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La scomparsa della cultura |
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Ci sono molti modi per analizzare la crisi culturale che stiamo vivendo, al di là delle periodiche classifiche che rivelano le condizioni certamente non lusinghiere per quanto riguarda la diffusione dei libri, le presenze a spettacoli teatrali o ancor più cinematografici. Senza insistere sulla desolazione che avvolge, in quanto a partecipazione, i convegni e gli eventi culturali in genere. In questo panorama tutt’altro che esaltante si difendono ancora i musei ma ciò è dovuto più che altro alla felice contingenza turistica che richiama dalle nostre parti molti stranieri. In un panorama di tale fatta viene da porsi qualche interrogativo sulle ragioni di questa progressiva disaffezione per la cultura nel suo complesso. La risposta è ahimè abbastanza semplice, addirittura scontata. La cultura non sta a cuore a nessuno, tutt’al più è vista come un “peso” da riservare a vecchi passatisti e retrogradi adulatori del tempo che fu. La riprova patente la riscontriamo proprio in queste ore se prendiamo in considerazione i programmi delle diverse formazioni politiche che si stanno disputando i futuri seggi in Parlamento. Tutti i partiti, infatti, sono impegnati a spararle sempre più grosse soprattutto per ingannare l’elettorato con promesse mirabolanti che dovrebbero assicurare una vita felice: senza tasse e gabelle, con redditi sicuri e lavori garantiti (se graditi e se disposti ad accettarli), senza padroni in casa e fuori, eternamente giovani e spensierati; un’autentica cuccagna, addirittura un eden favoloso, dato che tutto ciò che viene considerato come un fastidioso impiccio, dopo il 4 marzo sarà definitivamente abolito. Si è detto che questa in corso è la peggiore campagna elettorale di sempre, infarcita di partiti personali inventati al momento, con candidati non eleggibili e nemmeno proponibili in quanto non iscritti, come da statuto, nel partito in cui si presentano, con curriculum inguardabili, ecc. Ma il problema non si può liquidare sommariamente; la verità drammatica è che nessuno ha un’idea di come organizzare una politica culturale. E la questione non è secondaria perché è legata a una visione ben più ampia che dovrebbe stare a cuore agli uomini di governo. Con la cultura si misura infatti un progetto di società, si determina una scelta di civiltà, si afferma cosa si intende costruire o restaurare, e in che forma e con quali mezzi e tempi di realizzazione. La cultura dovrebbe essere il “core business” dell’azione di contrasto della violenza giovanile e non solo. Viceversa registriamo la sua scomparsa da tutti i programmi legittimando semmai la sciagurata affermazione secondo cui con la cultura non si mangia. E allora ecco che viene messa nell’angolo, addirittura fatta sparire. S’intende costruire un futuro diverso (lo dicono tutti), ma senza guardare al passato, la memoria (premessa essenziale secondo Giambattista Vico per costruire il futuro) è cancellata del tutto, è vista anzi come un fastidioso intralcio da cui liberarsi al più presto. Forse perché in quel passato che si vuole ignorare ci sono le ragioni del declino e del fallimento che ci attanaglia, una ragione in più per capire cosa fare (o non fare). Ancora una volta sembra dominare invece la politica (politica?) delle “magnifiche sorti e progressive”, il sogno che sedicenti illusionisti intendono proporre a un popolo d’internauti, senza passato e, inconsapevolmente, privi anche di futuro. Antonio Filippetti |
2018-01-31
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