articolo 2065

 

 
 
La democrazia disabitata
 











La crisi  che ha investito il mondo occidentale negli ultimi tempi  ha provocato numerosi cambiamenti, non solo di stile di vita, ma anche, e diremmo soprattutto, d’ordine mentale. Si è creata e va sempre più radicalizzandosi una granitica  disaffezione per la partecipazione collettiva, vale a dire per tutto ciò  che comporta un interesse sociale. Dappertutto s’avverte  poi un’aria di rassegnazione, di stanchezza, la voglia di rinchiudersi in un individualismo egoistico, spesso astioso,  privo di scrupoli pur se sprovvisto di sbocchi concreti.
Una spia eloquente è rappresentata, com’è stato più volte segnalato,   dallo scarsissimo interesse che ormai rivestono le consultazioni elettorali, di qualsiasi tipo esse siano. In fondo  si fa sempre più limitato il numero di coloro che  ci credono e soprattutto pensano che col voto qualcosa possa cambiare, e allora la maggior parte se ne sta per conto proprio, e spesso
nemmeno è consapevole di ciò che sta avvenendo intorno. E’ un atteggiamento diffuso che può essere compreso e spiegato con il misero appeal delle offerte politiche, con le troppe delusioni patite in tempi più o meno recenti e la progressiva perdita di credibilità degli organismi  di rappresentanza, non solo i partiti, ma anche i sindacati, le associazioni di categoria, ecc.
E’ una posizione  indubbiamente  pericolosa; diceva infatti  Montesquieu che “l’apatia del cittadino in una democrazia è più pericolosa per il bene comune della tirannia d’un principe in una oligarchia”. In democrazia cioè  ci dovrebbe esser posto per tutti, anche per coloro che esprimono dissenso o sono arroccati su posizioni intransigenti; ora viceversa si verifica che  essa appare come un guscio vuoto, una chiesa senza fedeli,  una democrazia insomma senza abitanti.
Il pericolo nasce ovviamente dal fatto che chi sta al potere e gestisce i giochi, pur essendo ormai 
espressione di una netta  minoranza,  continua ad  agire in nome collettivo, una volta si sarebbe detto in nome del popolo. Il paradosso sta proprio qui, nel fatto che il popolo non c’è o non c’è più. Nasce  allora – o almeno così dovrebbe essere – un problema di legittimità: con quale spirito ed in forza di quale legge si dispone in questo modo della cosa pubblica?.   La minoranza, che in questo caso si  comporta da maggioranza,  può fare il bello e il cattivo tempo grazie ad un sistema  di manipolazione del  consenso  - che è proprio quello che manca in termini numerici -  ma che viene esercitato grazie ad un  meccanismo di persuasione palese e occulta messo in atto dai cosiddetti apparati di sistema. E qui bisogna dare anche  ragione a Zygmunt  Bauman quando sostiene che  la difficoltà consiste non solo nel resistere agli “spot” ma più ancora  alle pressioni di coloro che intorno a noi agiscono perché noi stessi ci uniformiamo al loro modo di sentire, ovvero ci impongono  un certo standard di pensiero e di vita ( e qui ci sarebbe anche da fare un lungo discorso sul ruolo e  sulla natura della  cosiddetta “società civile”).  Questa minoranza fa  soprattutto  leva su un  gap culturale, o per meglio dire sulla scarsa attitudine  intellettuale  di quella maggioranza di cui sopra che ha finito per  diventare rinunciataria, deponendo  qualsiasi voglia o passione civile.
Nelle grandi  città  il fenomeno risulta addirittura  più evidente; Napoli, ad esempio,  sembra essere diventata la punta di questo iceberg negativo, visto che l’attenzione  per il  “pubblico” è ridotta al lumicino com’è possibile dedurre dall’ultimo dato elettorale che ha visto recarsi alle urne  a malapena il quaranta per cento degli aventi diritto. Sembrerebbe una città  che ha definitivamente accettato la propria
deriva, che non ne vuole più sapere, qualunque cosa succeda. Eppure questo atteggiamento contrasta con la storia di Partenope, capace ad esempio  di liberarsi “da sola”, con la propria forza “popolare,” dall’oppressione nazi-fascista ed in grado di porsi tante volte  nella storia, alla testa di battaglie umane e civili di  grande rilievo. E fa davvero sensazione  vedere oggi che è capace  viceversa di mobilitarsi soltanto per una partita di calcio, per chiedere  magari l’acquisto o la cessione di un “bomber” e persino  l’esonero di questo o quell’allenatore.
Antonio Filippetti



2015-06-30