articolo 1800

 

 
 
Gli Stati Generali dell’Autore
Il produttore di conoscenza nel terzo millennio
 











Il 26 e 27  novembre  si sono tenuti alla università La Sapienza di Roma gli “Stati Generali dell’Autore”, organizzati dalla Federazione Unitaria Italiana Scrittori. Quella che segue è una sintesi della mia relazione che  credo possa costituire un utile spunto di riflessione sulla figura dell’operatore intellettuale nel società del nostro tempo.
L’espansione incontenibile della globalizzazione ha prodotto anche nella sfera per così dire intellettuale un profondo cambiamento. La velocità di esecuzione innanzi tutto e la diffusione più o meno planetaria  del prodotto dell’ingegno, grazie appunto alle nuove tecnologie, hanno finito per modificare radicalmente il ruolo e la funzione stessa di chi opera nel settore della cultura.
Ci sono stati indubbi vantaggi ma nel contempo si debbono registrare anche  pericolose “défaillances”. Si potrebbe qui individuare un lungo elenco ma probabilmente le conseguenze negative sono riassumibili
in alcuni punti chiave.
Innnanzi tutto la perdita di senso dovuta alla velocità di circolazione del prodotto intellettuale col suo rapido decadere. Questo significa che un determinato testo, indipendentemente dalla sua matrice (opera letteraria, cinematografica, teatrale,ecc.)vive  uno spazio di tempo assai ristretto e non sufficiente a farsi apprezzare adeguatamente dal proprio interlocutore naturale, decade cioè, e spesso in termini brucianti, prima ancora di aver potuto esprimere tutte  le sue potenzialità. La legge del mercato che impone i suoi ritmi avalla per così dire un processo di consumo che toglie spazio alla vera conoscenza e  comprensione. I libri, come i film o le altre opere dell’ingegno, durano sempre meno il che obbliga gli autori  a loro volta ad una continua  riproposizione di se stessi a tutto svantaggio della qualità. Ci sono ad esempio autori che pubblicano in un anno anche due romanzi o sono presenti nei cartelloni teatrali con più
opere e così via. La società dell’immagine impone la necessità della presenza a detrimento di ogni capacità di riflessione e attenzione.
Si verifica un po’ quello che è avvenuto  in economia  per ciò che riguarda  la produzione del pil: l’imperativo è crescere, non importa come, conta solo andare incessantemente avanti  in un processo assolutamente indeterminato salvo poi accorgersi dell’impossibilità di   reggere  una marcia del genere con tutte le conseguenze del caso e con la constatazione di  quanto fasullo  e inconsistente  sia questo spirito di indiscriminato e perpetuo progesso. 
La verità è che a monte esiste un apparato organizzativo che chiede solo di produrre allungando i suoi tentacoli sulle nuove tecnologie: la televisione in primis e successivamente la rete telematica con tutte le sue derivazioni,  nella convinzione  di conseguire nuovi spazi di ingerenza. Tutto ciò produce viceversa una perdita di
senso, uno smarrimento esistenziale che fa del produttore di conoscenza una figura subalterna al mercato, un’espressione  asservita al potere di turno.
Esiste poi un problema di carattere più generale e che  allo stato dei fatti sembra ormai consolidarsi definitivamente. Nella  società  della  finanza  e dei derivati, il ruolo e la funzione dell’autore sembra essere diventato di secondaria importanza, non è più – ove mai lo sia  stato – una figura centrale per lo sviluppo e la crescita civile. La cultura  nel nostro paese è vista  poi sempre più come  una zavorra fastidiosa e l’operatore intellettuale, quando non si atteggia o comporta come  “giovin signore”, è un fastidioso ingombro dal quale occorre stare alla larga. E’ opinione diffusa  a livello istituzionale che la cultura cioè  è da considerarsi al massimo come un passatempo divertente,  ma sostanzialmente innocuo e quindi scarsamente utile. La poca 
considerazione di cui gode al momento la cultura lo si riscontra del resto nello scrasissimo budget messo a disposizione per la sua promozione valorizzazione. Eppure dovrebbe destare qualche apprensione il fatto che i cinque paesi che se la passano peggio   a   livello europeo,   i codiddetti piig      (Portogallo, Italia, Irlanda,Grecia e Spagna) sono  proprio quelli che destinano  meno risorse  alla ricerca e alla cultura. E qui nasce anche il sospetto che tutto ciò sia in definitiva  voluto, vale a dire che il produttore di conoscenza debba essere tenuto in riserva  poiché è l’unica figura capace di alimentare lo spirito critico attraverso la propria creatività.
L’aver  posto  in qualche modo la “questione autore” con la realizzazione della prima edizione degli “Stati Generali”  appare innanzi tutto come il riconoscimento di uno stato  di  malessere, ovvero  il sintomo di
un’ingiustizia  che merita riflessione e  attenzione: d’ora in poi sarà necessario  continuare l’azione intrapresa con questa “vetrina” proponendo e  attivando strategie concrete per  far sì che la figura autorale torni ad essere un propulsore autentico di civiltà e sviluppo.
Antonio Filippetti                                                                               

