articolo 2562

 

 
 
Le parole per dire
 











La recente scomparsa di Pippo Baudo ha evidenziato ancora una volta una consuetudine (ma forse sarebbe meglio dire  un vizio)  mai  abbandonata del costume nazionale, vale a dire l’irresistibile pulsione a  esprimere le inevitabili parole d’occasione . È una conseguenza, se ci pensiamo,  della voglia di presenzialismo  che è diventata,  grazie soprattutto allo strapotere dei social, una esigenza antropologica a cui nessuno vuole rinunciare. L’effetto risulta talvolta sorprendente, in primo luogo perché le espressioni usate per chi non c’è più (e non può ovviamente contraddire) sono assolutamente positive  e tutti dichiarano  un dolore infinito. Potremmo dire anche  che ci troviamo di fronte a una applicazione  eccessiva  del “parce sepulto” virgiliano.  Ma quello che tutti  desiderano cogliere è l’opportunità che il caso offre per essere presente, cosa diffusissima  soprattutto tra politici e operatori dello show business. Allora tutti hanno un  ricordo particolare, un episodio esclusivo  che rimanda al defunto e così via. Si potrebbe, vista l’entità del fenomeno, dare corso anche ad uno stupidario  funerario anche se qualcuno fa addirittura  riferimento ad un’opera di sciacallaggio  mediatico.
Ma il problema può essere analizzato anche  in maniera diremmo esistenziale e/o letteraria.  IL pensiero rimanda in questo senso ad uno splendido racconto di Achille Campanile  in cui  analizza l’incomprensibile e assurdo  comportamento dei presenti   di fronte ad un morto. Eccone un breve ma significativo estratto. “Siete mai stati a visitare una famiglia colpita da un lutto mentre  l’estinto è ancora in casa? Si trovano persone stupefatte come se fosse avvenuto un caso stranissimo che, da che mondo e  mondo,  non s’era mai prodotto. Tutti si agitano, tutti
dimostrano d’essere impreparati alla cosa. Sia i congiunti, sia gli amici (…) Quanto ai parenti dicono frasi prive di senso comune. Non doveva morire; chi l’avrebbe immaginato; (…) Questa è la sorpresa di Pulcinella. La sorpresa sarebbe logica se, invece della notizia che l’amico è morto, avessero ricevuto – come fulmine a ciel sereno -  la notizia che l’amico non morirà mai più, per l’eternità. Solo in questo caso le frasi che si pronunziano in occasione della morte sarebbero appropriate:  Non l’avrei mai creduto; Chi poteva pensarlo? Ancora non ci credo”.
 Con grande senso di realtà e lucido umorismo Campanile fa notare come sia proprio   il morto ad aver compreso la situazione: “Soltanto il morto ha capito la situazione e s’è messa l’anima in pace. Finché c’è vita c’è speranza. Finché c’è stato  un filo di speranza, anch’egli s’è agitato, ha fatto gesti incomposti e detto parole insensate Ma ora non più. Ora è tranquillissimo. È l’unico disinvolto.
L’unico che sappia far la sua parte. (…) Insomma. Ha già quello che i francesi chiamano le physique du rôle. Tutti i vivi si agitano come pulcini nella stoppa, dimostrando d’essere stati colti all’improvviso e rivelando  un’impreparazione deplorevole. Nel morto nessuna sorpresa. Si direbbe che in vita sua non abbia fatto altro che morire”. Ed è proprio attraverso una narrazione umoristica che Campanile ci  sollecita (e insegna) ad essere seri.
Antonio Filippetti



2025-09-02