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PIERO GUCCIONE
VIAGGIO INTORNO A FRIEDRICH |
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di Giovanni Carandente
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Caspar David Friedrich non intraprese il Grand Tour e dunque mai fu in Sicilia, anche se in un dipinto che è oggi nel museo di Dortmund ritrasse - forse da una stampa dell'epoca il tempio
agrigentino di Hera Lacinia nel controluce di un tramonto dorato e sotto un cielo colmo di una nuvolaglia nordica, rosea e soffice. Proprio per l'anomalia del soggetto, inconsueto al repertorio del pittore pomerano, quell'opera fu per lungo tempo attribuita ad altri. Friedrich non viaggiò nel sud semplicemente perché non ne sentiva il richiamo. Amava la luce fredda del settentrione, le brume, le distese innevate e solitarie, gli alberi spogli e nodosi e a quella natura immersa nei vapori boreali rispose con il mistero soffuso della sua pittura, talvolta non lontana. nello spirito da quella del contemporaneo Turner.
Piero Guccione, siciliano che da anni in Sicilia trascorre la maggior parte dei suoi giorni e dunque ha negli occhi il mare e il cielo nelle calde versioni cromatiche che sono di quei lidi a ogni stagione, già da tempo va rendendo omaggio a quel principe dei pittori romantici e ora addirittura ne fa il periplo con una serie di affascinanti pastelli sui quali ha calato (come a teatro il sipario di tulle che fa svaporare le scenografie romantiche) un filtro che assai bene corrisponde alla sua natura di pittore colto, un filtro che non è soltanto il velo ottico su una pittura che vive essenzialmente nel colore, ma una trasposizione culturale assai più immedesimata della citazione tout court.
Ignoravo il perché di questa predilezione, anche se potevo comprenderne i motivi di fondo, fino a che non gliel'ho chiesto a bruciapelo. Fu la visita, a Parigi gi, alla mostra dei pittori romantici introdurlo al Friedrich, alcuni anni or sono, e per un artista come lui che aveva fortemente sentito in precedenza il fascino di Munch significò un risalire alla, fonte. Del resto, è ben noto come Guccione creda nell'invenzione in pittura nell'autonomia di questa dalla realtà esterna e come sin dagli esordi abbia collegato l'arte a una concezione del: mondo delle apparenze più magicamente che concretamente letteraria.
Il Romanticismo - come scrisse, Kennet Clark - produsse alcuni concetti dominanti che si intrecciarono e si avvicendarono come i temi in una, fuga: natura, libertà, mutazione, forza, l'emozione fine a se stessa, la notte e il senso della morte. E sugli elementi del la natura così come sui sentimenti del-: l'uomo addensò un grumo di forze irrazionali. Si pensi, come a un'epigrafe di quella sensibilità, all'Ode al vento dell' l'Ovest di Shelley.
Caspar David Friedrich - lo si è riconosciuto assai più tardi malgrado il tempestivo apprezzamento di Goethe rappresenta nel miglior modo la visione soggettiva, panteistica e a un tempo melanconica, della natura e dell'uomo nella natura, che. fu propria dei Romantici: questo aspetto, più che la qualità intrinseca della pittura del Friedrich, Guccione rivela di aver compreso, assimilato e ora ciclicamente riespresso. Friedrich, ad esempio, è il pittore che, nel celebre quartetto di Hannover, dipinse il trascorrere del giorno, dall'alba alla sera, ed è significativo che la luce in tre di quei dipinti sia brumosa, persino all'ora del mezzogiorno, quando un pallido sole bagna la pianura e la fa trascolare: è soltanto ne La sera che il sole calante di là dall'invisibile orizzonte si accende come una striscia di fuoco ai piedi della folta e scura quinta dei pini.
Ebbene, Guccione è in sintonia con questo tipo di mutazioni luminose assai più di quanto non si creda, lo era già molto prima di accostarsi al Friedrich.
