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La recente scomparsa di Pippo Baudo ha evidenziato ancora una volta una consuetudine (ma forse sarebbe meglio dire un vizio) mai abbandonata del costume nazionale, vale a dire l’irresistibile pulsione a esprimere le inevitabili parole d’occasione . È una conseguenza, se ci pensiamo, della voglia di presenzialismo che è diventata, grazie soprattutto allo strapotere dei social, una esigenza antropologica a cui nessuno vuole rinunciare. L’effetto risulta talvolta sorprendente, in primo luogo perché le espressioni usate per chi non c’è più (e non può ovviamente contraddire) sono assolutamente positive e tutti dichiarano un dolore infinito. Potremmo dire anche che ci troviamo di fronte a una applicazione eccessiva del “parce sepulto” virgiliano. Ma quello che tutti desiderano cogliere è l’opportunità che il caso offre per essere presente, cosa diffusissima soprattutto tra politici e operatori dello show business. Allora tutti hanno un ricordo particolare, un episodio esclusivo che rimanda al defunto e così via. Si potrebbe, vista l’entità del fenomeno, dare corso anche ad uno stupidario funerario anche se qualcuno fa addirittura riferimento ad un’opera di sciacallaggio mediatico. Ma il problema può essere analizzato anche in maniera diremmo esistenziale e/o letteraria. IL pensiero rimanda in questo senso ad uno splendido racconto di Achille Campanile in cui analizza l’incomprensibile e assurdo comportamento dei presenti di fronte ad un morto. Eccone un breve ma significativo estratto. “Siete mai stati a visitare una famiglia colpita da un lutto mentre l’estinto è ancora in casa? Si trovano persone stupefatte come se fosse avvenuto un caso stranissimo che, da che mondo e mondo, non s’era mai prodotto. Tutti si agitano, tutti dimostrano d’essere impreparati alla cosa. Sia i congiunti, sia gli amici (…) Quanto ai parenti dicono frasi prive di senso comune. Non doveva morire; chi l’avrebbe immaginato; (…) Questa è la sorpresa di Pulcinella. La sorpresa sarebbe logica se, invece della notizia che l’amico è morto, avessero ricevuto – come fulmine a ciel sereno - la notizia che l’amico non morirà mai più, per l’eternità. Solo in questo caso le frasi che si pronunziano in occasione della morte sarebbero appropriate: Non l’avrei mai creduto; Chi poteva pensarlo? Ancora non ci credo”. Con grande senso di realtà e lucido umorismo Campanile fa notare come sia proprio il morto ad aver compreso la situazione: “Soltanto il morto ha capito la situazione e s’è messa l’anima in pace. Finché c’è vita c’è speranza. Finché c’è stato un filo di speranza, anch’egli s’è agitato, ha fatto gesti incomposti e detto parole insensate Ma ora non più. Ora è tranquillissimo. È l’unico disinvolto. L’unico che sappia far la sua parte. (…) Insomma. Ha già quello che i francesi chiamano le physique du rôle. Tutti i vivi si agitano come pulcini nella stoppa, dimostrando d’essere stati colti all’improvviso e rivelando un’impreparazione deplorevole. Nel morto nessuna sorpresa. Si direbbe che in vita sua non abbia fatto altro che morire”. Ed è proprio attraverso una narrazione umoristica che Campanile ci sollecita (e insegna) ad essere seri. Antonio Filippetti |
2025-09-02
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