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E’ davvero straziante dover registrare con ritmo sempre più intenso come tanti ragazzi perdano o distruggano comunque la propria vita nelle notti dello sballo nelle diverse contrade del nostro paese. Ed è certamente doloroso leggere le confessioni accorate dei tanti genitori che si vedono privati d’un colpo degli affetti più profondi. Nella comprensibile emozione che si determina ogni volta all’indomani di un episodio luttuoso, presi dallo sconforto del momento, si finisce anche per restare paradossalmente ai margini del problema, scansandosi ogni volta dalle proprie responsabilità e rinviando per così dire le colpe ad altrui manchevolezze e inadempienze. Occorre dire in realtà che quando si verificano episodi come quello (ma è soltanto l’ultimo in ordine di tempo e vorremmo che fosse davvero l’ultimo) del ragazzo morto a Positano siamo tutti tirati in ballo; è la famosa campana che suona per tutti noi (J. Donne- E. Hemingway). Per meglio capire e nell’auspicio di non veder reiterare episodi del genere, occorre essere decisi e precisi. Qui le responsabilità sono fuor di ogni dubbio universali: investono in primis le famiglie, i tanti genitori che soffrono nelle notti davanti al telefono fino all’alba in attesa di un cenno liberatorio ma che sono gli stessi che poi foraggiano i ragazzi perché possano permettersi di occupare tavoli da mille euro. Sono coinvolte istituzioni e società civile. Dove sono, infatti, i controlli sempre promessi e mai attuati al di là di occasionali passerelle per fronteggiare almeno il traffico di sostanze illegali e nocive come droghe e stupefacenti e cosa fanno i tanti gestori degli open bar interessati unicamente all’incasso della serata e del tutto indifferenti se i giovani si imbottiscono di alcool e vanno magari a sbattere con le auto (anche queste di papà) nel momento del ritorno all’ovile. Ma c’è da dire poi della scuola e della formazione. Dove sono i modelli da proporre e tramandare se l’istituzione stessa è allo sfascio, imbarbarita e discreditata, ottusa e indifferente e laddove i pochi che ancora credono nella propria missione debbono guardarsi anche dal riprendere un alunno visto che corrono il serio rischio di vedersi aggredire dai genitori (magari quegli stessi che aspettano i segnali notturni dai luoghi dello sballo) e finire al pronto soccorso. Né va meglio con la comunicazione. I modelli sono quelli del facile successo propinato dai format dell’incretinimento assoluto, dove si diventa famosi per aver detto sciocchezze o si vincono premi sostanziosi senza sapere nemmeno, per dire, dove sono le Alpi o chi era Leopardi. In un panorama di questo tipo appare perfino logico che nessuno si occupi del prossimo, la solidarietà e la fratellanza sono argomenti ignoti e non fa nemmeno sensazione che al momento del bisogno nessuno sia disposto a fornire un aiuto. Una comunità si definisce tale se si fonda sul principio della solidarietà e sulla cultura della fratellanza. Una volta cancellate dal curriculum di ciascuno resta inevitabilmente lo spettro e poi la comparsa della morte: civile e reale. Antonio Filippetti |
2018-04-30
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