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La rivoluzione dei media
E se fosse tutto taroccato? |
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Non v’è dubbio che in termini di comunicazione lo strapotere dei media abbia rappresentato la più grande rivoluzione del nostro tempo. Con una sconcertante rapidità, infatti, alla comunicazione mediatica è stato conferito un passaporto di verità senza precedenti. Se una volta si sentiva affermare che “domani pioverà perché l’ha detto la tv”, oggi con l’esplosione della rete siamo tutti coinvolti in uno stupefacente barnum in cui presunte informazioni vengono supinamente accettate su scala universale. Non solo: ma accade anche che i divulgatori delle informazioni in questione non sono più i “gate keepers” di una volta bensì i costruttori e gli operatori di piattaforme mediatiche che imperversano sui sistemi telematici e a cui viene attribuita un’indiscutibile autorevolezza. Qualcuno sostiene che si tratta della comunicazione fai da te nel senso che in ossequio ad un delirante desiderio di autoreferenzialità e narcisismo e alla crisi di fiducia che ha fatto collassare la credibilità delle strutture istituzionali, il singolo individuo si è via via sostituito alla macchina tradizionale delle informazioni. Questo spiega anche il progressivo, inarrestabile declino della carta stampata e in genere dei mezzi di comunicazione convenzionali. C’è poi anche chi afferma senza reticenze che la cosiddetta rete è ormai l’unica espressione di libertà e verità. Ma le cose stanno davvero così? Ecco il punto focale. L’illusione di essere al tempo stesso cultori di libertà e assertori di verità nasconde un inganno sostanziale, vissuto magari in buona fede e con spirito infantile, ma non per questo meno pericoloso. Intanto si nobilita senza alcun titolo l’autorizzazione a essere promulgatori di dati e notizie sprovvisti di certificazioni verificabili, avallando semmai l’imposizione di quella che viene definita a ragione come la società dell’incompetenza. Ma non è soltanto questo in quanto c’è qualcosa di ben più grave e inquietante. L’imbroglio più subdolo e sottile risiede altrove. Le piattaforme su cui milioni di fedeli si esercitano sono in realtà gestite da pochi “tutori”. Ce ne ha dato una conferma di recente Jaron Lanier, un guru del settore che lavora proprio a Silicon Valley, il quale ci ha addirittura esortati a cancellare i nostri social media proprio per “resistere alla follia dei nostri tempi”. Lo stesso studioso ha indicato senza mezzi termini quali sono i principali obiettivi della filosofia internet riassumibili del resto in pochi punti essenziali: minare la verità, distruggere l’empatia tra gli esseri umani e diffondere odio, renderci infelici, ridurre la politica a barzelletta, farci perdere la libertà di scelta e diventare tutti degli “stronzi” (testuale). La verità è che le cosiddette “piattaforme fregatura” (sono definite proprio così) sono gestite e controllate da cinque colossi su scala mondiale: Google, Facebook, Amazon, Apple, Twitter. Sono loro che per così dire fanno il bello e il cattivo tempo, che permettono la “messa in onda” delle trasmissioni. I loro algoritmi sono impenetrabili, cosa che non accade, per fare un esempio, nemmeno con la CIA o la NASA. Sul palcoscenico della rete si esercitano milioni e milioni di attori ma solo perché viene loro consentito di operare in un certo modo. La confusione e l’incontrollabilità dei messaggi diffusi gioca a favore di chi detiene le chiavi di tutto e, volendo, più in ogni momento truccare il gioco. Ma in tanti abboccano felici, convinti cioè di essere al centro dell’attenzione o addirittura protagonisti attivi di momenti storici epocali. In tempi recenti c’è stata anche un’onda di ribellione contro le cosiddette “fake news”. Ma in realtà nessuno ci ha indicato come riconoscere senza esitazioni una fake. Che cosa allora è in realtà fake e cosa invece non lo è? Non si hanno in effetti metodi d’investigazione certi e alla fine si finisce sempre per cascarci, forse anche perché come sosteneva un pensatore dell’antichità, Biante da Priene, “la maggioranza degli uomini è stupida”. Probabilmente, per non cadere passivamente nella “rete”, occorrerebbe ogni volta esercitare il principio della sospensione del giudizio, richiamandosi al “dubium sapientiae initium”, che è poi un’espressione di Cartesio, il filosofo che inventò il raziocinio nella conoscenza. Antonio Filippetti |
2019-11-02
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