Dopo le primarie.Le vittorie di PIRRO
Le vittorie di Pirro insegnano che nelle varie fasi di un  confronto le strategie devono cambiare, per non ritrovarsi
sconfitti nelle battaglie che contano, dopo aver vinto tante volte nei primi scontri.  Oggi Bersani ha vinto un confronto interno, e, grazie anche alla correttezza di Renzi, nel suo complesso la campagna delle primarie ha funzionato. Dopo aver incassato il 60% dei votanti, adesso Bersani dovrà decidere cosa farsene del restante 40% per potersi proporre per il Governo del Paese.  Non può certo pensare che dopo la bella festa gli italiani possano aver dimenticato i vecchi apparati di partito che rincorrono vantaggi personali con metodi impropri, come certi finanziamenti pubblici, ancora nelle casse dei partiti estinti, e con finanaziamenti molto imbarazzanti dalle grandi aziende, che li utilizzando per accaparrarsi o (comprarsi?) le simpatie dei leader. Chi dovrà imporre scelte difficili e impopolari deve essere ineccepibile. Un Bersani vecchia maniera finirebbe col compattare una destra oggi inenistente, molto più di quanto non avrebbe fatto Renzi. E le logiche dei vecchi apparati della politica, che ancora cinchischiano con la legge elettorale e che non mollano l’osso dei privilegi personali daranno nuovo spazio a Grillo, che potrà pescare voti sia nel 40% che ha dato fiducia a Renzi, sia negli scontenti della destra, tutti uniti nel mandare a quel paese chi ottusamente ancora oggi pensa di poter fare a meno di un minimo di morale pubblica e privata.
Se Bersani pensa di governare ripristinando l’eredità della linea PCI-PDS-DS-PD con l’alleanza con SEL e con le varie sinistre che amano dividersi non appena sentono odore di responsabilità di governo, allora ha già perso. Anche se vincerà le elezioni garantendosi la maggioranza con il Porcellum, durerà meno di un anno. Sotto l’assalto isterico delle destre e degli scontenti che parleranno ai megafoni di SEL e di Grillo, e che daranno nuovo fiato a Renzi, un governo così fatto se ne va in frantumi alle prime lenzuolate. Un film già visto. Occorre, invece, governare secondo giustizia, non secondo rivalsa
o secondo schemi ideologici che non tengono conto che il mondo è cambiato, sia all’interno che all’esterno del Pasee.  Bersani ha oggi - secondo me - la necessità di rinnovare profondamente il partito, anche nei risvolti psicologici, laicizzando posizioni ancora ancorate a vecchi schemi, oggi inapplicabili. Occorre pensare ad una sinistra laica, meno ottusa ai richiami ideologici e più in linea con i tempi.  Il lavoro non lo si difende enunciando in tutti i modi che va difeso, ma elaborando nuovi modelli , nuovi contratti, nuovi strumenti di tutela. E questo non lo si improvvisa con gli slogan.
Altrimenti alle truppe di Pirro non basteranno più gli elefanti o le sonanti vittorie alle primarie. Gli elefanti verranno circondati dalla folla degli scontenti, che vedranno nel Governo Bersani l’unico responsabile dei loro mali.  Un Governo così non reggerà all’urto e la destra diventerà più forte di prima. Bisogna, dunque, fare politica, concepire e disegnare nuovi
scenari, saper guardare alla realtà delle cose e della gente, di tutta la gente, non solo dei propri elettori, che difficilmente, su scala nazionale, supereranno il 40% dei voti, che in una democrazia per giunta malata non bastano per governare. Bisogna che SEL e Rifondazione rielaborino la visione del futuro, e non speculino sul dissenso a sinistra per raccattare più voti, altrimenti faranno di nuovo i becchini del goverso di sinistra; Vendola potrebbe fare con Bersani ciò che fece Bertinotti con Prodi.  Soprattutto in presenza di due forti novità capaci di intercettare il consenso: un Renzi non più oggetto misterioso e un Grillo che raccoglie voti più di quanto nessuno avrebbe mai pensato. Una sinistra estrema, che ha sempre pensato di avere il copyright della rappresentanza dei lavoratori e degli oppressi, oggi deve avere a che fare con la democrazia della rete; stiamo andando da una politica dei vecchi partiti con il marchio d’autore verso una politica "Open Source". Questa è una grande rivoluzione. Se si vuol far governare Bersani, è impossibile pensare di chiudere gli occhi al mondo, è perdente continuare ad essere conservatori come i sovietici prima della caduta del muro. Bersani dovrebbe avere la capacità non solo di capire, ma anche di trasformare proprio quelle strutture che, appoggiandolo vigirosamente, hanno portato alla sua vittoria nel confronto interno. Ma la vittoria alle primarie è avvenuta anche grazie agli elefanti. Adesso ci saranno altre battaglie. Se Bersani pensa di affrontarle solo con gli elefanti, sarà stata una vittoria di Pirro. Domenico Liotto

  

 



2012-11-30