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Fra le innumerevoli sorprese che la vita ci riserva ogni giorno, c’è anche ora per così dire la sorpresa delle sorprese, vale a dire lo stupore con cui viene accolta a livello mediatico/popolare la constatazione che la cultura è considerata merce di secondo piano se non proprio di scarto. Ed è davvero sensazionale vedere come ci sia turbamento per la sorte dei libri e delle biblioteche che non ricevono la giusta attenzione e considerazione. La prima sensazione di fronte a tutto questo è di sconcerto: e’ un po’ come se avessimo vissuto in un’altra era, forse anche su un altro pianeta e fossimo stati poi catapultati all’improvviso nell’attuale terzo millennio. Nel nostro paese, viceversa, la cultura non è mai stata considerata un bene primario, tanto è vero che da sempre manca a livello istituzionale, centrale o periferico, una vera politica volta a tutelare, valorizzare, disciplinare i vari aspetti che alla cultura attengono o fanno capo. Stando così le cose, al di là delle occasionali intenzioni di buona volontà, il problema non sembra purtroppo risolvibile. Nel senso che arriverà qualcosa sotto la spinta emotiva del momento (le solite promesse a chi sta in agonia) ma poi si cadrà ben presto,come sempre, nel vuoto e nell’abulia. Si è formato ormai un circolo vizioso: chi ha il compito e il dovere di provvedere adeguatamente alla fruizione e conservazione del bene librario (ma diciamo pure del bene culturale in genere) non è attrezzato per farlo, nel senso che è in primis incapace di valutare esattamente la situazione. E così facendo non è un caso che i cosiddetti momenti culturali siano appannaggio di feste di piazza e cose simili. A conferma semmai che la politica del “feste,farina e forca” non è mai andata definitivamente in soffitta. In maniera speculare, occorre dire, coloro che dovrebbero essere poi i “paladini” o comunque tra i principali estimatori e consumatori di quei beni, di norma se ne infischiano e sono presenti solo nelle occasioni “celebrative”, come nel caso in questione della biblioteca di Marotta, assicurando la propria solidarietà di mera ed occasionale facciata. La cosiddetta società civile è assente nel nostro paese – e non solo a Napoli – e si mobilita semmai esclusivamente e seriamente solo se vengono intaccati i propri privilegi ma non è avvezza a battersi per cause nobili o per alti ideali. E meno che mai a fare da tramite per un raccordo tra una cultura alta e d’élite ed un’altra bassa e popolare. Sarebbe interessante pure sondare a questo riguardo quante volte questi finti paladini hanno frequentato l’Istituto di Monte di Dio o anche quanti libri hanno veramente letto nella loro vita. Se continuiamo ad ingannarci non andremo da nessuna parte, nemmeno in quel di Casoria dove pare sia destinato l’immenso patrimonio dell’Istituto per gli Studi Filosofici. Bisognerebbe davvero ricominciare tutto daccapo, trovare ed avviare in primo luogo legami forti tra la scuola e le istituzioni, facendo capire che tutto ciò che l’umanità ha fatto nel corso del tempo è rintracciabile proprio – e solo – nei libri. Ma occorrerebbe anche una seria divulgazione: non risulta purtroppo che una rete televisiva abbia dedicato un solo programma serio - nella fascia oraria che conta – ai problemi della cultura, mentre abbondano su tutti i canali squallidi ed ipocriti siparietti tipici dei peggiori gallinai. La cultura non è un Barnum, è l’espressione della vita degli uomini, delle loro sofferenze, aspirazioni, gioie, paure,speranze e nei libri, come diceva Dostoevskij, c’è l’anelito della perfezione. |
2012-08-31
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