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Tra i ’chirurghi’ del Tintoretto |
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E allora che tipo era Tintoretto? Davvero un "Furioso" come da soprannome? Uno animato di furore michelangiolesco, tutto teatralità, gigantismo, arditezza? Fu romantico, moderno e passionale? Ha davvero anticipato Caravaggio, l’Impressionismo, il cubismo e gli effetti speciali? E perché Jean-Paul Sartre lo studiò tutta la vita, e quest’anno la Biennale di Venezia lo ha eletto nume della manifestazione aprendo il percorso con due suoi capolavori? Bisogna chiederlo ai restauratori che son lì a guardare con la lente ogni sua pennellata e gesto. Dovrebbe saperlo ad esempio, Giulio Manieri Elia, vicedirettore delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, storico dell’arte e del restauro, signore pacato, che sta lavorando a una delle "Ultime cene" di Tintoretto e che risponde perplesso: "Sinceramente non saprei. Io non mi azzardo a usare termini come moderno, romantico". Ne preferisce altri, più neutri, come: stesure, velature, trame, preparazioni, pigmenti, rapporti cromatici. Nella grande e gelida sala del Laboratorio della Soprintendenza a Cannaregio, intorno e di fronte a una potente tela larga cinque metri e mezzo e alta 228 centimetri, i restauratori sotto la sua direzione si muovono come medici sul tavolo anatomico. Più scienziati che letterati, più fedeli ai fatti che alle opinioni, più propensi a osservare che a giudicare. L’oggetto della loro attenzione è questa "Ultima Cena" dipinta su committenza della Scuola del Sacramento e destinata alla Chiesa di San Polo. Data: 1570 circa. Mid-career di Jacopo Robusti detto il Tintoretto. Uomo che aveva già sconcertato spettatori, scandalizzato chierici, stravolto prospettive, dipinto angeli in caduta, santi a gambe all’aria e avviticchiato gli spazi nelle tele. Non qui però. Non in questa Eucarestia ecumenica dove Cristo porge il pane agli apostoli e gli apostoli lo porgono ai poveri obbedendo a un gioco di diagonali che ritmano lo spazio e alle esigenze di una Confraternita votata al Bene. Bellissima opera, tornata nuova grazie a un finanziamento di Cariparma Crédit Agricole, e pronta ora ad affrontare per la prima volta un viaggio fino alle Scuderie del Quirinale di Roma. Dipinto mai uscito da Venezia, come il suo autore del resto, che lasciò la Laguna una sola volta per arrivare a Mantova e non deve essergli piaciuto. Un sedentario e padre di famiglia (ebbe otto figli e nell’eredità li ricordò tutti, maschi e femmine), legato a calli, ponti e bottega. Piccolo imprenditore come il padre tintore, da cui arriva quel soprannome che non è esattamente un complimento. "Dalle ricette dei tintori", spiega la restauratrice capo Rosanna Coppola, "impara a usare velature su velature e lacche rosse come rifiniture cromatiche. Era nella tradizione della pittura veneta ma che con lui giunge ai massimi livelli". "O anche", aggiunge Manieri Elia, "lasciar trasparire, sulla superficie pittorica, la trama grossa della tela per mettere in vibrazione i colori. Guardi qui, sulla manica di questa giacca, la meravigliosa trama a spina di pesce e come si alterna a pennellate più dense di colore a corpo". Dalla cultura di veneziano artigiano arriva la parsimonia con cui costruisce i suoi famosi e giganteschi "teleri", montando e cucendo pezzi di tele (alcune già usate e dipinte) come un patchwork. In questa "Ultima cena" se ne contano una decina. Quelle più belle le usa per la mensa e la scena centrale, mentre in alto nel buio dei sottoportici, aggiunge pezzette di tela cucite a sopraggitto. "Ai tempi" ci viene spiegato, "la tela standard non misurava più di un metro e dieci di altezza, costava molto e nei contratti spesso era a carico del pittore. Anche i pigmenti costavano molto e non solo come materia pura (le polveri, gli olii) ma anche come lavoro, tempo, preparazione, pulitura di pennelli. Dunque se si esamina al microscopio la materia dei celebri fondi scuri del Tintoretto, ci si accorge che è il risultato di tanti colori