articolo 2348

 

 
 
Il sogno per il dopo coronavirus
 











più che logico chiedersi  come sarà l’esistenza di noi tutti dopo che sarà scomparso ovvero che avremo vinto la battaglia contro il coronavirus.  Due sono   gli interrogativi e le presunte certezze che emergono  per il dopo. Da una parte  riscontriamo  il desiderio di voler   tornare alla normalità e dall’altro la sensazione che nulla sarà più come prima.   Queste due aspirazioni/certezze inducono a qualche riflessione. Tornare alla normalità, l’auspicio  prepotente  di gente e popoli diversi, presuppone  il poter riprendere la propria esistenza come al tempo  pre-covid,  vivere cioè  la propria vita ripristinando regole, atteggiamenti, contatti, funzioni esattamente come facevamo prima di essere colpiti dall’epidemia. Si tratta  di  un desiderio ovviamente legittimo che si riscontra nell’umanità ogni volta che è stata colpita da un evento eccezionale e tragico. Ma  nel caso specifico cosa significa in realtà? E in specie per quanto riguarda il nostro paese? La normalità ante coronavirus vuol dire vivere  in una società dominata dall’egoismo  e dalla disuguaglianza,  che ignora il merito e le qualità dei singoli; essere confinati in città invase da  veleni e  costretti a svolgere lavori in fabbriche tossiche  e insicure; essere governati  da una classe  dirigente  ignorante  e  presuntuosa, da istituzioni burocratizzate e incapaci di  svolgere anche pratiche elementari; essere in balìa di gruppi malavitosi senza scrupolo, con i giovani costretti, nel migliore dei casi, ad un precariato senza fine, e con una popolazione che decresce  costantemente anche senza l’epidemia per  l’evidente impossibilità di creare nuove famiglie. Se davvero questa deve essere l’auspicata normalità c’è da dubitare    che questa sia anche una prospettiva   da  desiderare ardentemente.
 Certo vivere è meglio che  morire ma l’occasione della pandemia dovrebbe anche  aprire spiragli diversi, suggerire nuovi orizzonti. Gli orizzonti che possono nascere proprio quando si sostiene (o soltanto si auspica) che nulla sarà più come prima. Ma qui forse s’innesca  la  suggestione  più caratterizzante, proprio perché, se tutto deve cambiare, sono proprie le “prerogative” prima richiamate a dover sparire , cedere il passo ad un nuovo “destino”.
 Ovviamente si sogna sempre in grande, ma in questo caso  si potrebbe anche auspicare una “piccola” rivoluzione civile:  smettere di raccontare frottole socio-politiche ed avere il coraggio di dire la verità anche  mostrando, quando occorre, i propri limiti; abbandonare i  teatrini televisivi dove  immarcescibili truppe perennemente assoldate  dai soliti “tycoon” se  la suonano e cantano come si fa al bar
dello sport. Vorremmo vedere cioè e sentire anche gli “altri” che sono davvero tanti e che hanno storia e storie da raccontare;  vorremmo  che i giovani tornassero  ad animare una scuola di vita vera, dove la cultura la faccia finalmente  da padrona al di là di  sterili, usuali  proclami  e slogan privi di fondamento;  ameremmo veder  proteggere davvero le fasce più deboli  e bisognose con spirito solidale e non dover più leggere  lettere d’addio  alla vita come quella dell’avvocato “sepolto” nella RSA dove “gli addetti nemmeno ti salutano”; essere destinatari   di  una giustizia  equa per tutti; vivere in una democrazia non “imposta” dai decreti di urgenza ma fondata  sul primato legislativo del parlamento. E’ questo forse un sogno irrealizzabile ma può (deve)  anche rappresentare   la sfida più affascinante. In un romanzo che  è stato richiamato più volte nei giorni dell’epidemia, il capolavoro di Albert Camus, “La peste”, il protagonista ci lancia  un monito da cui dovremmo trarre  conforto e saggezza: “Mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazioni per l’eroismo e la santità. Essere un uomo, questo mi interessa”.
Antonio Filippetti



2020-04-30