articolo 2370

 

 
 
La società di premiopoli
 











Che la società di premiopoli sia, nel migliore dei casi, diventata un barnum tutto da ridere è cosa ormai nota. In un periodo come  quello che stiamo attraversando  monopolizzato anche dal punto di vista mediatico dalle tristi vicende legate alla pandemia da coronavirus, dove la maggior parte delle attività hanno segnato o stanno segnando una “sospensione” quando non una  competa chiusura, c’era da aspettarsi che anche  la narcisistica  abitudine di creare e assegnare premi di diversa natura venisse  in qualche modo ad interrompersi.  Stupisce viceversa  il fatto che malgrado ciò si continui imperterriti ad inventare e assegnare premi e trofei in spregio per così dire  a un elementare “senso di pudore”.
Eppure è così e nemmeno si tenta di aggiustare il tiro, nel senso che a nulla valgono  le manifeste bizzarrie e incompetenze di chi nel settore specifico dovrebbe almeno vantare una
certa autorevolezza di giudizio,  prova ne sia  l’attitudine del Premio Nobel per la letteratura  a “stupire” con le sue scelte. Infatti,  come spesso avviene ed è avvenuto, a sorpresa anche questa volta  l’alloro è andato  ad una candidata, Louise  Gluck, che ha detto essa stessa di essere  rimasta  colpita. Sembra quasi che i giudici di Stoccolma, più che riconoscere i meriti letterari dei premiati, giochino a mettere in difficoltà non solo i bookmakers della vigilia  (che non ne azzeccano mai una), ma i tanti commentatori dei giornali che a caldo debbono allestire un  testo critico (?) su un autore che spesso non hanno mai sentito nominare.
Il Premio Nobel   distribuisce ogni anno una quantità non indifferente di denaro, qualcosa come un  milione di euro  per  ciascun vincitore che in alcuni casi  (come sappiamo non sempre) va ad autori non proprio bisognosi di aiuti economici. Tenuto conto del
livello culturale che contrassegna ormai il premio, sarebbe  probabilmente più utile e redditizio   fare altro uso di quei quattrini, incoraggiando ad esempio gli autori emergenti, le scuole (quelle vere) di scrittura, organizzando corsi di approfondimento e di  studio  dedicati a scrittori e tendenze letterarie poco studiati, sostenendo quegli  enti e quelle  associazioni che si battono per la promozione del libro, ecc.
Se vogliamo  salvare qualcosa ovvero ricavare dall’ultima assegnazione un dato positivo è che il riconoscimento è andato ad una poetessa, una praticante cioè di un genere, la poesia,  ormai cancellato dagli editori e trascurato dai lettori. Prediamolo allora come un segnale  di speranza per il tempo avvenire.
Antonio Filippetti



2020-10-31