articolo 1876

 

 
 
Castel Sant’Elmo, Saviano e Mark Twain
 







di Antonio Filippetti




Una tra le  pagine  più indimenticabili  dedicate a Napoli la si deve a Mark Twain, uno dei grandi scrittori del cosiddetto “Grand Tour”, vale a dire di quella straordinaria pattuglia di narratori, poeti,filosofi,ecc.  che visitarono la  città tra il Sette e Ottocento fino, diciamo, ai primi del Novecento. Il ricordo torna alla mente allorchè rileviamo  che a Sant’ Elmo ha fatto visita di recente  Roberto Saviano (sono state pubblicate anche alcune foto) prima di incontrare  il “suo” pubblico la stessa  sera nello spiazzo che davanti alla libreria Feltrinelli  fronteggia proprio il grande  monumento.  E a quel castello, uno dei simboli della città,  si è  ancora richiamato  lo scrittore durante la presentazione del suo libro. Si è trattato come si sa di un ritorno dopo sette  anni, un lungo esilio potremmo definirlo, compreso tra due realizzazioni editoriali, tra “Gomorra” cioè e “ZeroZeroZero” e tutta una serie di successi  critici e mediatici ma anche polemiche e diatribe di vario genere. Il tutto ha giovato ovviamente al successo  commerciale dello scrittore  e c’è da suppore che ancora arricchirà il bel palmarès di Saviano.
Ma in verità ora  il punto è un altro. In questi sette anni sono avvenute molte cose e se si volesse tracciare un bilancio, dovremmo concludere   che il barometro segna sempre  cattivo tempo.  Sulle diverse poltrone del potere  si sono avvicendati vari personaggi che hanno elargito tante promesse ma che hanno inanellato anche altrettanti, puntuali insuccessi. Stando dal di fuori ovviamente è più facile “leggere” la situazione ma anche criticare “a priori”, senza sufficienti cognizioni di
causa. Ci si chiede quando arriverà – se arriverà– il momento della reale  condivisione dei problemi e la capacità si dare un’autentica  spallata al malaffare congenito e avviare comunemente un percorso  di risalita.
Perchè non si può continuare a ripetere il “leitmotiv”  in qualche misura persino  strumentale o demagogico  secondo il quale  tutto è sfascio e rovina, il che poi  finisce per risultare  speculare a chi si ostina a ignorare la realtà o a negare  la condizione presente di degrado.
A questo atteggiamento può essere funzionale il successo di un  momento , ma poi, come sta avvenendo, si aprono gli occhi e si riconoscono gli errori commessi e l’incapacità istituzionale di proporre qualcosa di serio e di diverso. D’altra parte, battere ancora la pista   della denigrazione     senza fine – tirandosi fuori dalla mischia – vuol dire inciampare   in tempi medio-lunghi 
-  ma nemmeno tanto  -  nella rete di quella “difesa elastica” che il cosiddetto “sistema” (quello politico-mediatico, non quello camorristico) lancia nei confronti   degli “indignati” o  “irregolari” fino ad irretirli e svuotarli del loro contenuto “rivoluzionario”. Ne parlò del resto efficacemente  negli anni settanta la Scuola di Francoforte e  se ne ebbe un riscontro significativo, tanto per fare un esempio,   con i “contestatori” della stagione “beat-hippie”.
La città “vera” non merita nè l’una nè l’altra cosa. Non a caso è venuto in mente il nome di Twain e la descrizione che ci ha lasciato a propostito della città richiamando Castel Sant’Elmo.  Il testo si riferisce alla gita al Vesuvio compiuta dallo scrittore americano e alla descrizione della città alle luci dell’alba. Vale la pena forse di trascriverlo nella sua parte essenziale: “Vedi Napoli e poi muori. Bene, non ritengo che si debba necessariamente morire dopo
aver visto questa città, ma forse a tentare di viverci  il risultato può essere diverso. Vedere Napoli come noi la vedemmo nella prima alba del Vesuvio, significa vedere un quadro di straordinaria bellezza. A quella distanza le sue sudice case sembravano bianche e dal mare salivano  file e file di terrazze, finestre e tetti su fino al massiccio castello di Sant’Elmo, che coronava quella maestosa piramide bianca dando simmetria, enfasi, compiutezza al quadro. E quando la luce  da lattea si fece rosea  e la città avvampò sotto il primo bacio del sole, il quadro divenne bello al di là di ogni descrizione. Era proprio il caso di dire vedi Napoli e poi muori.Anche la cornice del quadro era incantevole. Di fronte un mare liscio, un immenso mosaico multicolore; lontano, le grandi isole immerse in una nebbiolina di sogno……E’ da qui, dall’Eremo sui fianchi del Vesuvio che si dovrebbe veder Napoli e morire…”Il brano citato,  che si può leggere in Innocents Abroad ,è del 1868.Sono trascorsi quasi centocinquant’anni ma il testo è straordinariamente attuale e può esser letto come  un invito e un augurio per il tempo che verrà.
Antonio Filippetti



2013-05-31