articolo 2048

 

 
 
Napoli da vicino e da lontano
 







Antonio Filippetti




Accade di dover riflettere in determinate occasioni sul rapporto che molti napoletani hanno con la propria città vivendola per così dire da lontano. Avviene in special mondo quando capita di occuparsi di personaggi illustri e meritevoli che ci lasciano o anche che “dismettono” per così  dire un  ruolo o una funzione di rilievo. E successo di recente con la scomparsa di due eminenti personalità come Pino Daniele o Francesco Rosi e ancora con le dimissioni di Giorno Napolitano da Presidente della Repubblica. In questi casi viene fuori nel comune sentire e rilanciato dai media il loro forte rapporto con la città e la sua gente.
Tuttavia qualche considerazione si  può fare e va per così dire al di là della figura dei soggetti  in questione. I punti essenziali mi sembrano  principalmente  due.
In primo luogo ci dovremmo domandare per quali ragioni  tante personalità, nei diversi campi della vita civile, economica, culturale, ecc.,
si siano distaccate dalle origini, abbiano cioè lasciato le sponde di Partenope per vivere altrove. La domanda più semplice ed immediata  è: si poteva agire diversamente? E in che modo?.
Il contesto cittadino infatti da sempre non offre ai suoi migliori talenti la possibilità di esprimersi adeguatamente. In casa nostra non sono mai state create le condizioni per lavorare  ed emergere di conseguenza. Pensiamo al cinema o alla televisione, alla musica ma anche alle strutture editoriali. Basterà  appena ricordare che anche gli editori del principale giornale cittadino  sono sempre stati nella maggior parte dei casi non napoletani. Chi svolge un’attività intellettuale è giocoforza costretto a cercare altrove fortuna e puntualmente finisce per andarsene a vivere da qualche altra parte. L’elenco è lunghissimo e  sarebbe persino difficile spulciarlo per intero. E’ avvenuto insomma che negli ultimi decenni  i migliori cervelli hanno lasciato la città,
emigrando altrove  visto che la terra d’origine li ha quasi espulsi negando loro  gli strumenti essenziali per operare e sviluppare il proprio talento. E allora in questo caso sarebbe più giusto ovvero più onesto dire che la   città ha lasciato i migliori suoi figli abbandonati a se stessi, senza offrire   appigli  vitali,  e all’occasione sarebbe opportuno mettere da parte la retorica opportunistica e darsi da fare per invertire la rotta e fare in modo che ciò non avvenga più (non almeno in misura così massiccia) in futuro.
L’altro aspetto riguarda proprio coloro che  sono andati via e il modo in cui si propongono nei confronti della città. Nella maggior parte dei casi la posizione dominante appare “fuori contesto”, alimentata  forse anche da quel sentimento di amore/odio che permane in chi si sente defraudato di un suo diritto.  Ma chi ha lasciato Napoli e vive magari da anni inserito in altra realtà, finisce per discettare su
cose che ormai non conosce più e magari si ostina a voler  pronunciare sentenze o ad emettere verdetti che nulla hanno a che vedere con la situazione presente. Non si può per così dire fare del “solonismo” (ci si passi questo brutto termine) quando si sono tagliati i nodi vitali col luogo d’origine, ovvero quando si sono spenti anche  i rigurgiti di rabbia o passione  che accendono l’anima quando si sta ogni giorno sul campo, ora che  si è viceversa  traslocato su  un’altra sponda.  Resta il rapporto “poetico”, il soccorso supplichevole della memoria del passato, questo sì, ma non si  può avere  la presunzione  di suggerire ricette miracolose o, peggio, d’impartire lezioni come spesso avviene. La realtà vera la conosce soltanto chi si misura ogni ora con il contingente, chi vive quotidianamente la precarietà delle situazioni, l’umiliazione di una condizione  spesso ai limiti del sopportabile. Ed ha ancora, nonostante tutto,  il coraggio di insistere e resistere. E al di là di ogni retorica d’occasione è bene ribadire che è su questa fetta d’umanità che occorrerà puntare, sostenendola  e finanche privilegiandola.  Perché se ci potrà essere in futuro un cambiamento o una svolta sarà unicamente in virtù delle lotte e dell’impegno di chi  da questa parte della trincea non si è arreso né ha abbandonato la sfida ed è tuttora  capace di mettere in piedi   autentiche “eccellenze” in diversi settori della vita comunitaria, senza paraventi  di  comodo e animato unicamente da un autentico   spirito di servizio.
Antonio Filippetti



2015-02-02