articolo 2263

 

 
 
Se torna maggio
 











Il mese di maggio è notoriamente quello più amato e cantato nelle ballate liriche e nelle canzoni. Quest’anno il quinto mese del calendario promette però anche altre cose. Intanto, com’è noto, il primo giorno è consacrato alla festa del lavoro, e qui arrivano le prime perplessità. Si festeggia cioè un qualcosa che esiste sempre di meno e sempre in condizioni più precarie, in contraddizione addirittura con l’articolo uno della nostra costituzione. Viene perciò da chiedersi se sia davvero da festeggiare qualcosa o qualcuno che se la passa molto male o che è prossimo per cosi dire a tirare le cuoia. Forse allora anziché concedersi ai “bagordi” della celebrazione, sarebbe più opportuno - e redditizio – pensare a cosa fare per incrementare le offerte lavorative, in specie per i giovani, viste che la disoccupazione in questo caso ha raggiunto livelli insopportabili per un paese civile, se si pensa che un giovane su tre è al momento senza lavoro.
Maggio vede poi la riproposizione di un evento riturale, qual è quello che si tiene a Napoli per il “Maggio dei Monumenti”, vale a dire il calendario di occasioni offerte ai turisti per conoscere e apprezzare un patrimonio d’arte e cultura per tanti aspetti senza uguali. Ma quest’anno  a maggio cade anche un appuntamento storico, vale a  dire le elezioni europee di domenica 26 che  decideranno con ogni probabilità il futuro del vecchio continente per gli anni a venire. Le previsioni non sono gran cosa, visto che, tenuto conto del disinteresse generale, si  prevede una scarsa partecipazione popolare. Senza contare che dopo l’incomprensibile tiritera che ha coinvolto la Gran Bretagna, proprio i cittadini inglesi sono chiamati a eleggere i propri candidati per un’assise della quale non  vogliono più par parte : un paradosso davvero incredibile. Eppure proprio l’elezione del nuovo parlamento d’Europa potrà dire molte cose non soltanto sulla tenuta (o sulla
progressiva degenerazione) dell’unità socio-politica del continente ma anche su come evolveranno i destini delle prossime generazioni. In gioco non c’è soltanto la scabrosa, endemica questione economica, con tutte le traversie del caso e con l’aggiunta dei timori, spesso infondati, per l’invasione degli immigrati portatori di scompiglio e malessere. L’Europa può viceversa giocare una partita fondamentale sul piano della cultura, poiché nessuno possiede un bagaglio di storia e conoscenza simile. Se solo i futuri governanti sapessero metterlo a frutto nel modo giusto probabilmente avremmo risolto buona parte dei nostri mali strutturali. Con una ricaduta positiva per tutti. La cultura è, infatti, il solo baluardo a cui  appigliarsi per vincere le numerose  storture che ci affliggono, per superare  imposture e fraintendimenti, risentimenti  e ingiustizie.  E per valorizzare, in fin dei conto, lo spirito   dell’umanità.
Antonio Filippetti



2019-04-30