articolo 1748

 

 
 
La cultura in retromarcia
 







di Antonio Filippetti




Che la cultura non goda buona salute nel nostro paese è un dato acclarato ormai da tempo, tanto è vero che non  desta nemmeno più preoccupazione; un po’ come quel malato cronico che se la passa male  e del quale tutti sono al corrente ed accettano anzi  la situazione senza particolari apprensioni.
E’ vero: ogni tanto arriva qualche sussulto, nel momento in cui quel malato di cui sopra  sembra peggiorare ed essere  anzi  arrivato al capolinea: in quel caso si tenta di fare qualcosa,  per sollevare temporaneamnte  l’infermo dalle sue pene ma più che altro  per mettersi la coscienza  a posto. Salvo poi ritornare  all’abituale indifferenza. Nel caso della cultura quando tutto sembra che stia andando in malora, si apre qualche spiraglio, arriva un gesto di buona volontà, uno scatto d’orgoglio, una promessa se non altro -  verrebbe da dire  anche in questo caso - per far finta di essere presenti e sensibli.
E’ accaduto tante volte in passato ed anche di recente, se prendiamo ad esempio in considerazione la situazione della biblioteca dell’Istituto Italiano  per gli Studi Filosofici ovvero la condizione pre-agonica in cui è caduto il Teatro Sancarluccio di Napoli. Sono appena due casi, diversi tra di loro  ma significativi della situazione in atto. Nel momento in cui si sta per così dire per gettare la spugna, arriva una boccata d’ossigeno, ma più ancora  si cerca  di far leva sulla sensibilità collettiva  per tentare di risolvere l’intricata matassa. Tuttavia resta   l’impressione  che  non essendo in grado di trovare e mettere in atto una politica di  programma, si tenta di tirare a campare con qualche “progroga” o promessa. Che succederà prossimamente alla  famosa biblioteca di Monte di Dio ovvero che ne sarà della  storica sala  partenopea nei prossimi mesi nessuno lo può dire  anche perché nessuno mette in campo ipotesi realmente percorribili e soprattutto realizzabili.
Naturalmente il compito primario spetta alle istituzioni, ma come sappiamo queste ultime  sono  perennemente  alle prese con altri problemi  giudicati più urgenti se non più importanti per cui il tempo che resta da dedicare alla cultura è davvero assai scarso. La sensazione che si ricava di conseguenza   è che le “istanze culturali”  (come si diceva una volta) sono un fastidioso intralcio per la corrente gestione della cosa pubblica. Ogni tanto si fa qualcosa, vedi  la leopardiana “Villa delle Ginestre” a Torre del Greco (ma sono passati 175 anni!), ma l’attenzione è sempre più rivolta agli “eventi di stagione”, le kermesse spesso senza capo né coda che  vivono  a loro volta di aspettative ed improvvisazioni.Come sempre  manca una strategia precisa, non si definiscono e anzi restano oscuri  gli obiettivi e si finisce inevitabilmente per navigare senza bussola, con
i risultati (ovvero i non risulati) che vediamo ogni giorno.Eppure si potrebbe davvero fare qualcosa anche a costo zero, ravvivando cioè quelle realtà territoriali che hanno voglia e  capacità  da vendere e risosrse da far valere: piccoli e medi centri culturali, biblioteche e circoli di quartiere, operatori esperti e collaudati in grado di lavorare con successo  anche nelle realtà più disagiate, strutture di volontariato e solidarietà che s’impeganano con passione malgrado le quotidiane difficoltà e morificazioni. Ecco: si potrebbe almeno  tentare di fare sistema con queste professionalità lasciando in disparte le sirene della popolarità a buon mercato che servono solo a ingannare per la durata  del proprio canto.



2012-07-30