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Tra le numerose iniziative parlamentari alle quali stiamo assistendo in questi mesi a gettito pressoché continuo (salvo poi far rimanere tutto nei cassetti), fa particolare sensazione la richiesta delle regioni di poter godere dell’autonomia amministrativa: una pretesa di tipo soprattutto economico in quanto mira a poter mantenere nelle casse locali il gettito (o una sua buona parte) proveniente dalle entrate fiscali. Ma la misura autonomista avanzata in particolar modo dalle regioni del Nord nasconde anche altri obiettivi. Una volta avallato il meccanismo, infatti, le ricadute andrebbero a colpire anche le provvidenze destinate all’istruzione e alla cultura in genere con esisti gravi ma più ancora con risvolti paradossali. In primo luogo c’è da segnalare una stridente contraddizione con quello che i tempi attuali ci propinano, in altre parole ci impongono. Viviamo, infatti, sempre più in preda ad una vocazione globalizzante, laddove ogni barriera viene superata e cancellata in funzione dei social media e della vita “live” e “on line” mentre tutto si sa (o si crede di sapere) e si condivide nell’sitante, senza ostacoli di sorta. L’autonomia regionalistica contraddice viceversa l’aspirazione universalizzante dei media e rivendica una forma di “sovranismo” d’impianto localistico e con finalità egoistiche. In verità anche in passato una strana pretesa culturale era stata avanzata, sempre dalle regioni a trazione leghista, e consisteva nella pretesa determinazione a contenere il sapere entro i confini regionali. In altri termini si rivendicava, ad esempio, il principio di far studiare in una determinata regione le opere di quegli autori nati nel territorio di competenza: una rottura dell’unità nazionale ma soprattutto una penalità incredibile in termini culturali in quanto impediva la conoscenza di autori e testi, spesso straordinari e di grande utilità formativa: per capirci un poeta come Dante era riservato agli studenti della Toscana mentre i versi di Leopardi potevano essere letti e studiati unicamente dai residenti delle Marche. Quel progetto, a quanto pare, venne accantonato anche se come possiamo facilmente rilevare ogni volta che il ministero della pubblica istruzione cambia inquilino viene fuori una bozza di riforma dei modi e delle forme con cui misurarsi col sapere e la sua trasmissione. Mentre assai poco viene fatto da sempre per dotare la cultura dei mezzi necessari per crescere e svilupparsi sia in ambito locale che nazionale. E chissà cos’altro dovremo ancora aspettarci. Antonio Filippetti |
2019-02-28
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