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Si è da poco concluso il salone del libro di Torino e a quanto pare è stato un successo; solo qualche settimana prima ha chiuso i battenti quello degli “scissionisti” di Milano e non è andata così male visto che era la prima edizione. Ora, forse per non essere da meno, Napoli di kermesse del genere ne ha in cantiere addirittura tre. Sulle prime verrebbe da pensare che mai come in questo momento il “prodotto libro” stia andando a gonfie vele. La realtà viceversa sembra dire cose diverse. L’offerta editoriale è sicuramente massiccia visto che in un anno si pubblicano circa cinquantacinque mila titoli; il problema è, purtroppo, che mancano i lettori e mai come in questo caso occorre prendere atto che offerta e domanda non sono per niente in sintonia. I nostri concittadini a quanto pare non amano leggere, semmai preferiscono scrivere. Stiamo diventando un popolo di scrittori (oltre che di santi, eroi e navigatori). Le cifre non danno scampo e sono in questo senso allarmanti. Soltanto quattro italiani su dieci, infatti, leggono un libro (sic!) all’anno, percentuale che si riduce notevolmente allorquando la statistica chiede una lettura più corposa e frequente. C’è poi da sottolineare che il dato si riduce ancora quando si passa ad analizzare la situazione nel Mezzogiorno e in altre aree del paese. Stando così le cose fa quasi tenerezza dover segnalare la generosa testardaggine di chi si ostina a proporre fiere editoriali ed altre cose del genere destinate a valorizzare il mercato librario. Naturalmente il libro andrebbe sostenuto e promozionato non solo occasionalmente ma a ciclo continuo; quello che sorprende è, per così dire, il livello d’ingenua approssimazione con cui si pensa di farlo. In primis occorre prendere atto dell’assoluta indifferenza delle istituzioni, infarcite come sono di personaggi che amano soltanto la passerella rituale e che probabilmente non fanno nemmeno parte di quell’esigua schiera di lettori che qualche libro l’hanno almeno letto. Speculare a tutto ciò appare l’esercito degli “organizzatori” dei premi e dei festival che pullulano senza tregua e si trastullano nell’assegnare e assegnarsi laudi ed encomi. Ma probabilmente il limite maggiore consiste nella incapacità di formare almeno un gruppo compatto in grado di unire le magre risorse (in tutti i sensi) per far causa comune e parlare con una sola voce, senza innamorarsi della propria ombra e lavorando assiduamente con le residue forze disponibili per contrastare soprattutto l’abulia e l’inerzia di chi non riesce a comprendere quanto sia essenziale per la civiltà conoscere e studiare ciò che nei libri (quelli veri beninteso) è racchiuso. Manca in realtà una politica della lettura che dovrebbe chiamare all’esercizio continuo scuole, università, associazioni, accademie, mezzi di comunicazione e realizzare una vera rete d’interessi sparsa sul territorio, dalle Alpi alla Sicilia, senza conflitti di campanile e pretese di primati, ma realizzando possibilmente una fiera itinerante al solo scopo di promuovere e valorizzare quella “sensata esperienza” che si chiama lettura. Antonio Filippetti |
2017-06-01
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