1 suoi Giardini dal 1963 al 1965 hanno quella luce mentale, irrealistica se si pensi alla visione mediterranea pura e semplice, ma palpabilmente riferita al peso e al volume dell'immagine prescelta, fosse soltanto quella di una nuvolaglia spessa, soffice e questa volta biancastra come il l’attimo muranese. Ed ecco che, senza volerlo, l'equazione si chiude, chiarendoci le ragioni sentirnentali dell'odierna circumnavigazione intorno alle calcaree falesie dell'isola baltica di Rügen. In uno dei Giardini di Guccione, precedente l'incontro con il pittore romantico, compariva l'arcobaleno, come appunto nel Paesaggio di Friedrich ora a Essen e nell'altro già a Weímar che Goethe fece comprare al duce di Sassonia e che questi trovava poco naturale, alle sue vedute razionalistiche sfuggendone la visione metafisica. Allo stesso modo, il paesaggio con l'arcobaleno di Guccione era un trapasso dalla natura reale a quella fantastica della pit~ tura. Per di più, esso era l'esito di una mobilità della visione che Guccione vent'anni fa andava ritrovando f in dentro il dinamismo futurista e, specificamente, nel trittico boccioniano degli Addii, dandoci così una chiara conferma della complessità spirituale delle sue citazioni, siano poi state da Giorgione o dal Caravaggio, da Van Gogh o da Munch.
La storia di Guccione pittore è, d'altronde, trasparente e ormai nota -anche negli scritti, dalla giovanile adesione al tragico umano di Bacon fino ai paesaggi di terra e di mare visti a perdita d'occhio nella luce della mente, che appartengono., alla stagione che precedette questi pastelli; una storia segnata per tutto il suo percorso da quella confessione rive,. latrice, anch'essa molte volte citata, secondo la quale " l'immagine virtuale che si affaccia alla sua fantasia di pittore "è raggiungibile solo attraverso i mezzi della pittura e non altrimenti".
L'uso del pastello che egli fa da circa un decennio è la prova del nove di quell'asserzione. Nel pastello il pittore riesce a rendere più sospirato e magico il levarsi del sole, più misteriosa e inesprimibile la notte (questi due ultimi aggettivi li abbiamo ovviamente imprestati a Novalis). Il pastello interiorizza con il suo tratto opaco, con il suo grande potere di rifrazione, la luce, non la raffigura né la riflette, semplicemente l'esprime, così come esprime la densità e la profondità dell'ombra. Da Hans Holbein il Giovane alla- Carriera a Quentin de ProductID="La Tour">La Tour a Degas, il pastello è riuscito a dare immediatezza e impalpabilità ai riflessi di un volto, alla luce di una fiamma, alla trasparenza del cielo e del mare, alle cupe ombre della notte. Questi requisiti Guccione aveva sempre richiesto all'arte del dipingere ed ecco il perché di questo suo insistere, ora, nella più moderna versione tecnica dell'antico, quanto mirabile!, sfumato. La fusione dei toni, l'aderenza del colore al supporto, la levità dell'immagine, quasi un soffio, riescono alla perfezione a darci il senso dello struggimento e l'atmosfera mozionale. Le sollecitazioni dai modelli sono ovviamente varie: vanno da quel l'immagine iperborea del picco nell'altare di Tetschen alle vallate del Riesengebirge, dal gonfio mare di Greifswald alle balze terrose di Rügen. Ma il singolare è che questi pastelli ci riconducono alle rive del Mediterraneo in un modo tanto impercettibile quanto perentorio. Dei modelli rimane l'aura, una sorta di memoria romantica che è come un'eco musicale, il richiamo di note che trascorrono nell'aria su queste altre rive come notturne arpe eoliche.
Quando Guccione tornò dall'aver visto la mostra parigina e la sala che vi era dedicata a Friedrich, realizzò di memoria a Milano una litografia ispirata al Sorgere della luna sul mare del 1822, un dipinto che dovette sembrargli emblematico. Allora - era il 1977 - non fu, il suo, che un excursus in quelle caliginose atmosfere, Ma ben si accordava al ciclo di pastelli che l'artista andava eseguendo sull'Elogio dell'ombra, che aveva preso le mosse da una poesia di Borges. A quell'opera singola fece seguito, quattro anni più tardi, la cartella di tre litografie in omaggio al pittore di Greifswald che fu il preannuncio di questo viaggio "intorno,a"' un viaggio "breve o lungo, secondo i punti di vista" (così il pittore mi ha scritto) che ora si è concluso. La serie termina, infatti, con una sequenza di tramonti che a sua volta culmina nella notte, "una notte stellata che ho guardato a lungo da questo osservatorio" (ed è noto che l'osservatorio di cui Guccione parla è quella struggente costa meridionale della Sicilia di fronte al mare d'Africa piatto e infinito, lucente e plumbeo quando la notte vi scende con il suo mistero). Nel commentarla in calce, con gli interiori messaggi scritti (alla Klee) che gli sono abituali, non a Novalis ha chiesto l'explicit , bensì al sublime leopardiano attacco del Coro di Morti, che canta la profonda notte e "sola nel mondo eterna" la notte che non avrà più albe.
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2006-09-28
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