articolo 2285

 

 
 
I GIORNI DI JACQUES
 











Nel 1987 l’arcivescovo di Parigi, il cardinale Lustiger, postula, insieme con i frati salesiani, la causa di beatificazione di Jacques Fesh, detto Zou, nato a Parigi nell’aprile 1930 e ivi ghigliottinato a La Santé il primo ottobre 1957. Sono in giro immaginette (sacre?) che lo raffigurano. Un giovane molto particolare del quale la Ferrari ripercorre in dettaglio le tappe salienti della breve vita. A scuola va male, crescendo inizia a provare droghe, spinto dagli amici. Tra gli intimi, Louis e Pierrette. Fallita la scuola, il padre tenta di avviarlo nella propria banca: vorrebbe per lui un grande avvenire, ma ce lo tiene solo fin quando non ne scopre i furti. Allontanato dal lavoro, iniziano le peregrinazioni di Zou e, per inciso, diciamo che la famiglia Fesh è addirittura discendente alla larga da Napoleone. Arriva la chiamata per il servizio militare.
Con la sua ragazza, Pierrette, Zou tira avanti con lettere frequenti ma non c’è un
nucleo forte che li leghi, nemmeno nel sesso. Troppo smagato lui, troppo instabile lei. Le cose corrono comunque secondo regola e lei finisce incinta. Poco male, il padre – Leopold Polack - è un grosso industriale carbonifero. Intuito lo stampo del giovane, vuole che la figlia lo sposi per poi divorziare: Zou è pur sempre figlio di un banchiere! La moglie, Marinette, colpita fortemente dal bel giovane, vuole invece che il loro sentimento abbia un futuro.
Barocco e tetro l’arredamento di casa Fesh, un luogo percorso dalla stagnazione di molti fantasmi di antenati e di altri raccolti per via, non certo un’incubatrice ideale per la corretta crescita di Jacques. Ma questi è un sognatore e lo rimarrà per sempre: il nome della Polinesia, sentito per la prima volta in casa Polack, scatena un desiderio di infinito che percorrerà tutta la sua esistenza. È il fascino di quanto non si possiede che resta illimitato se paragonato a ciò che, pur cospicuo, è nella propria disponibilità. Sui e nei
sogni Jacq può volare, assaporando tutto quanto la vita reale gli nega. E, quando si sogna troppo, ogni mattino ci si sveglia “molle come un fico marcio, stordito”.
“Partire. Quasi una fuga. «Che cosa c’è di più romantico, avventuroso e seducente che le meraviglie d’una vita di navigatore solitario? Ah, andarsene fuori dai piedi della gente che non si ama, dagli affanni!»”
L’uomo non arriverà mai a dominarsi né a comprendersi del tutto, nel fondo resta sfasato per l’intera vita. Emblematico è il fatto che, nell’intimo, pare essere più innamorato della madre di Pierrette che di lei stessa. Questa diventerà comunque sua moglie dandogli una figlia, Veronique. Un fiume di denaro continua a scorrergli tra le mani. Prima erano quelli del padre, rimasti impigliati in buona misura, e poi quelli del suocero che, una volta divenutogli genero, assicura un posto di primo piano nell’azienda. Le scarse capacità sociali nel trattare con altri, specie se dipendenti, scompenserà ancor più il
cammino di Jacq. Non però con le donne: abusando della posizione riserverà loro amori passeggeri che peggioreranno l’astio dei dipendenti maschi nei suoi confronti.
La situazione è complicata anche dall’odio che pervade le due consuocere, Fresh e Polack, ebrea la seconda come Minou, l’affettuoso nome riservato da Zou alla sposa, e che fa dire al nonno paterno Georges “non la prenderò mai in braccio quella bambina”. I conflitti familiari hanno la prerogativa di essere facilmente infiammabili e divenire così ancor più devastanti. E ben pennella l’Autrice il protagonista: “Soffrendo di irrealtà, vive in ogni casa come uno straniero – mezzo artista e mezzo mentecatto.”
Poi ci sono i casi della vita. Un’ingenua fanciulla, Thérèse, una delle due incontrate in un bar con l’amico Croquignol per poi muovere insieme a casa di Jacq, fattosi tardi e fidandosi delle promesse del padrone di casa, acconsente a passare la notte da lui. L’indomani si sveglierà donna e si scoprirà ben presto
incinta di Gérard, il figlio rifiutato dai genitori alla nascita e sballottato in varie case d’affido. Per più di quarant’anni sarà respinto anche dalla famiglia Fesh. Nefandezze di cui manterrà per la vita il solco, pur riuscendo a divenire un maestro di musica. La madre gli si negherà anche da anziana.
