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FELIX GONZALES TORRES
Le caramelle -global- aggirano le frontiere |
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di Teresa Macrì
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Nancy Spector, curatrice del potente padiglione statunitense e chief curator dell'altrettanto potente Guggenheim Museum di New York sembra non aver avuto la benché minima esitazione nello scegliere Felix Gonzalez Torres come rappresentante. Pare che sia dal lontano 1995 (anno in cui Torres è deceduto, stroncato dall'Aids) che Spector non pensi che a rinnovare la memoria dell'artista nativo di Cuba. A dirla tutta, la critica aveva organizzato nel 1995 una retrospettiva dell'artista proprio nel Guggenheim newvorkese. Ed ecco dunque la sublimazione del suo americani dream. La mostra è oculatamente e scientificamente impeniata sulla scansione temporale (1989-1995) in cui l'artista era, in qualche modo, ispirato dall'american life. Facile per Nancy Spector costruire una esposizione che segue una logica inappellabile ed un percorso esaustivo di quel periodo.
Felix Gonzalez Torres (Guaimaro 1957- 1995) è tuttora uno degli artisti più straordinari della storia dell'arte contemporanea Pochi altri, hanno aperto un varco a quel formalismo esasperato dei suoi tempi, quegli edonistici anni ottanta americani, per deviarli dallo yuppismo sistemico che evidenziava una società di plastica. Nonostante gli Usa siano stati la sua terra adottiva, Torres ne ha interpretato l'ipocrisia edonistica dell'era reaganiana e ha deviato su pratiche alternative. Pratiche appunto, visto che i suoi meravigliosi lavori implicano un atto relazionale attraverso le sue fantastiche accumulazioni di billboard o di caramelle cellophanate nella d'argento o d'oro, take away, delle sue glam curtains di argento e di oro o le sue light string. Torres inverò l'opera come un dono imprevisto per quello sconosciuto e anonimo fruitore dell'arte. Una opera da portare con sé e che avesse solo un valore sentimentale.
In una intervista a Tim Rollins l'artista aveva confessato: «Volevo attaccare il sistema dell'arte e essere generoso. Volevo che il pubblico potesse conservare il mio lavoro. Era davvero eccitante che qualcuno potesse venire alla mostra e potesse andarsene a casa con un mio lavoro. Freud ha detto che mettiamo in scena le nostre paure per diminuirle. In un certo senso questa generosità - il rifiuto di una forma statica, della scultura monolitica, a vantaggio di una forma fragile, instabile - era un modo per mettere in scena la mia paura di perdere Ross, che scompariva a poco a poco davanti ai miei occhi. Ed è una sensazione molto strana quando vedi il pubblico che entra in galleria e se ne va con un pezzo di carta che è tuo».
Torres, concettualmente minimalista, nella ispirazione creativa di un lavoro inteso come apertura all'altro (quando ancora l'alterità era un termine off, specialmente in Usa) ha fatto saltare quel cliché in cui avrebbe potuto, felicemente, inabissarsi. Quello della identità geografica che tanta fortuna ha poi fruttato ai suoi connazionali e tanto successo ha scatenato nelle ultime kermesse.
Ha lasciato che quel fardello che ognuno si porta dietro, quell'insopportabile teorema stereotipato che prevede la radice e l'identità, del resto casuale e non certo genetico come il dna, fosse scalzato da un concetto ben più nodoso come quello dell'appartenenza culturale, sentimentale.
Oggi si glorificano le identità geografiche e su esse il sistema dell'arte architetta biennali e un sostanzioso business per un mercato apparentemente branchée: prima gli africani, poi i latinos, ora i polacchi, rumeni e via dicendo. Consumeremmo anche gli alieni di Marte se solo si facessero vedere. Torres è sfuggito a questo rischio. Così a Spector il compito di inabissarci nella vertigine torresiana. I lavori sono quelli stra-conosciuti, tutti. UntitIed, come Torres rimarcava. E cioè: America (1994), la light stright composta da dodici lampadine a filo che sarà posta all'entrata del padiglione, Republican Years (1992), .Natural History (1990), con il suo famoso tramonto. Memorial Day Weekend e Veterans Day Sale (1989), o anche, Public Opinion (1991), straordinario tappeto di caramelle di liquirizia avvolte nel cellophane e i billboard che, come annunciato, dovrebbero invadere le calli veneziane.alias |
2007-06-07
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