articolo 2346

 

 
 
FEDERICO FELLINI, REALISTA E VISIONARIO
 











Il sottotitolo del libro recita: “L’armoniosa complessità di un genio del cinema”. Definizione sintetica ma perfetta che ben si sposa alla seconda parte del titolo nel definire l’uomo e il carattere di Federico Fellini (Rimini,1920 – Roma,1993), uno dei più grandi registi italiani. La caratteristica base della sua produzione – ventidue film - è stata la capacità straordinaria di partecipare fantasie e sogni personali - affollanti l’irrazionale di ogni essere umano –, accomunandoli in un patrimonio visivo godibile per la stragrande maggioranza degli spettatori. Gli aspetti più impressivi delle sue opere si agganciano a quel fondo, misterioso e affascinante, che si adagia sopito dentro ciascuno, animandosi quando, adeguatamente stimolato, trova modo di svelare la sua esistenza. Un’altra delle grandi doti di questo Maestro indiscusso è stato il saper trasfigurare, attraverso le ottime qualità artistiche, i minimi ricordi, giovanili e non, per fare di essi la direttrice di una affascinante condivisione dell’epoca e del contesto sociale relativi, riportati in immagini di rara efficacia.
Luigi Mazzella, copioso scrittore di saggi in vari campi e di opere di narrativa, è uomo davvero poliedrico avendo rivestito vari e importanti incarichi pubblici al massimo livello. Questo suo lavoro approfondisce con accurata e precisa ampiezza di dettagli tutta l’opera del Maestro, fornendo un approccio di sintesi al suo complesso panorama artistico.
Il fiabesco è forse l’antidoto felliniano indispensabile per sfumargli dentro una nostalgia impossibile da dominare. Nostalgia articolata, e perciò ancor più radicata. Costituente principale di essa il non esser più un ragazzo, malessere che la sindrome di Peter Pan ha poi generalizzato per tanti (per tutti, forse?). A riguardo, l’estrema dolcezza della poetica elegiaca di “Amarcord” (1973) - in una Rimini grondante memorie degli anni ’30 mai impallidite, sature di rimpianti e amori
adolescenziali - è forse il vertice di tale sentimento. Poi ancora, nostalgia di essersi allontanato (fuggito?) per peccato di presunzione, magari mai perdonato nell’intimo, dai luoghi che l’hanno visto felice come lo si può essere solo nei primi anni di gioventù, felicità unica, irripetibile negli anni a seguire. Per questo aspetto citiamo “I vitelloni” (1953), soprannome che nella zona indica i giovani che tentano di passare al meglio i loro giorni nullafacenti. Nel film, l’odissea fisica e psichica dell’incoerente Fausto – un alter ego perfetto - e la fuga verso un diverso futuro di Moraldo, unico tra i cinque capace di osare tanto (lo stesso Fellini?) proietta su pubblici schermi gli aspetti celati di un uomo che non ha ancora trovato se stesso. Annota l’Autore:
...delle tre manifestazioni classiche del pensiero umano, l’opinio¬ne, la memoria e la fantasia, lo sceneggiatore e regista riminese nel se¬guito della sua geniale attività cinematografica, ha sviluppato soprat¬tutto le
ultime due, liberandole dalla razionalità.
E il Mazzella individua sagacemente nella vena ispiratrice del regista tre momenti con fonti ben distinte. Il primo - quello delle produzioni iniziali (1950-57) - contraddistinto dalla maggiore comunione sociale e relazionale del soggetto. A inizio carriera, il giovane non si è ancora chiarito l’universo interno e, come aiuto nei progressi, rivolge maggiore attenzione al circostante: è la presa di coscienza graduale, da parte del provinciale arrivato a Roma, della vita e dei suoi attori nel girone capitolino. Sarà il periodo delle salutari scoperte impreviste legate alla maggiore disponibilità e apertura verso l’esterno.
Il secondo è quello dei capolavori (1959-64). L’uomo si è conosciuto, avverte meno la necessità del collettivo ma si volge piuttosto ad approfondire le geniali impronte personali, molte delle quali lo stupiscono per la carica proiettiva. È incoraggiato quindi ad attingere alla smisurata creatività posseduta, pur non
svalutando del tutto il debito inestinguibile verso gli apporti sociali. È la fase della migliore e maggiore fecondità, ancora lontana da quelle divagazioni, pur sempre testimonianza di arte ai più elevati livelli, talora lontane dal comune sentire e dunque obbliganti a un’assimilazione più analitica rispetto all’accettazione primaria sotto ogni punto di vista.
La terza fase si avvicina fortemente alla “commedia dell’arte” per tecnica di improvvisazione e afflato creativo spontaneo, che svicola o addirittura trascende i limiti di una sceneggiatura tradizionale per lasciar campo libero alla situazione in sviluppo e agli attori che in essa agiscono. È quanto accadeva, in campo uguale eppure diverso, con i grandi comici del passato e del tempo, per citarne solo uno, sommo: Totò. Coll’avanzare degli anni tali impulsi divengono sempre più forti sino a prendere il sopravvento e giungere alle dinamiche imprevedibili e impreviste delle ultime realizzazioni: “L’intervista” (1987) e “La voce
della luna” del 1990.
L’ “arzdora” romagnola, altro ricordo indelebile, la “reggitrice della casa” non è una figura esplicita nel raffinato mondo felliniano ma certo implicita nell’elemento femminile dominante in ogni suo prodotto artistico. Ricordiamo, per inciso, che Fellini – uomo non certo esempio di fedeltà coniugale - è stato sposato con la straordinaria attrice Giulietta Masina (1921 – 1994). Moglie e musa insostituibili, hanno accomunato intimamente davvero tantissimo: insieme per mezzo secolo di matrimonio e sette film girati.
Nota, nella sua acuta prefazione, Antonio Filippetti, fecondo scrittore sociale, giornalista ed editore, a proposito dei temi fondativi caratterizzanti la ricchezza espressiva felliniana: 
Il ricorso fondamentale alla memoria per ritrovare quello che è stato, le esperienze che hanno segnato il corso degli eventi e che rap¬presentano il bagaglio certo a cui ricorrere per convalidare il proprio spessore esistenziale. Ma anche per ritrovare
la delicatezza dei senti¬menti, la purezza di un tempo trascorso che la dura realtà del presente ha oscurato. È il tema portante indicativo sin dal titolo di “Amarcord”. E ne “La voce della luna” il protagonista dichiara apertamente “quanto mi piace ricordare, forse più che vivere”.

Nel marzo 1993 Sophia Loren e Marcello Mastroianni – nella cerimonia di proclamazione degli Oscar sul palco del Kodak Theatre (oggi Dolby Theatre) a Hollywood (Los Angeles) - annunciarono a Federico Fellini la vittoria dell’Oscar alla Carriera. Sullo schermo retrostante apparvero le parole: “L’unico vero realista è il visionario”, pilastro della parabola artistica, confermato in ogni espressione professionale dallo stellare regista. La mescolanza di sogno e realtà ha imbevuto nell’intimo tutte la sua vita e produzione. Fu il quinto Oscar ricevuto dopo i quattro precedenti dati a suoi film come miglior film straniero: “La strada” (1957), “Le notti di Cabiria” (1958), “8½” (1964), “Amarcord” (1975).
Fellini sarebbe morto a Roma il 31 ottobre successivo.
Luigi Alviggi

 

Luigi MAZZELLA: Federico Fellini, realista e visionario
Prefazione di Antonio Filippetti
Istituto Culturale del Mezzogiorno,2019 – pp. 128 - € 30,00



2020-03-31