Nello sfacelo affettivo crescente in Jacques prende il sopravvento il morbo che lo ha sempre infestato, il possesso di un’enorme quantità di denaro. Ruba anche al suocero:
“Come già nel¬l’istituto del padre, anche lì la calamità del possedere ebbe la meglio, con il vantaggio di un bottino molto più cospi¬cuo. Non aveva un obiettivo preciso per rubare, guadagna¬va, senza far nulla, 60.000 franchi al mese. Il suo era un male che si sviluppava nell’odio - accompagnandosi per paradosso (come scriverà egli stesso) «alla ricerca della perfezione». E ancora, nel momento delle ricordanze: «Ero provvisto allo stato embrionale di alcune possibilità d’esse¬re felice». Solo quando il suo
cuore si sveglierà, potrà discernere e capire. Ma il cuore per adesso dorme, e lo spirito è in preda agli umori che cambiano di continuo e ai quali non dà alcuna importanza. Solo i soldi gli fanno l’effetto di un tonico. Lo rendono duramente cinico e orgoglioso.”
Licenziato anche da Leopold, fonda una società autonoma nel settore carbonifero in cui è il padrone ma, dopo un inizio promettente dovuto essenzialmente all’essere lui un Fesh e, in parte, un Polack, fallisce.
Nitido nella mente, Zou accarezza il sogno del battello che lo porterà a eclissarsi lungo le vie del mare in paesi remoti, sconosciuti, fantastici, aprendogli alfine quel paradiso di meraviglie che accarezza dalla tarda adolescenza. L’unico ostacolo a frapporsi tra lui e il sogno mille volte coccolato è il denaro. Deve procurarselo a ogni costo! Tanto quanto serve e anche più: nulla e nessuno potrà fermarlo!
Non mancano i cattivi amici che, in vista di un modesto tornaconto, non esitano a dargli la piccola
spinta necessaria a farlo ruzzolare lungo la ripida china. Per arrivare dove vuole, sfrutta sempre il cognome paterno, mentre questi da tempo lo ha rigettato come figlio. Onesto, ha lasciato in giro un buon nome che torna comodo al balordo. Il diavolo, però, lascia sempre un buco nei piani suggeriti che, anche se piccolo, solo pochi riescono a rattoppare. Se così non fosse, non potrebbe ridere alle spalle dei dannati a piacimento, avendo denudata in bella vista la loro stupidità.
E arriva un tetro giorno di febbraio.
Durante la rapina Jacques ha gli occhi saturi della pianta di una fantastica barca a vela capace di affrontare l’oceano, la salvezza! Ne ha anche deciso il nome “Luna di miele” e ha pattuito il prezzo col costruttore, oltre due milioni di franchi. Il denaro, che i familiari avrebbero potuto concedergli, lo hanno negato conoscendo troppo bene il soggetto. Gli amici gli mettono in tasca una pistola, che ha rubato scarica al padre ma nella quale hanno inserito
proiettili, per maggiore sicurezza dicono, e lui va. Per un piccolo inconveniente – il bottino promessogli è incompleto - il colpo va a rotoli. Zou ferisce l’anziano intermediario di preziosi che lo conosce da bambino, e scappa senza nemmeno afferrare l’oro. Ora la mente è fusa, scorda anche la macchina parcheggiata vicino con la quale dovrebbe raggiungere i complici ispiratori al sicuro. Fugge senza meta mentre la polizia è posta sulle sue tracce dagli stessi “amici”.
Manca la ciliegina sulla torta, e lui la lascia cadere incurante con la sbadataggine che ha contrassegnato tutta la sua vita. Rifugiatosi in un palazzo, quando ne esce, credutosi al sicuro, trova un poliziotto ad aspettarlo e lo fredda con un unico colpo. Il piombo uccide l’agente ma travolge anche l’ottuso artefice, il suo passato, il suo futuro, tutto. Tutto finisce azzerato!
Curzia Ferrari, milanese, giornalista, poetessa e scrittrice, con opere tradotte in molti paesi, predilige gli affondi nella natura del
protagonista, uomo mai cresciuto per colpe originarie non certo sue. Unico figlio maschio, si concentrano in lui obiettivi impossibili che, crescendo, lo trascinano fuori strada. Il libro avvince quanto e più di un thriller, e gli va riconosciuto il merito di una prosa quanto mai scorrevole e avvincente che trascina il lettore.  
