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Si sta facendo un gran parlare in questi giorni in merito alla gestione dei beni culturali, in specie nelle grandi città al momento sotto assedio per gli scioperi selvaggi (vedi gli scavi di Pompei) o per l’incuria in cui versano luoghi di grande bellezza architettonica (vedi il degrado di Roma). Pare proprio che le istituzioni non ne vogliano sapere. E questo resta un mistero tenuto conto che il turismo culturale è l’unico segmento che pure in un periodo di crisi economica è riuscito non solo a tenere il passo ma addirittura a segnare un incremento. Spesso poi si parla solo di riporto, ad esempio dell’assenza di un assessore alla cultura nella giunta appena costituita alla regione Campania. E quando si tratta di “chiacchierare” nessuno si tira indietro; in questo caso sono già intervenuti in molti: artisti, intellettuali, giornalisti per denunciare con stupore una lacuna di questo tipo in un territorio come la Campania così ricco di tesori e tradizioni culturali. Il consulente allo scopo designato dal governatore De Luca, il professor Sebastiano Maffettone, dopo un po’ ha sentito il bisogno – era inevitabile - di rispondere alle critiche e far sentire la sua opinione in proposito. Dalla lettura e valutazione ora di questo primo “pacchetto” di posizioni contrapposte nasce un legittimo sospetto ed è quello che alla fine, stando così le cose, c’è il rischio fondato che nulla cambierà per davvero. Il fatto è che tutti sembrano avere ragione. Com’è possibile non avere “istituzionalmente” un rappresentante che si occupi della cultura (e del turismo) in un territorio che potrebbe e dovrebbe vivere di questo? E’ una richiesta sacrosanta, non c’è che dire. Per contro si fa notare che lo scarso “appeal” (per usare un eufemismo) che ha avuto finora una regione come la Campania per quanto riguarda un’autentica valorizzazione culturale è la conseguenza della incapacità anche (o proprio) degli assessori che si sono succeduti in quel ruolo. E come dar torto anche a quest’osservazione? Anche se qui basterebbe dire che il problema sarebbe risolvibile con l’individuazione di una persona veramente all’altezza. Ecco allora il punto: la “querelle” corre il rischio di abbarbicarsi intorno a discussioni “di principio” che non portano da nessuna parte essendo anche preda talvolta di risentimenti – giusti o sbagliati - e di posizioni “a prescindere”. Altre volte e in altri luoghi è successo. E il risultato è stato poi quello di “addomesticare” le voci più ribelli, cercando una condivisione di esigenze anch’esse fasulle o di pura facciata e senza un costrutto concreto. Poi magari alla prima occasione ci consoleremo continuando a ripetere che siamo in fondo gli eredi della grande stagione illuministica, di Giambattista Vico, ecc.ecc. … Antonio Filippetti |
2015-08-01
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