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E’ sensazione condivisa pressoché unanimemente che viviamo una fase storica ricca di contraddizioni e anacronismi. Accade cioè che la giostra quotidiana in cui dipaniamo la nostra esistenza gira sempre più freneticamente senza soffermarsi a riflettere e pensare. In un contesto del genere appare scontato che la passione per la poesia ed i suoi operatori (o estimatori) debba fatalmente restringersi fino ad essere per così inghiottita nell’epicentro del proprio vortice. E tuttavia – e per contrasto – non sono davvero pochi coloro che a vario titolo si cimentano con il “genere” producendo a vari livelli e con gli esiti più disparati “prodotti” poetici. La conferma giunge dal crescente successo che vanno riscuotendo i reading e le performance di poesia in tutta Italia come la richiesta che prepotentemente arriva da più parti a reclamare un proprio spazio tanto da suggerire anche a diversi giornali di aprire per così dire una “bottega della poesia”, da Milano a Napoli, per dar voce ai numerosi militanti e paladini del genere. Eppure, a ben guardare, la poesia ed i poeti non hanno mai avuto fortuna nella nostra società. E giova qui forse ricordare le illuminanti osservazioni che ci ha lasciato il più grande degli “operatori del settore”, come si direbbe oggi con linguaggio burocratico, vale a dire Giacomo Leopardi. Il grande poeta recanatese si poneva appunto il problema della scarsa considerazione riservata ai poeti (e ai filosofi, ed oggi Leopardi è considerato, guarda caso, anche uno dei maggiori filosofi dell’Occidente) e cercava di individuarne le ragioni con palpitante e amara precisione. Scrive infatti Leopardi: ”La poesia e la filosofia sono entrambe del pari quasi la sommità dell’umano spirito, le più nobili e le più difficili facoltà a cui possa applicarsi l’ingegno umano”. Ma malgrado ciò “sono del pari le più sfortunate e dispregiate di tutte le facoltà dello spirito”. E mentre le altre danno pane e gloria , queste semmai servono dopo la morte visto che “della sorte ordinaria dei poeti mentre vivono non accade parlare”. Dovremmo allora domandarci che cosa sia la poesia e a cosa serva. Se, come affermava Georges Bataille , “la poesia è il nostro fondamento ma non sappiamo definirla” (difficoltà di definire gli assoluti, speculare ad esempio a quanto aveva affermato Agostino a proposito del tempo), potremmo in qualche misura farci una ragione della scarsa considerazione in cui sono tenuti i poeti anche se in un altro memorabile passo proprio Leopardi definisce la poesia come l’espressione linguistica più alta dell’animo umano. Nella società della globalizzazione e dell’accumulo indiscriminato o meglio acritico dei saperi, la stessa espressione linguistica tipica della poesia incontra sospetti e più ancora difficoltà ad affermarsi; con acuta amarezza George Steiner ci ricorda che “la funzione del poeta nella nostra società e nella vita delle parole è fortemente diminuita” e se non riusciremo a dare alle parole una certa dose di chiarezza e di rigore di significato, la nostra vita si avvicinerà ancora di più al caos; ma è fondamentale riflettere anche sul fatto che la poesia “pretende” due fondamentali prescrizioni: la prima è che esige la necessità di fermarsi a riflettere e l’altra che si esercita inevitabilmente nella sfera dell’immaginazione e quindi con un canone espressivo vago ma soprattutto fortemente soggettivo. Per quanto riguarda il primo punto sarà forse opportuno ricordare che l’espressione poetica, per natura complessa e ambigua, richiede un tempo per così dire di comprensione adeguato, spesso non breve per cui è necessaria più di una lettura del testo, uno sforzo di immedesimazione, insomma un insieme di disponibilità che la società “liquida” dei nostri tempi non sembra esser disposta a concedere. Al giorno d’oggi, infatti, si pretende d’interpretare tutto in tempi rapidi (la contaminazione dell’”on line” non ammette deroghe), vale a dire che il “tempo reale” pregiudica ogni giudizio o peggio ancora vanifica il desiderio di interagire sul serio, di predisporsi in sintonia col testo e con l’autore: tutto deve essere insomma “fast”, ovvero bruciato nell’istante, consumato immediatamente per dedicarsi ad altro. Per quanto attiene invece all’altro aspetto, ci viene in soccorso ancora una riflessione leopardiana. Scrive infatti il poeta:”Tutte le qualità del linguaggio poetico, anzi il linguaggio poetico esso stesso, consiste, se ben l’osservi, in un modo di parlare indefinito, o non ben definito, o sempre meno definito del parlar prosaico o volgare”. Il linguaggio contemporaneo, infarcito di modi di dire sciatti e banali ovvero di locuzioni esterofile omologanti, tende viceversa a restringere il campo stesso dei significati imponendo di primo acchito una strumentalizzazione del senso che non lascia spazio alla immaginazione; in altri termini è come se si verificasse un processo di progressiva “pornografia” linguistica che svela tutto senza nulla concedere né alla fantasia né alla consapevolezza di sé. Il dato finale è che sembra sia necessario sottomettersi ad un gergo illetterato nel quale la parola stessa perde di significato e l’unica alternativa a questa disumanizzazione disarmante sembra essere quella di tacere. Moriremo allora di silenzio? E qui viene in evidenza il punto focale: la poesia è, come e più ancora delle altre forme d’arte , capacità inventiva, espressione di quella libertà di pensiero che la società attuale, sempre più preda di meccanismi addomesticanti, tende tenacemente a contrastare se non abolire del tutto. Il poeta reclama sempre la propria individualità soggettiva e non può sottomettersi alla normalizzazione che è in atto anche negli standard espressivi correnti. Probabilmente proprio perché ciascuno conserva in fondo all’anima questo desiderio d’essere libero e di dar corso alla propria creatività, registriamo la presenza di un così alto numero di poeti, al di là degli esiti che ciascuno riesce a conseguire in termini di valore o sotto il profilo critico. La “società amministrata” ha in sospetto le voci diverse cioè non strumentalizzabili, tende a plasmare un universo uniforme, popolato da “individui senza individualità” e per questo ha probabilmente anche paura della poesia. Perché la poesia rende liberi, non essendo censurabile anche quando per amore o per forza s’instrada nei gangli dei meccanismi editoriali dominanti. A pensarci poi bene non potrebbe essere diversamente poiché la poesia è, come ebbe a scrivere I. A. Richards, “una musica d’idee”, il che significa poi che è niente altro se non una lunga,difficile , armoniosa meditazione sull’esistenza, e tuttavia la sola capace, per richiamare un’ultima volta Leopardi, di aggiungere “un filo alla tela brevissima della nostra vita”. La vocazione della poesia (i manager della globalizzazione parlerebbero di ”core business”) è quella di proporre allora una riflessione sulla funzione indispensabile della creatività nella società di oggi e proprio questa sua peculiarità testimonia l’ esigenza di ritrovare intorno ad essa il senso del destino e del percorso esistenziale che ci accomuna. Antonio Filippetti |
2019-06-30
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