articolo 2371

 

 
 
GIORGIO MILANI
LA SCRITTURA COME ENIGMA
 






Chiesa sconsacrata centro PIACENZA
dal 25 OTTOBRE 2020 – 6 GENNAIO 2021






Scrittura e materia
Ci sono cose che fanno parte di noi, molto pi¨´ di quanto pensiamo. Le lettere e i segni, per esempio, con cui, dalla met¨¤ del Quattrocento alle soglie del Duemila, si sono stampati i libri; i caratteri che per mezzo millennio hanno generato ogni pagina, ogni foglio, ogni riga dell¡¯Occidente e dell¡¯Oriente. Quelle lettere e quei segni possono sembrarci strumenti artigianali che non ci riguardano, e invece ci appartengono talmente che da loro deriva anche la parola ¡°carattere¡±, cio¨¨ il complesso di qualit¨¤ e difetti che distinguono una persona dall¡¯altra. E che non ¨¨ facile modificare, purtroppo, proprio come non si potevano modificare le vocali e le consonanti di legno o di piombo con cui si componevano le pagine a stampa. Se ci pensassimo un po¡¯, non ci illuderemmo di cambiare il carattere degli altri, o il nostro, come invece ci ostiniamo a
fare, coi risultati sconfortanti che conosciamo.
Sui caratteri di stampa, sulla loro storia e la loro bellezza ha riflettuto pi¨´ di tutti Giorgio Milani, che per primo ha avuto l¡¯intuizione di usare quel patrimonio di segni per una ricerca espressiva. Milani ha tracciato cos¨¬ una strada nuova, un rapporto inedito tra parole e immagini, perch¨¦ non si ¨¨ limitato a introdurre nelle sue opere le lettere e i numeri, come le avanguardie avevano gi¨¤ fatto all¡¯inizio del moderno, ma ha dato un corpo a quelle maiuscole e minuscole, creando una scrittura visiva che non ¨¨ solo grafia, ma anche volume e materia.
Nell¡¯ambito del concettualismo Il suo lavoro si distingue cos¨¬ per una dimensione di fisicit¨¤ e di concretezza (tutta emiliana e romanica verrebbe da dire). E forse non poteva venire che da Piacenza, che da secoli custodisce amorosamente un responso di aruspici inciso non su pergamene e papiri, ma sul fegato di una pecora, dove i segni fanno corpo con quel corpo; non
poteva venire che di l¨¬, dunque, l¡¯idea di una scrittura che non ¨¨ segno immateriale, ma consistenza, massa, peso, oggetto.
Qualcuno potr¨¤ obiettare, a questa ipotetica individuazione di un genius loci, che Milani ¨¨ pi¨´ un artista internazionale che un artista italiano, e le sue esperienze espositive sono state pi¨´ all¡¯estero che in patria. Eppure in quel suo essere cittadino del mondo (con studio in Canada e mostre personali un po¡¯ dappertutto) non ha dimenticato le sue radici. Non ha dimenticato, del resto, nemmeno le radici della sua cultura. Un giorno qualsiasi degli anni Ottanta, vedendo un camion di caratteri tipografici destinati a essere distrutti, ha avvertito, senza nemmeno riflettere troppo, che quelle lettere erano l¡¯alfabeto della nostra civilt¨¤, i mattoni dei nostri concetti, e che bisognava conservarle e proteggerle.
Il suo gesto per¨° non va confuso con un atteggiamento illuministico e museale, cio¨¨ col gesto di chi, nel Settecento, raccoglieva,
