articolo 1722

 

 
 
IL MEZZOGIORNO D’ITALIA SIGNORIA DEGLI ABSBURGO DI SPAGNA
 


Abruzzi, Basilicata, Calabrie,Campania, Molise e Puglie: un mondo in piena crisi di trapasso dal Medio evo all’età moderna.





di Emilio B E N V E N U T 0




DA  Carlo V Imperatore a  Filippo  IV, ossia dal  25°  al  28°  dei  suoi sovrani, il Regno di Napoli, dominio della Casa degli Absburgo di Spagna, visse in un mondo un piena crisi di sviluppo, che cercava con gran pena di adattarsi alle nuove idee circa la forma della  Terra, gli orizzonti che oltre il Mediterraneo si aprivano all’uomo, le verità della religione, le nuove possibilità del commercio e i piaceri dell’avventura. Nel secondo quarte del secolo XVI   gli eroi di una intraprendente generazione avevano scoperto di continuo nuovi mondi, nuove fedi e nuove concezioni di potenza e di gloria.
Quattro giovani sovrani, ognuno dei quali aveva più esperienza che anni, avevano tenuto nelle mani i destini politici dell’Occidente: Enrico VIII d’Inghilterra. Francesco I di Francia.Carlo V di Spagna e Solimano il Magnifico di Turchia, Clemente Pp. VII deteneva allora il Sommo Pontificato, Erasmo e Lutero eran giunti
al punto culminante della loro fama, Michelangelo viveva ancora e il Cortez aveva scoperto il Messico.
Il Regno di Napoli, perla della Corona di Spagna, era all’apogeo della sua prosperità. Le  sue industrie del cuoio, della lana, del metallo e della seta non erano ancora state rovinate da stane restrizioni governative spagnole e dalla concorrenza straniera. D’estate, immense greggi di ovini lasciavano i pascoli invernali del Tavoliere di Puglia per quelli nontani del Contado di Molise e dei due Abruzzi e d’inverno esse affluivano da queste tre province al Tavoliere, pagando i loro padroni una tassa elevata per i privilegi a essi concessi: il maggiore degli introiti dell’erario ispano-napoletano.
Così ancor ne cantava, nei suoi sogni di terre lontane, Gabriele d’Annunzio:

Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
Lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i
pascoli dei monti.

Han bevuto profondamenteai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga ne’ cuori esuli a conforto.
Che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì  la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci rumori.

Ah perché non son io co’ miei pastori?

In  Italia c’erano guerre bastanti pwe assicurar bottino e gloria a quanti desiderassero abbracciare la tradizionale e onorevole carriera delle armi. Eppure i  sudditi del Regno di Napoli perla loro forte immaginazione non potevno accontentarsi, al pari degli Spagnoli, del prosaico commercio, dell’indstria. dell’agricoltura o della pastorizia e neppure della guerra: attirati dalle avvwntur e dalla goria delle esplorazioni spagnole, contribuirono largamente alla fondazione del primo grande impero coloniale dopo quello di Roma, sfidando pericoli ignoti,  scontrandosi con strane genti, ammassando anch’essi fortune e assicurandosi fama e onori.
Le prime pepite d’oro che giunsero dall’America tentarono gli avidi di ricchezza. Dopo la scoperta del Messico da parte di Don Fernando Cortez e della sua banda di esaltati briganti, già centiniadi nobili napoletani si aggiunsero alle migliaia di Spagnoli pensando di poterne seguire l’esempio, dato che avevano sentito parlare della grandiosità delle sue gesta più che delle fatichee delle difficoltà  da lui affrontate.  Napoli, al pari della stessa Spagna, nulla sapeva  di tutti gli intrighi e tradimenti tra cui si dibatteva quel conquistatore, il quale combatteva con minor successo
dei guerrieri di Montezuma. Ammiravano  il crudele, inumano e indomabile Pizarro , che aveva navigato sino al paese degli Incas, per impossessarsene di tutto l’oro, senza fare alcun conto della scia di sangue che s’era lasciata dietro di sé.
Le lotte intestine dell Spagna erano finite; non avrebbero più ostacolato quelle spedizioni lontane. Carlo V,  nato fiammingo, era giunto nella penisola iberica quando aveva soltanto 16 anni e parlava stentatamente lo spagnolo. Colpì d’imposte i suoi nuovi sudditi, il che gli permise di arricchire la nobiltà fiamminga e di finanziare la propria elezione al trono imperiale in Germania,ma gli Spagnoli disapprovavano la pompa e lo sfarzo dei buovi venuti, dato che la Coere spanola, durante i secoli di guerra contro i Mori, era stata un’austera accolta di guerrieri e preti militanti. Quando le proteste contro i costumi e le usanze straniere presero l’aspetto di una ribellione in Castiglia e in Aragona (e i Regni di napoi, di Sardegna e
della Sicilia errano vecchi possedimenti aragonesi e con l’Aragona ereditati), Carlo V capì ciò che doveva fare: apprese la lingua e i costumi casigliani, catalani e italiani, sfuttò tutto il fascino della sua notevole personalità, riuscì a renersi popolare e poté perfino ottenere il rispetto degli Spagnoli e degli Italiani, nonostante continuasse a spendere loro denaro in Germania e nei Paesi  Bassi.

                                      



2012-05-23