| |
| |
Castel Sant’Elmo, Saviano e Mark Twain |
|
|
|
|
di Antonio Filippetti
|
|
|
|
|
Una tra le pagine più indimenticabili dedicate a Napoli la si deve a Mark Twain, uno dei grandi scrittori del cosiddetto “Grand Tour”, vale a dire di quella straordinaria pattuglia di narratori, poeti,filosofi,ecc. che visitarono la città tra il Sette e Ottocento fino, diciamo, ai primi del Novecento. Il ricordo torna alla mente allorchè rileviamo che a Sant’ Elmo ha fatto visita di recente Roberto Saviano (sono state pubblicate anche alcune foto) prima di incontrare il “suo” pubblico la stessa sera nello spiazzo che davanti alla libreria Feltrinelli fronteggia proprio il grande monumento. E a quel castello, uno dei simboli della città, si è ancora richiamato lo scrittore durante la presentazione del suo libro. Si è trattato come si sa di un ritorno dopo sette anni, un lungo esilio potremmo definirlo, compreso tra due realizzazioni editoriali, tra “Gomorra” cioè e “ZeroZeroZero” e tutta una serie di successi critici e mediatici ma anche polemiche e diatribe di vario genere. Il tutto ha giovato ovviamente al successo commerciale dello scrittore e c’è da suppore che ancora arricchirà il bel palmarès di Saviano. Ma in verità ora il punto è un altro. In questi sette anni sono avvenute molte cose e se si volesse tracciare un bilancio, dovremmo concludere che il barometro segna sempre cattivo tempo. Sulle diverse poltrone del potere si sono avvicendati vari personaggi che hanno elargito tante promesse ma che hanno inanellato anche altrettanti, puntuali insuccessi. Stando dal di fuori ovviamente è più facile “leggere” la situazione ma anche criticare “a priori”, senza sufficienti cognizioni di causa. Ci si chiede quando arriverà – se arriverà– il momento della reale condivisione dei problemi e la capacità si dare un’autentica spallata al malaffare congenito e avviare comunemente un percorso di risalita. Perchè non si può continuare a ripetere il “leitmotiv” in qualche misura persino strumentale o demagogico secondo il quale tutto è sfascio e rovina, il che poi finisce per risultare speculare a chi si ostina a ignorare la realtà o a negare la condizione presente di degrado. A questo atteggiamento può essere funzionale il successo di un momento , ma poi, come sta avvenendo, si aprono gli occhi e si riconoscono gli errori commessi e l’incapacità istituzionale di proporre qualcosa di serio e di diverso. D’altra parte, battere ancora la pista della denigrazione senza fine – tirandosi fuori dalla mischia – vuol dire inciampare in tempi medio-lunghi - ma nemmeno tanto - nella rete di quella “difesa elastica” che il cosiddetto “sistema” (quello politico-mediatico, non quello camorristico) lancia nei confronti degli “indignati” o “irregolari” fino ad irretirli e svuotarli del loro contenuto “rivoluzionario”. Ne parlò del resto efficacemente negli anni settanta la Scuola di Francoforte e se ne ebbe un riscontro significativo, tanto per fare un esempio, con i “contestatori” della stagione “beat-hippie”. La città “vera” non merita nè l’una nè l’altra cosa. Non a caso è venuto in mente il nome di Twain e la descrizione che ci ha lasciato a propostito della città richiamando Castel Sant’Elmo. Il testo si riferisce alla gita al Vesuvio compiuta dallo scrittore americano e alla descrizione della città alle luci dell’alba. Vale la pena forse di trascriverlo nella sua parte essenziale: “Vedi Napoli e poi muori. Bene, non ritengo che si debba necessariamente morire dopo aver visto questa città, ma forse a tentare di viverci il risultato può essere diverso. Vedere Napoli come noi la vedemmo nella prima alba del Vesuvio, significa vedere un quadro di straordinaria bellezza. A quella distanza le sue sudice case sembravano bianche e dal mare salivano file e file di terrazze, finestre e tetti su fino al massiccio castello di Sant’Elmo, che coronava quella maestosa piramide bianca dando simmetria, enfasi, compiutezza al quadro. E quando la luce da lattea si fece rosea e la città avvampò sotto il primo bacio del sole, il quadro divenne bello al di là di ogni descrizione. Era proprio il caso di dire vedi Napoli e poi muori.Anche la cornice del quadro era incantevole. Di fronte un mare liscio, un immenso mosaico multicolore; lontano, le grandi isole immerse in una nebbiolina di sogno……E’ da qui, dall’Eremo sui fianchi del Vesuvio che si dovrebbe veder Napoli e morire…”Il brano citato, che si può leggere in Innocents Abroad ,è del 1868.Sono trascorsi quasi centocinquant’anni ma il testo è straordinariamente attuale e può esser letto come un invito e un augurio per il tempo che verrà. Antonio Filippetti
|
2013-05-31
|