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L’Italia e il mito di Jack Kerouac
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di Antonio Filippetti
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Arriva in questi giorni nelle sale cinematografiche il film “On the road”, tratto dall’omonimo romanzo di Jack Kerouac, il capofila indiscusso della “beat generation”. Il libro apparve per la prima volta nel 1957 e solo ora, dopo ben cinquantacinque anni, viene riproposto in una versione “integrale” per lo schermo. Questo lasso di tempo così esteso che intercorre tra le due operazioni suggerisce qualche riflessione anche su come vengono trattate le opere letterarie e quello che esse contengono o rappresentano. Kerouac è stato il guru carismatico di un movimento internazionale che ha fatto proseliti in tutto il mondo e tuttavia la sua opera maggiore viene per così dire riproposta in termini più vasti solo adesso. Il problema è che di Kerouac e della “beat generation” se ne è parlato in questi anni ed anche molto, nel senso l’opera dello scrittore è stata puntualmente al centro di dibattiti, spunti critici e polemici, addirittura oggetto di culto di parte di alcuni movimenti di contestazione,ecc. Il fatto è che tutto ciò è avvenuto secondo la logica ormai acquisita del “dibattito culturale” che si sviluppa un po’ dappertutto nel nostro paese in maniera superficiale, spesso per sentito dire, di riporto, in maniera cioè assolutamente inadeguata rispetto a quello che il soggetto originale rappresenta. E non di rado, ovvero quasi sempre, si sono sentite affermazioni improvvisate e prive di qualsiasi supporto oggettivo, e più spesso ancora autentiche sciocchezze e “gossip” assolutamente insensati. Basterà un solo dato che riferisco con un certo imbarazzo in quanto mi riguarda personalmente. L’opera di Kerouac non è stata mai studiata a fondo come merita e se si esclude – ecco l’imbarazzo – la mia monografia, uscita nel 1975 e qualche altro spunto più occasionale che sistematico, la bibliografia critica risulta carente, semi-deserta o vuota del tutto. Eppure mi è capitato di ascoltare e leggere giudizi e valutazioni sullo scrittore a destra e manca e guarda caso del tutto scontati, generici e niente affatto rispondenti alla “poetica” dello scrittore. Segnalo la circostanza come esempio tipico di un certo modo di argomentare (vale per tutti i settori e non solo per la letteratura) in maniera del tutto inconstistente, senza dati di fatto o riscontri attendibili. E di questo dilettantismo, come si sa, paghiamo il conto ogni giorno. Kerouac venne anche in Italia ed a Napoli in particolare. Successe nel 1966. In occasione dell’uscita del romanzo “Big Sur”, l’editore Mondadori organizzò un tour nelle principali città. A Napoli l’incontro avvenne sei saloni di Villa Pignatelli e fu un autentico disastro. Lo scrittore arrivò ubriaco, imbottito di birra e cognac (il suo cocktail preferito) e non riuscì a stare al gioco. Alle domande sul suo lavoro di tipo ovviamente letterario rispose con invettive sulla guerra del Vietman. Fu contestato duramente con ingiurie e improperie e costretto ad uscire dalla porta di servizio per impedire che l’incontro degenerasse in una rissa incontrollabile. Il sottoscritto, appena fresco di studi, era tra il pubblico dei delusi e certamente non pensava che di lì a qualche anno Kerouac sarebbe morto (cosa che avvenne tre anni dopo, nel 1969, a causa della cirrosi epatica provocata dal gran bere) ma soprattutto non pensava che di lì a qualche hanno sarebbe stato addirittura autore di una monografia sul narratore di Lowell.Certo è che Kerouac non riusci a vedere l’Italia e Napoli, tanto è vero che , come poi raccontò Domenico Porzio che lo accompagno nello sfortunato tour, al momento di ritornare in America gli chiese ingenuamente di spiegargli dove era stato e se era veramente bella l’Italia.Il destino dell’autore di “On the road” era già segnato a quell’epoca perchè già allora risultava impigliato in quella “difesa elastica” che proprio il sistema consumistico che tanto odiava aveva predisposto anche per lui, svuotantolo di quella rabbia creativa che era stata la sua forza e la sua passione all’inizio. Se ne rese conto lo stesso scrittore, ma troppo tardi, come confessò poi in un libro uscito postumo in Italia, “Vanity of Duluoz” affermando come tutto “in fondo è solo vanità”. C’è da augurarsi ora, malgrado il tempo trascorso dalla sua morte, che il film possa riaccendere se non altro la voglia di un’ analisi più continua, ma soprattutto più vera dell’opera e della figura di questo straordinario “angelo smarrito” della generazione beat. |
2012-11-01
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