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La società globalizzata ci ha abituati (secondo alcuni e non proprio a torto, ci ha ridotti), a convivere con gli opposti. Accade anche per la cosiddetta produzione intellettuale. Mai infatti come in questo momento la libera circolazione delle idee e dell’ingegno ha avuto tanto campo aperto nel senso che può esplicitarsi a getto continuo, ad ogni ora, senza sosta. Ed è esattamente quello che avviene per la produzione letteraria laddove si moltiplicano gli operatori con ritmo frenetico. I canali tradizionali sono affiancati, quando non proprio sostituiti, da quelli della sempre più furente tecnologia telematica. Con il risultato, nel caso specifico, che tutti scrivono, ovvero che tutti ritengono di avere , per dirla con le parole di un grande critico (I.A.Richards), “esperienze di valore da comunicare”. Certo non si può penalizzare la legittimità di esporsi o proporsi. Accade però anche che nella fitta rete di titoli ed esperienze letterarie una buona parte resti senza seguito, ovvero senza una traccia in qualche modo “leggibile” o comunque riconducibile a un giudizio apprezzabile. Dalle parti nostre poi la fantasia non manca e ogni giorno anche gli operatori professionali sono sollecitati a misurarsi con sempre nuove idee e altrettante novelle proposte. Ora accade che proprio la funzione critica venga in qualche modo messa a dura prova, nel senso che non rappresenta più (o sempre meno) quella griglia selettiva in grado di distinguere per così dire il grano dal loglio. E allora si determina uno strano scollamento: all’incessante produzione letteraria non corrisponde una simmetrica valutazione “estetica”. Perché questo accade? La spiegazione più semplice sta nel fatto che la quantità delle proposte è talmente massiccia che non si fa in tempo a star dietro a tutte la opzioni. Ma non si tratta solo di questo. La verità più profonda sta nel fatto che la funzione critica si limita oggi a una mera presa d’atto, un notarile riscontro degli eventi senza scendere nei particolari. Anche perché, pur volendo, manca per così dire lo spazio per farlo, tenuto conto di come sono ridotte le pagine culturali dei quotidiani e settimanali e dell’assenza ormai cronica di altri organismi come le apprezzate e “temute” riviste letterarie di un tempo. Inoltre le grandi concentrazioni editoriali impongono, com’è noto, i propri prodotti destinati già in partenza a una vita effimera in quanto deputati a tenere la scena fino al prossimo quadro in un turbinio di cose (e pose) dette e ridette, e assai spesso prive di senso. Senza contare il carosello dei premi e delle segnalazioni che sono sempre più un Barnun di paese privo di significato. E in fin dei conti tutto finisce qui. Accade allora che l’attenzione critica si affievolisca fino a scomparire quasi del tutto. E non a caso fa più notizia ora – giusto per fare un esempio – scoprire chi si nasconde dietro Elena Ferrante, senza dedicarsi semmai a valutare la struttura e il senso delle sue opere. Molti rimpiangono i tempi in cui gli scrittori facevano gruppo e tendenza, anche e soprattutto in termini di proposta poetica: l’epoca dei “figli del sole” in grado di partorire autentici talenti (che, è utile ribadirlo, hanno fatto la storia della letteratura del Novecento) appare un ricordo lontano. Ma chi ha occupato il loro posto – si fa per dire – non solo mostra d’ignorare gli illustri progenitori ma si crogiola spesso unicamente e scioccamente in una “vampata” di successo occasionale o fasullo. Antonio Filippetti |
2015-03-02
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