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Ha destato molto scalpore il fatto che un nutrito manipolo di privati cittadini abbia deciso di dar vita a Napoli ad una libreria con la formula dell’azionariato popolare all’insegna dello slogan “io ci sto”. Lo stupore è con ogni probabilità dettato in primis dal fatto che l’impegno comune viene posto al servizio della cultura, con la volontà di far nascere e crescere uno dei luoghi deputati della circolazione delle idee, la libreria appunto, e proprio in un periodo in cui le “case dei libri” chiudono a getto continuo e senza possibilità di appello seguendo un processo di drammatico impoverimento delle occasioni intellettuali, come purtroppo ho avuto occasione di segnalare a più riprese. Una iniziativa del genere non può ovviamente non essere accolta con favore e con l’auspicio che possa durare e fare proseliti, come pare stia già avvenendo altrove. Proprio l’eccezionalità della proposta induce a qualche riflessione. In primo luogo il coraggio di chi non intende arrendersi di fronte al vuoto culturale che si sta creando intorno alla cultura, nella convinzione che non è possibile assistere impotenti al progressivo deterioramento culturale e alla perdita inserorabile di quelle residue postazioni di resistenza delle idee e dello spirito critico. Una società senza libri è in effetti destinata alla sopraffazione della barbarie, come insegna del resto la storia passata e recente. La seconda considerazione riguarda l’atteggiamento e la funzione delle istituzioni che a tutti i livelli appaiono sorde ovvero inadeguate ormai strutturalmente a perseguire ed orirentare obiettivi culturali. Tutto si riduce all’ossequio formale del momento, alla presa d’atto a cui non segue mai un’azione progettuale, a conferma ancora una volta che nel nostro paese e di conseguenza anche nella nostra città ,una politica culturale non è mai stata fatta e tutto viene lasciato all’iniziativa dei singoli che fanno “quello che possono”, spesso anche loro alle prese con narcisismi ed individualismi pericolosi, al di là dello spirito generoso con cui molti, malgrado tutto, continuano a muoversi e ad agire. E senza una visione generale ed una “guida” istituzionale nel lungo termine (ma come sappiamo anche nel medio e persino nel breve) è assai difficile mandare avanti la barca.Per troppi anni l’attenzione nei confronti della cultura è stata pari a zero e non è nemmeno il caso di ricodare ora tutti i pilastri di questo pervicace smatellamento. A questo hanno concorso anche strutture e personaggi che con la scusa della cultura (del fare cultura) hanno lavorato in senso opposto, pensando ai fatti propri e riuscendo semmai ad incrementare unicamente le proprie fortune. La situazione attualmente è, per dirla tutta, ridotta allo stato comatoso. Secondo l’ultimo rapporto di Unioncamere,ad esempio, la spesa culturale a Napoli è di sedici euro pro capite all’anno, cioè niente, ormai nemmeno il costo di un libro, il che fa il paio col fatto che nel nostro paese otto abitanti su dieci non comprano nemmeno un libro all’anno (attenzione: non comprano ,leggere poi è altra cosa). In un panorama di questo genere, creare un punto vendita librario sa di eroico ed è proprio per questo che la notizia della libreria ad azionariato popolare suscita tanto interesse. La lettura più che un lusso è diventata ormai una specie di reperto raro che si può rinvenire solo per caso ovvero a costo di sforzi sovrumani. Si pensi che anche la diffusione dei giornali è pressochè dimezzata negli ultimi anni e le stesse edicole per poter sopravvivere si sono trasformate in autentici bazar. E’ necessario fare causa comune ma più ancora trovare il modo di far venire fuori dalla lunga latitanza le istituzioni preposte: nella convinzione beninteso che se la città cade a pezzi (ma l’intero paese non sembra che se la passi molto meglio) la cultura può e deve essere l’architrave per reggere il peso che la fatidica “nottata” impone prima - si spera - di passare una volta per tutte. Antonio Filippetti |
2014-08-04
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