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La crisi che ha investito il mondo occidentale negli ultimi tempi ha provocato numerosi cambiamenti, non solo di stile di vita, ma anche, e diremmo soprattutto, d’ordine mentale. Si è creata e va sempre più radicalizzandosi una granitica disaffezione per la partecipazione collettiva, vale a dire per tutto ciò che comporta un interesse sociale. Dappertutto s’avverte poi un’aria di rassegnazione, di stanchezza, la voglia di rinchiudersi in un individualismo egoistico, spesso astioso, privo di scrupoli pur se sprovvisto di sbocchi concreti. Una spia eloquente è rappresentata, com’è stato più volte segnalato, dallo scarsissimo interesse che ormai rivestono le consultazioni elettorali, di qualsiasi tipo esse siano. In fondo si fa sempre più limitato il numero di coloro che ci credono e soprattutto pensano che col voto qualcosa possa cambiare, e allora la maggior parte se ne sta per conto proprio, e spesso nemmeno è consapevole di ciò che sta avvenendo intorno. E’ un atteggiamento diffuso che può essere compreso e spiegato con il misero appeal delle offerte politiche, con le troppe delusioni patite in tempi più o meno recenti e la progressiva perdita di credibilità degli organismi di rappresentanza, non solo i partiti, ma anche i sindacati, le associazioni di categoria, ecc. E’ una posizione indubbiamente pericolosa; diceva infatti Montesquieu che “l’apatia del cittadino in una democrazia è più pericolosa per il bene comune della tirannia d’un principe in una oligarchia”. In democrazia cioè ci dovrebbe esser posto per tutti, anche per coloro che esprimono dissenso o sono arroccati su posizioni intransigenti; ora viceversa si verifica che essa appare come un guscio vuoto, una chiesa senza fedeli, una democrazia insomma senza abitanti. Il pericolo nasce ovviamente dal fatto che chi sta al potere e gestisce i giochi, pur essendo ormai espressione di una netta minoranza, continua ad agire in nome collettivo, una volta si sarebbe detto in nome del popolo. Il paradosso sta proprio qui, nel fatto che il popolo non c’è o non c’è più. Nasce allora – o almeno così dovrebbe essere – un problema di legittimità: con quale spirito ed in forza di quale legge si dispone in questo modo della cosa pubblica?. La minoranza, che in questo caso si comporta da maggioranza, può fare il bello e il cattivo tempo grazie ad un sistema di manipolazione del consenso - che è proprio quello che manca in termini numerici - ma che viene esercitato grazie ad un meccanismo di persuasione palese e occulta messo in atto dai cosiddetti apparati di sistema. E qui bisogna dare anche ragione a Zygmunt Bauman quando sostiene che la difficoltà consiste non solo nel resistere agli “spot” ma più ancora alle pressioni di coloro che intorno a noi agiscono perché noi stessi ci uniformiamo al loro modo di sentire, ovvero ci impongono un certo standard di pensiero e di vita ( e qui ci sarebbe anche da fare un lungo discorso sul ruolo e sulla natura della cosiddetta “società civile”). Questa minoranza fa soprattutto leva su un gap culturale, o per meglio dire sulla scarsa attitudine intellettuale di quella maggioranza di cui sopra che ha finito per diventare rinunciataria, deponendo qualsiasi voglia o passione civile. Nelle grandi città il fenomeno risulta addirittura più evidente; Napoli, ad esempio, sembra essere diventata la punta di questo iceberg negativo, visto che l’attenzione per il “pubblico” è ridotta al lumicino com’è possibile dedurre dall’ultimo dato elettorale che ha visto recarsi alle urne a malapena il quaranta per cento degli aventi diritto. Sembrerebbe una città che ha definitivamente accettato la propria deriva, che non ne vuole più sapere, qualunque cosa succeda. Eppure questo atteggiamento contrasta con la storia di Partenope, capace ad esempio di liberarsi “da sola”, con la propria forza “popolare,” dall’oppressione nazi-fascista ed in grado di porsi tante volte nella storia, alla testa di battaglie umane e civili di grande rilievo. E fa davvero sensazione vedere oggi che è capace viceversa di mobilitarsi soltanto per una partita di calcio, per chiedere magari l’acquisto o la cessione di un “bomber” e persino l’esonero di questo o quell’allenatore. Antonio Filippetti |
2015-06-30
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