immagazzinava e catalogava, nei musei appunto, quello che era disseminato in chiese e case. L¡¯opera di Milani ¨¨ il contrario. La sua scrittura, i suoi Poetari, non compongono un catalogo razionale o una schedatura scolastica, ma sono semmai il luogo dell¡¯enigma, non perch¨¦ svelano il mistero, ma perch¨¦ rivelano che il mistero esiste. Lettere e segni sono raccolti in andamenti ortogonali, entro quadrati e rettangoli, in spazi ritmici e musicali, ma non si leggono ordinatamente e giudiziosamente. Provate a leggerli: non ci riuscirete, perch¨¦ sono ermetici come le foglie della Sibilla. Sono un¡¯enciclopedia di Babele, cio¨¨ dell¡¯incomprensione. Narra la Genesi, che i popoli del paese di Sennaar parlavano tutti una sola lingua. Quando per¨° commisero un peccato di hybris (cio¨¨ di orgoglio e dismisura, per dirla con Dante) perch¨¦ tentarono di costruire una torre che doveva arrivare fino al cielo, Dio confuse i loro linguaggi, in modo che gli uomini non si comprendessero pi¨´. Secondo certe etimologie ¡°Babele¡±, dall¡¯ebraico b¨¡lal, significa appunto confusione. L¡¯episodio biblico ¨¨ il paradigma di una impossibilit¨¤ di sapere, di capire, che ¨¨ il male oscuro dell¡¯umanit¨¤. Da una analoga consapevolezza nasce l¡¯opera di Milani. Il suo concettualismo ¨¨ ¡°quanto all¡¯aspetto sereno¡±, come de Chirico diceva della pittura metafisica, ma in realt¨¤ nasce da una sensazione dolorosa. Dietro la tavola pitagorica delle sue vocali e delle sue consonanti, che si dispongono una accanto all¡¯altra secondo numero e misura, ora pi¨´ grandi ora pi¨´ piccole, ma sempre secondo un ordine geometrico e un¡¯armonia compositiva, sta la consapevolezza che il significato delle parole ci sfugge, e che il nostro sapere pi¨´ grande, anzi l¡¯unica cosa che sappiamo veramente, ¨¨ che non sappiamo nulla.
Crediamo, certo, di sapere. Ma i filosofi della scienza ci ricordano che la scienza sperimentale ¨¨ scienza proprio perch¨¦ pu¨° commettere degli errori. Scientifico non
significa definitivamente vero, come pensiamo noi che scienziati non siamo: significa solo ipoteticamente vero. Vero per il momento e fino a prova contraria. Quanto alla storia, ¡°i libri di storia con le loro storie¡±, per citare il verso di Sanguineti, ci raccontano tutto, tranne la verit¨¤. La storia ¨¨ il sarcasmo dei vincitori, pensava Nietzsche (e l¡¯aforisma si attaglia anche alla storia dell¡¯arte). ¡°La storia la scrivono gli storici, ma la giudicano i poeti¡± scriveva Salamov, che sugli storici non si faceva troppe illusioni.
Verso l¡¯immateriale
Quella di Milani, abbiamo detto, ¨¨ una scrittura che ha corpo e materia. Ma questo ¨¨ solo un aspetto del suo lavoro, perch¨¦ i molti suoi segni, ora, stanno diventando incorporei. Alla ricerca di materialit¨¤ si accosta adesso nelle sue opere, in modo uguale e contrario, una ricerca di immaterialit¨¤.
Oltre a intuire che il mondo della stampa, come si era sviluppato nella seconda
met¨¤ dello scorso millennio, stava scomparendo e che, perdendo il valore strumentale, poteva acquistarne uno estetico e simbolico, Milani ha intuito che, con l¡¯avvento della civilt¨¤ digitale, la scrittura, la cultura, il mondo stesso (per non dire il nostro modo di vivere) si avviavano a diventare virtuali. Se Villon si chiedeva dove erano le nevi dell¡¯anno passato, noi pi¨´ prosaicamente dovremmo chiederci, per esempio, dov¡¯¨¨ l¡¯orario ferroviario degli anni scorsi, quel libretto orizzontale giallo, dal formato di cartolina, che era il breviario di ogni viaggiatore e che si ripubblicava puntualmente a ogni passaggio di stagione: orario invernale e orario estivo. Ormai non esiste pi¨´. Oggi tutti gli orari si consultano su internet, e su internet troviamo tutto: tutto, tranne la concretezza della materia.
