenditore africani, la stampa è stata subito pronta a darci addosso, dicendo che il tutto era frutto di guadagni illeciti. È un approccio pregiudiziale. Inoltre, si è detto che non era corretto presentare una collezione privata, mentre gran parte degli artisti invitati alla Biennale sono in realtà spinti da influenti gallerie private. Che ruolo ha giocato il Moma di New York? È una faccenda oscura e complicata. Nella lettera con cui Robert Storr ci comunicò che il nostro progetto era stato scelto per rappresentare l'Africa alla Biennale, si menzionava una somma di denaro messa a disposizione dal Moma per il Padiglione africano. Ma quando poi incontrammo Storr nel marzo 2007, questi ci disse che la Fondazione Moma preferiva dare quei soldi a qualcun altro, a causa del fatto che noi esponevamo una collezione privata. Tuttavia, la storia della collezione privata non regge, sia perché il Moma stesso è frutto del collezionismo privato, sia perché il nostro progetto era già chiaro quando lo sottoponemmo alla giuria che lo selezionò. Quindi Storr, a distanza di pochi mesi, ha sostenuto due versioni contraddittorie e la questione resta aperta. Ma dopo l'inaugurazione del Padiglione africano il clima generale è divenuto più disteso... È vero. Le polemiche sono cessate grazie al fatto che la gente ha visto il lavoro che abbiamo fatto. Quando si tratta dell'Africa le persone amano sollevare polemiche, come se il continente appartenesse a loro e avessero il diritto di formulare ogni sorta di giudizio. Cosa ne pensa del Leone d'oro assegnato quest'anno al fotografo maliano Malick Sidibé? Sono contento per lui, ma penso che sia un errore della Biennale, oppure una confessione delle sue intenzioni. Incoronare in una manifestazione di arte contemporanea un signore che faceva della fotografia in bianco e nero negli anni '60 non mi sembra una cosa molto coerente! So che sta lavorando a un romanzo: è per allontanarsi per un po' dal mondo dell'arte? Una cosa non esclude necessariamente l'altra. L'anno scorso ho pubblicato una biografia di Senghor e ho al mio attivo quattro romanzi. Ho abbandonato la narrativa da troppo tempo e ho voglia di tornarvi: amo scrivere, è un esercizio più solitario, in cui mi confronto solo con me stesso.da Il manifesto |
2007-07-30
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