articolo 2405

 

 
 
Il futuro del lavoro
 











Si è discusso giustamente in questi ultimi tempi sulla ripresa del lavoro, vale a dire su come far ripartire l’economia, che al lavoro è legata, nell’era del post covid.  Ma proprio la pandemia da coronavirus ha mutato sensibilmente il concetto stesso di lavoro e il suo esercitarsi. Sono state studiate e messe in atto varie soluzioni di cui la più diffusa è sembrata quella del cosiddetto smart working, il lavoro  da casa che ha fatto il paio con la dad, la didattica a distanza messa in atto nelle scuole e nelle università. Non c’è dubbio che d’ora in poi le tecniche lavorative dovranno cambiare. Il vecchio taylorismo è destinato ad essere soppiantato  grazie all’uso delle macchine, dei robot e soprattutto della sempre più diffusa intelligenza artificiale che manda in soffitta  molte esperienze tradizionali. Una catena di pizzerie francesi, ad esempio, utilizza dei robot per l’intero processo lavorativo, dall’impasto fino al servizio ai tavoli. Insomma la prospettiva futura è che si lavorerà sempre di meno e soprattutto con minor fatica. Lo sostiene da non poco tempo anche Domenico De Masi con una serie di interventi e studi  assai intriganti.
Il problema non è secondario, tutt’altro. Potendo lavorare di meno si ha più tempo a disposizione per se stessi e soprattutto per dedicarsi finalmente al cosiddetto “ozio creativo”. C’è chi lo sta già sperimentando con successo. Avviene, infatti, in Islanda che ha attuato la settimana di quattro giorni con risultati straordinari nel senso che il nuovo assetto lavorativo  ha consentito di disporre di più tempo libero senza intaccare i guadagni.
Ora il succo di tutto è che così facendo l’individuo potrà finalmente dedicarsi alla ricerca della propria felicità.  In questo fa per così dire da apripista il popolo islandese. Ed ecco il punto che sposta tutta la questione in termini per così dire filosofici.  Qui viene in mente un
precedente illustre. Una delle straordinarie Operette Morali di Giacomo Leopardi è quella del Dialogo della Natura  e di un Islandese; fu scritta nel 1824 ma ora è di grande attualità (come in tutta la sua opera del resto il grande recanatese dimostra di essere avanti anni luce). In una terra desertica un cittadino islandese incontra addirittura la Natura e con lei avvia un dialogo sulle ragioni dell’esistere e sulla ricerca appunto della felicità. E’ significativo che  Leopardi ponga  volutamente al centro del dibattito  proprio un islandese, un cittadino di una terra assai distante geograficamente dal “resto del mondo”, per di più tormentata dal  gelo e dalle eruzioni vulcaniche. L’islandese intrattiene con la Natura un breve ma illuminante dialogo soprattutto perché alla fine, riflettendo sulla condizione universale degli uomini  afflitti dal dolore le chiede quali siano  le ragioni di tanto soffrire  e il perché questo avvenga. E la Natura risponde che a lei non interessa la sorte degli uomini ma unicamente mantenere per così dire se stessa attraverso un processo di continua distruzione e rigenerazione.  La vita dell’universo non è altro cioè  che  un perpetuo circuito di produzione e distruzione. Il suo compito  (della natura) è garantire  l’eternità di questo processo di vita e di morte laddove morte e patimento sono necessari alla conservazione del mondo e le creature umane sono solo meri  strumenti. E la felicità terrena  resta allora  un sogno inappagabile. Anche lavorando solo quattro giorni alla settimana.
Antonio Filippetti



2021-07-31