Anche di questi mutamenti, insieme minimi e grandi, troviamo un riflesso nelle opere di Milani. Accanto ai Poetari, alle Torri, ai Libri, in cui l¡¯artista ha dato vita a
un¡¯enciclopedia di segni tattili, di incunaboli di legno e metallo, dove ogni lettera ¨¨ rigorosamente tridimensionale anche se ¨¨ raccolta nel nido della pagina; accanto ai suoi dizionari impossibili, compilati da un Poeta folle (la creatura omonima disegnata da de Chirico, Carr¨¤, de Pisis potrebbe essere una controfigura di Milani); accanto alle sue tastiere letterarie, dai cui tasti non si sprigionano note o accordi, ma una ¡°M¡±, una ¡°T¡± o una ¡±X¡±; accanto alle sue scacchiere di vocali e consonanti, dove si gioca una partita immobile e senza fine; accanto a tutte queste sue opere, dunque, nascono negli ultimi anni quelli che potremmo chiamare diari della dissolvenza, scritture che tendono a diventare lievi fino a scomparire.
Nelle Rose i segni non si ordinano in un¡¯armatura ortogonale, ma affiorano tra i petali di un fiore, la cui vita proverbialmente non dura pi¨´ dello spazio di un mattino. Nelle Sindoni, nei Poetari bianchi, nelle Parole in libert¨¤, nelle Sublimazioni
le lettere appaiono come miraggi, come ombre. Negli Acciai il vuoto prende il posto del pieno e l¡¯opera procede per via di levare, come se ogni maiuscola o minuscola dovesse scivolare dal piano su cui si ¨¨ posata e cadere a terra. La scrittura non smette di essere corporea, ma il suo corpo diventa sempre pi¨´ evanescente. Con Montale Milani potrebbe dire: ¡°Svanire dunque ¨¨ la ventura delle venture¡±.
L¡¯artista evita ogni teatro dell¡¯angoscia, ogni grido espressionista, e svolge anzi una meditazione introversa, ma i suoi Poetari e le loro numerose declinazioni sembrano esprimere ora quella che i sociologi chiamano la ¡°societ¨¤ liquida¡±, la civilt¨¤ del terzo millennio che segna la fine di ogni nozione solida, di ogni certezza non diciamo granitica, ma almeno stabile.
Nelle opere di Milani tuttavia materialit¨¤ e immaterialit¨¤ della scrittura rimandano soprattutto a un identico mistero. Anche dove i segni sono pi¨´ evanescenti, quello che pi¨´ colpisce e coinvolge nelle
sue composizioni ¨¨ un immutato senso dell¡¯enigma. L¡¯artista crea insomma una biblioteca del silenzio perch¨¦, alla fine, il suo linguaggio (come quello di Apollo l¡¯obliquo, secondo Eraclito) non dice e non rivela, ma nasconde. Nomi capovolti, in tutti i sensi, si affiancano a lettere nomadi, erranti. Frasi di senso compiuto, ma intrise dell¡¯ermetismo della poesia, si accostano a parole isolate cui Milani si riconcilia col mondo del colore e della figura, pur rimanendo sempre in un alveo concettuale.
Diceva Wittgenstein che con il linguaggio non possiamo andare oltre i limiti dell¡¯evidenza. Anche Milani ha creato un linguaggio evidente, anzi addirittura plastico, ma che ci fa constatare i limiti dell¡¯evidenza, come le ambiguit¨¤, le obliquit¨¤ e i segreti della parola.
L¡¯affermazione di Platone secondo cui i libri, se interrogati, tacciono maestosamente, vale allora anche per i Libri, le composizioni e le opere di Milani, che ci consegnano un silenzio maestoso. Eloquente
come ogni forma di silenzio.
Elena Pontiggia


* Dal catalogo GLI ORI Editori Contemporanei



2020-10-31