articolo 1897

 

 
 
Finzione e realtà
La città “commissariata”
 







di Antonio Filippetti




Probabilmente mai come in questo momento la narrativa  incentrata sulla città di Napoli  o comunque ispirata a Partenope, ha conosciuto  un così vasto numero di opere aventi per protagonista un commissario e orientate  tutte sul registro  del giallo o del noir. Se ne contano ormai in grande numero e quasi sempre  non sono nemmeno casi isolati poiché ritornano puntalmente in serie ad esplorare e raccontare nuove vicende. Alcuni  di questi protagonisti sono  diventati  famosi e forse entrati addirittura nell’immaginario collettivo: il commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni, il commissario “per caso” Ninì  Santagata di Luciano Scateni, il burbero (ma “cuore d’oro”) Ammaturo di Massimo Siviero, ed anche il Max Gilardi di Elda Lanza. Insomma ci troviamo di fronte ad una pletora di investigatori che esplorano, ciascuno a suo modo, la città nelle sue molteplici pieghe.
Questa unità  d’ispirazione non è
probabilmente casuale poiché la città al momento  è sempre più  preda del malaffare e conseguentemente la letteratura (che spia e interpreta la realtà) se ne fa carico proponendoci di volta in volta occasioni di riflessione e di stimolo. Anche se, com’è logico che avvenga in letteratura, tutto è  poi traslato nel registro dell’invenzione.
Ma resta il dato di fondo sul quale si può forse avanzare qualche riflessione. La prima è che l’argomento che attrae lo scrittore e il suo lavoro continua ad essere  la realtà circostante che è al momento decisamente orientata sul versante criminale e malavitoso. Lo scrittore avverte di conseguenza l’urgenza di restituire quella realtà che ormai è entrata  nella sfera delle abitudini quotidiane. Se, per fare un solo esempio, Charles  Dickens ci raccontava l’esistenza dei poveri  nei bassifondi londinesi,  era proprio perché quella costituiva  nella sua epoca  uno degli aspetti più pregnanti e
dolorosi; oggi i narrarori di Napoli (potremmo definirli i nuovi “alunni del sole”) investigano su intrallazzi e malpotere,  imbrogli ed imposture, delitti di camorra e gesta di assassini perché questa è la “materia prima” che la società pone  continuamente sotto gli occhi di tutti.
Ma forse la considerazione più patente può essere un’ altra. Diciamo di carattere più generale con risvolti  psicologici e socio-antropologici.  Napoli  può essere raccontata dai  commissari perché è essa stessa in qualche misura una città  che avrebbe  bisogno d’essere commissariata: incapace di svolgere, secondo  legge, le proprie funzioni normali  e bisognevole di affidarsi appunto  ad “altri” per poter mandare avanti almeno l’ordinario. Non ci vuole molto a capire del resto  quanto sia difficile espletare in città anche operazioni semplici e rutinarie: viaggiare, ad esempio, con la  certezza di raggiungere la meta,  passeggiare
tranquillamente  senza rischiare d’essere scippati o peggio violentati, od anche  trovare un parcheggio accessibile  (e non solo per i diversamenti abili),un  ufficio pubblico disponibile a risolvere una qualsiasi esigenza,ecc. ecc. Ecco allora che occorre  (occorrerebbe) un commissario, in questo caso non quello delle fiction, che indaga, agisce  e alla fine riesce a venire a capo di tutto, ma  almeno un ordinario “amministratore” appena capace di  mandare avanti la quotidianità. Ed a questo punto la realtà, per essere meno amara e crudele, si affida per così dire al fascino e alla speranza della letteratura e al potere taumaturgico dei suoi protagonisti, nell’auspicio che prima o poi un commissario possa  essere davvero  il toccasana per venire fuori da una condizione diventata insopportabile.
Antonio Filippetti

 



2013-07-31