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Accade di leggere periodicamente (specie in estate) analisi dedicate al nostro paese da parte dei media stranieri. E a seconda dei casi, ovvero di come spira il vento, siamo portati a consolarci per quello che va fortunatamente bene o a deprimerci per quello che viceversa va inesorabilmente male. Probabilmente andrebbe molto meglio se anziché fermarsi alle valutazioni altrui, ci rendessimo noi stessi protagonisti ogni tanto di una “sensata esperienza” per vedere davvero e da vicino il conto dei profitti e delle perdite. Qui invece continuiamo ad alimentare “querelles” sterili che non approdano a nulla. Pretendiamo d’essere un grande paese di storia e cultura ma poi restiamo invischiati in beghe di periferia, incapaci, a quanto pare, di prendere una qualsiasi decisione durevole o di stilare un programma serio, almeno in parte, condiviso. Alla fine – se consideriamo bene – finiamo per fare sempre le medesime cose. Vale a dire: faremo primo o poi una riforma accettabile della giustizia, del fisco, della scuola? È giusto far pagare il peso della crisi alle classi meno agiate? E se un ex-premier viene condannato in via definitiva deve essere “perdonato” o finire in galera come prescrive la legge? E il rimpasto di governo è utile per mantenere gli equilibri o serve solo a far ruotare poltrone e poltroncine? L’elenco delle quotidiane contumelie è ovviamente lungo e non finisce certo qui. Altrove si lavora diversamente: si fanno progetti ma poi si realizzano. Tanto per fare un esempio, sotto la guida del “nostro” Renzo Piano, è stato costruito in soli tre anni a London Bridge l’edificio più imponente e avveniristico dell’Europa comunitaria, lo “shard” (la scheggia) , alto 310 metri e forte di 87 piani: una meraviglia che è anche volano di business per la capitale inglese. Dalle parti nostre si aspettano anni e anni solo per ottenere i pemessi di legge e capita anche che un’azienda straniera rinunci dopo 11 anni di vana attesa a costruire un degassificatore. Non sappiamo ancora che sembianze avrà un grande episodio di cultura come il Forum Universale delle Culture di Napoli per il quale si sono spesi fiumi di parole (forse anche di quattrini) senza avere un programma preciso e dettagliato su cosa si vuole e si può fare. Si sono avvicendati nel tempo (e speriamo sia finita) direttori e organizzatori ma poi alla fine ci è stato detto che i soldi sono pochi e basteranno appena per qualche iniziativa. Ma questo ce l’ha detto ovviamente il “santone” di turno, ovviamente straniero, chiamato al capezzale in quanto provvisto evidentemente di doti taumaturgiche. E i locali che fanno? Discettano, criticano ma soprattutto aspettano. E alla fine c’è il rischio che finisca proprio così: per chiamare cioè i soliti noti (noti?) a far da cornice nella inevitabile giostra multicolore e multiuso e saranno stilati gli immancabili proclami entusiastici che parleranno di clamorosi successi.Ma tutto sarà poi dimenticato in fretta, perché niente di concreto è stato realizzato. Ovviamente vorremmo augurarci che questa volta non sia così, che un ripensamento salutare sia in grado alla fine di dare corpo ad un episodio di valore: puntando su quello che c’è di meglio: di sacro e di profano. Abbiamo registrato recentemente il successo del museo di San Gennaro e ci siamo inorgogliti per la fila all’ingresso e per qualche migliaio di visitatori. Dimenticando beninteso che il solo “Louvre” – per fare appena un esempio - ha fatto registrare nel 2012 un numero superiore rispetto a tutti i musei italiani messi insieme (11 milioni di presenze contro 10). Il rischio maggiore è quello di proporre ancora una volta una vetrina bella da vedere ma solo per qualche istante, appena il tempo di illuminarla con luci destinate anch’esse, per mancanza di sufficiente energia, a spegnersi in fretta e a lasciare tutto desolatamente al buio. Antonio Filippetti |
2013-09-01
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