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Sui risultati delle recenti elezioni amministrative si sono esercitati in molti, come al solito, giustificando cioè se stessi con l’immarcescibile pretesa d’”aver visto giusto”. Lascio questa tiritera ad altri, e mi limito ad una semplice riflessione. L’interesse per il voto è acqua passata, le elezioni non hanno “appeal” malgrado lo strombazzamento dei media e dei vari apparati. In particolare nelle grandi città chiunque sia stato eletto è bene che sappia d’essere un sindaco fortemente minoritario rispetto alla volontà di coloro che nonostante tutto è chiamato a rappresentare e amministrare. Infatti col cinquanta percento dei non votanti, il sindaco può a malapena contare sul sostegno al massimo di un venti percento del corpo elettorale; Il che significa che otto cittadini su dieci o lo hanno ignorato o gli hanno votato contro. E stiamo parlando ovviamente del vincitore della competizione. Di questo dato, una volta spente le luci e finito il bailamme elettorale, nessuno però (ovvero nessun eletto), ne terrà conto. E si tratta invece di una circostanza certamente non secondaria che affligge il cuore della democrazia specie in un paese come il nostro dove molti standard di “civiltà condivisa” sono ancora da conseguire. Tuttavia la considerazione più pregnante potrebbe essere un’altra e che attiene al cuore stesso del problema, vale a dire al disinteresse con cui anche eventi per determinati aspetti decisivi, vengono oscurati nella coscienza popolare. Il fatto è che manca “a monte” una politica culturale in grado di far capire il valore della posta in gioco ma più ancora declinare il proprio interesse per tutto ciò che definisce e sostanzia una vera democrazia in termini cioè, di eguaglianza, solidarietà, passione civile, ecc. Viceversa tutto sembra ridursi a beghe di quartiere, interessi settari, litigi da talk-shows e così via. Far rinascere il sentimento della cultura dovrebbe alimentare lo spirito di chi è preposto per così dire a guidare il carro, facendo tesoro dell’ammonimento di Charles de Montesquieu secondo cui “la tirannia di un principe in oligarchia non è pericolosa per il bene pubblico quanto l’apatia di un cittadino in una democrazia”. Qui invece si continua a strombazzare parole al vento, a parlare cioè senza dire nulla. Antonio Filippetti |
2016-06-30
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