diversi. Probabilmente in fine giornata grattava via tutto quello che avanzava sulla sua tavolozza, lo conservava per rimescolarlo e creare il nero grazie alla somma cromatica e all’addensamento. Così otteneva due risultati: un impasto in cui la luce affonda modulandosi e un notevole risparmio". Altro che un Furioso tutto passione. "Il più terribile cervello della pittura" come lo chiamò il Vasari, era un avveduto artigiano e un fenomenale mercante. Se nessuno voleva i suoi quadri, lui li regalava purché il suo nome e la sua opera circolassero. E la committenza della Scuola Grande di San Rocco la ottenne saltando surrettiziamente le regole del concorso. Infine a differenza degli altri pittori non faceva uscire dalla bottega copie ma imitazioni delle sue tele. Aveva capito che spostando qualcosa in una composizione si otteneva un pezzo unico e un prezzo più alto. Ecco. L’uomo e il suo mito. Ecco dietro al pittore potente e visionario il bottegaio che guarda con sospetto i suoi colleghi e quel loro cercare di darsi un tono di cultura e di stile patrizio. "Michelangelo compone sonetti", scrive Sartre, ossessionato dalle ambiguità di Tintoretto ("Tintoretto o il sequestrato di Venezia", Christian Marinotti editore),"di Raffaello si dice conoscesse il latino, Jacopo non apre mai un libro ad eccezione del messale. Nei suoi quadri c’è tutto, ma essi sono muti come il mondo. In fondo questo figlio di artigiano stima solo lo sforzo fisico, la creazione manuale. L’artista è il supremo operaio, si sfinisce lavorando la materia per produrre e vendere delle visioni". Del resto le sue visioni si dovevano difendere da una concorrenza feroce. Tiziano, che era la massima potenza al tempo, non lo amava e aveva indicato il Veronese come suo allievo e successore. E il Veronese era il pittore solare, socialmente introdotto che affrescava i palazzi aristocratici e si permetteva di mettere a contratto l’uso di lapislazzuli e foglie d’oro. Un gran decoratore con virtuose composizioni architettoniche contro cieli tutti luminosissimi e limpidi e "Ultime cene" sfarzose, esagerate e terribilmente mondane. Il più grande competitor di Tintoretto, il cortigiano contro l’artigiano, l’artista star che al microscopio del restauratore si conferma uomo vincente e sicuro di sé: "Veronese imposta tutto con il disegno, già prima di dipingere e quando si mette a lavorare porta a termine il progetto così come l’aveva concepito e come lo aveva concordato con i committenti. Tintoretto invece non fa praticamente disegni preparatori. Si limita a usare una pennellata liquida e curva, quasi un Matisse, per definire approssimativamente le masse e poi interviene sul dipinto procedendo per modifiche e ripensamenti. Sposta le figure, anche più volte. E dissimula appena le correzioni con le velature, ma non ne se ne preoccupa più che tanto". Perché, conclude il direttore del restauro, "quello che gli interessa davvero non è la precisione del dettaglio, ma l’energia della pittura". E per pittura, spiegano, s’intende materia pittorica. Un bitume steso preventivamente sulla tela su cui poi l’artista lavora con la biacca e con i chiari, per costruire volti e mani in un procedimento radicalmente opposto alle tecniche chiaroscurali. Pittura come pura materia che non deve più obbedire alla rappresentazione e alla celebrazione. Spazi che non hanno più una loro centralità. Quadri retti da regole interne. Grumi di linguaggio. Alcuni dissero che con lui si chiude il Rinascimento. Altri che fu il primo dei pittori maledetti. Sartre legge in Tintoretto la nascita del puritanesimo borghese. Per i nostri contemporanei è il primo a rivendicare l’autonomia dell’arte. Ma è solo in un laboratorio di restauro che si riesce a vedere da vicino il rattoppo della tela e il colore mescolato a risparmio. Lì dove l’artigiano vince sull’artista rivive quel figlio del tintore veneziano che si chiamava Jacopo e non riusciva a staccarsi da Venezia. Alessandra Mammì-l’espresso
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2012-02-16
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