Tagli psicologici inattesi, ma pertinenti e profondi, costellano le pagine che ricostruiscono a pennello la complessa e deforme personalità di Jacques, non certo l’eccezione nell’avviarsi lungo percorsi estremi, estranei alla grande maggioranza degli individui. Diciamo anche che molte delle persone – parliamo di eventi reali accaduti e non di un romanzo – che accompagnano il breve percorso dell’uomo, sono soggetti per più versi necessitanti di un solido sostegno umano perché rimasti scompensati dalle tempeste inevitabili lungo le strade della vita. E in questo lavoro i personaggi rilevanti per la tragica vicenda narrata sono messi a fuoco nel
dettaglio delle loro esistenze.
Molto curata dall’Autrice è l’esposizione della condizione psicologica di Jacques durante i quasi due anni di permanenza in carcere prima dell’esecuzione della sentenza, costruita con un certosino lavoro d’indagine sulle tantissime lettere scritte dal recluso e sul “Giornale intimo”, dedicato alla figlia, pubblicato postumo e che venderà un milione di copie. Evidente: la cronaca nera, già allora, interessava molto la popolazione. La cosa certa è che, in carcere, il prigioniero inonderà molti di scritti, in particolare moglie e suocera. Il lento staccarsi dal passato, ricco di ombre e di errori, la stentata rinascita per trasformarsi in un uomo diverso, per muovere verso spazi spirituali che lo avvicinino alla religione all’inizio totalmente rigettata, lasciano lui per primo smarrito. All’ingresso in cella farà dire al cappellano che vuole visitarlo: “Ditegli che non credo”. Il padre, Georges, già collaborazionista nazista, una volta ostile, ora va a
trovarlo ogni settimana e gli manda regolarmente un vaglia. La madre, Marthe, si occupa della moglie e della bimba: a lei Zou non è mai stato molto legato. Oltre Baudet, l’avvocato difensore, padre Thomas, un antico amico batterista convertitosi e ora monaco benedettino, il domenicano Devoyod che salirà con lui sulla ghigliottina, saranno le due Santa Teresa – d’Avila e di Lisieux – a guidarlo pian piano verso una sostanziale rinascita spirituale. Paul Baudet, terziario carmelitano, Jacques lo chiamerà l’inquisitore per il suo costante sforzo di portarlo a una solida fede.
Un processo di soli tre giorni, fortemente determinato da un’opinione pubblica totalmente e nettamente giustizialista, avvierà l’imputato alla pena capitale.
“Jacques mandava avanti il suo vecchio ego, nell’attesa inconsapevole di superarlo, di lasciarlo impigliato in qual¬che ramo secco del passato per tornare a vivere libero. Non faceva che giustificare la sua mano destra, quanto stupida¬mente fosse
scivolata, complice l’imbroglio della tasca del¬l’impermeabile, sul grilletto della pistola.”
Al termine del libro l’idea che possiamo farci del soggetto è ambigua, di certo non è riuscito a trovare un equilibrio. È rimasto un pendolo in perenne oscillazione. Passate le tempeste giovanili, il periodo della fuga gauguiniana sembra prendere il sopravvento. In effetti, è per questo motivo che commetterà un omicidio insulso, sparando quando è già in trappola e quando il precedente avrebbe significato una pena molto minore. Poi, nella solitudine della cella, la rotta devia vistosamente. Si illude ancora di cavarsela con poco ma, nelle mille limitazioni dell’oggi, inizia ad avere progetti e fantasie mistiche. Aiutato dalle diverse figure credenti citate, sente l’animo trasfigurarsi e, con l’immagine della Vergine Maria e delle due Santa Teresa incollate alle pareti della stanzetta, inizia ad avvicinarsi a una trasfigurazione che lo accosta a mete ultraterrene. L’uomo che salirà la
scaletta del patibolo non è più il Jacques Fesh iniziale, è qualcuno che, nonostante la giovane età, ha cumulato diverse vite e si sente pronto per quel qualcosa che non è mai riuscito a provare in quanto vissuto. Prossimo all’esecuzione sposerà religiosamente per procura Pierrette. La mescolanza tra fiaba, sogno e realtà si avvia all’acme. Una personalità forte che non ha saputo mettersi a fuoco, finendo fuori strada per l’ignavia propria e le tante amicizie di minimo spessore. Per penetrare, per quanto è possibile, il complesso calvario di un’anima, questo libro è la lettura indicata.
Luigi Alviggi

Curzia  Ferrari: I giorni di Jacques
Ares, 2019 – pp. 208 - € 15,00

 



2019-09-26