articolo 719

 

 
 
Jan Fabre, lapidi, cervelli e coleotteri per cantare l'intelligenza umana
 







di Guido Boursier




Jan Fabre

Sette vasche da bagno di bronzo piene d'acqua allineate nell'androne al pianterreno di una dimora storica veneziana che si affaccia sul Canal Grande, e nella penultima una scultura anch'essa di bronzo, emerge un signore a mollo in completo con panciotto bagnato e stropicciato che fa il gesto impossibile di scrivere col dito indice. È l'installazione L'uomo che scrive sull'acqua di Jan Fabre e lo scrivente è il ritratto dell'autore, un clone bronzeo più o meno a grandezza naturale che introduce alla mostra antologica Antropologia di un pianeta allestita dalla GAMeC, galleria d'arte moderna e contemporanea di Bergamo, a Palazzo Benzon.
Tra gli eventi collaterali alla Biennale è il più platealmente sontuoso e anche uno dei più seducenti, almeno sul piano di una narrazione insolita e provocatoria. Fabre, scultore, pittore e affermato coreografo, attore e regista di teatro e cinema quasi cinquantenne è una
indiscutibile gloria fiamminga, incarnando proprio quelle qualità - inventiva e anticonformismo, fantasia e lampi di genio - per cui i fiamminghi non sono famosi, e potrebbe chiedere ai suoi galleristi e estimatori anche servizi igienici d'oro se rientrassero nei suoi progetti.
Nel salone d'onore sotto quadri di antenati Benzon e trionfi di famiglia, ha addirittura fatto costruire un pezzo di cimitero, decine di pietre tombali di granito che simboleggiano illustri defunti da Kandinskij a Beckett, collocandovi in mezzo un altro clone di polistirolo e capelli umani, pompa a motore e fluido incorporati, lui stesso un po' pallidino, cappottino e cravatta slacciata per poter sputacchiare meglio, dopo essersi raschiata la gola a intervalli di qualche minuto. Titolo, appunto, Sputo sulla mia tomba, in omaggio a Boris Vian, venerato scrittore noir ed eclettico trombettista d'epoca esistenzialista.
In realtà l'atmosfera è piuttosto quella dei simbolisti nordici, le lapidi assomigliano
molto ai ghiacci di Caspar David Friedrich, con un gran gusto grottesco del racconto gotico che continua nei Messaggeri della morte decapitata, teste di gufo allineate su una bianca tovaglia, e nell' Appeso, il solito clone indorato e brillante come un gioiello impiccato.
Al bisnonno e quasi omonimo, il famoso entomologo Jean-Henry, dedica il Campo di battaglia, incubo ironico disseminato di corazze luccicanti e pinze di coleotteri giganti. Poi sparge qua e là cervelli di silicone e su uno ci piazza un clonino alto - a occhio - una trentina di centimetri, paltò bianco, piedi nudi e briglie fissate sui lobi saldamente afferrate: è L'artista prova a guidare il proprio cervello, impresa improba come quella di affrontare gli antichi e sommi maestri, con un ultimo autoritratto in piedi che mette letteralmente il naso dentro una tavola do Rogier Van der Weiden e giustamente se lo rompe, colando litri di sangue sul pavimento. Fabre gioca con tutti i linguaggi dell'arte d'oggi ed è
difficile sottrarsi al suo allegro e inquietante cinismo sul commercio dell'intelligenza.
A Venezia rischia di diventare una spietata pietra di paragone, a meno che non ci si rifugi negli splendidi spazi della Telecom, cioè il chiostro del monastero di San Salvatore a respirare una ventata di misticismo in arrivo, sorprendentemente, dalla Cina, anzi da Taiwan, campione di americanate militarizzate. Sono i Budda di Li Chen dalle linee morbide e invitanti, grassi come figure di Botero e sorridenti, ciccioni di bronzo fluttuanti su nuvole con l'aria soddisfatta di bambini golosi che hanno appena mangiato il gelato. La mostra s'intitola L'energia del pieno, in confronto evidentemente al vuoto da cui queste sculture, e non solo loro, sono circondate. Li Chen cerca un equilibrio, l'armonia, e riesce a dare uno straordinario momento di relax che val la pena di non perdere.da Il manifesto



2007-07-27