|
| |
| |
GONDAR E I SUOI FALASHA
Israele in terra d’Africa.
|
|
|
|
|
di Emilio B E N V E N U T O
|
|
|
|
|
Gondar mi è sembrata la città più interessante d’Etiopia. Gode di un’incantevole posizione geografica, di un clima tutto l’anno mite, di un’antica tradizione culturale e di un centro storico ricco di monumenti pregevoli anche agli occhi di chi vi provenga da Roma.
Ho visitato questa particolare città, unica, può ben dirsi, nel continente africano, ed è proprio questo suo centro storico, conservatovi con particolare cura, a maggiormente interessarmi. La città, che mi si dice fondata dall’Imperatore Fasilidas nel 1635, è occupata infatti da un antico centro murato, edificato in un perfetto stile coloniale indo-portoghese. Non sono, purtroppo, riuscito a sapere se questo insieme di castelli e palazzi, siti all’interno del ‘ makababya ’, il recinto imperiale, sia stato costruito da artigiani nativi di Goa o d’altri centri dell’India portoghese, oppure da manovali etiopi diretti da architetti portoghesi.
Resto sorpreso da questo straordinario ambiente. Non mi immaginavo certo di poter trovare nel cuore dell’altopiano etiopico, ancora popolato da ‘ tukul ’ di paglia e fango, un antico castro. Mi si presentò, infatti, un’altra stranezza di quella stupefacente Etiopia, ove avrei preso dimora per un quinquennio. Superato il centro moderno, sviluppatosi intorno agli edifici costruiti dai miei connazionali durante l’occupazione fascista, avevo raggiunto la porta ‘Inkol Bar ’, l’unica delle 12 porte d’accesso al centro imperiale ancora in funzione.
Oggi, la vecchia città murata è un cantiere aperto ove si affollano archeologi, museologi, restauratori, storici e storici dell’arte, intenti tutti a riportarla all’antico splendore, e da visitatori in crescente afflusso.
La mia attenzione fu presto rivolta al notevole complesso di palazzi che, alla destra della suddetta entrata, comprendevano i Castelli di Fasilidas e di Iyasu e il Palazzo della Cancelleria del Nigus Yohannes: un superbo patrimonio storico, dal severo stile architettonico impresso dal sapiente impiego della locale pietra scura. Altre costruzioni mi parvero non meno interessanti e imdicative d’un elevato livello culturale: dalla Casa della Musica alla cosiddetta Casa delle Nozze e al Castello della Nigist Mentwab. Gli altri edifici minori, ugualmente sorprendenti per la grande purezza architettonica, erano ancor più affascinanti e suggestivi.
Visitai Debra Berhan Selassie (= Monte della Luce), una delle più interessanti Chiese etiopiche, fatta edificare sulle rovine d’una precedente costruzione circolare a pianta, invece rettangolare con allineamento tripartitico da Iyasu, nipote di Fasilidas. Straordinariamente bella, ha un assito in legno del tetto affrescato da varie file di volti di cherubini dai grandi occhi. Sulle pareti sperimentali sono affrescate rappresentazioni della vita del Cristo, della Madonna e di Santi.
Visitai, poi, i cosiddetti ‘ bagni di Fasilidas ’, una delle più singolari costruzioni di questo monarca, circondata da un ampio parco che si estende all’interno di possenti mura e che si specchia nell’acqua di ’un’ ampia piscina rettangolare, alimentata dall’acqua del fiume Qaha.
A nord di Gondar vive tuttora una minuscola minoranza etnica, resto di una ben più ampia, i Falasha, in gran numero oggi in Israele. Popolazione etiope di religione ebraica, non ancora toccata per la sua vetustà dall’insegnamento talmudico, essa ha conservato e osserva gelosamente le credenze, le leggi e gli antichi rituali dell’Ebraismo biblico.
class=MsoNormal> Questo gruppo etnico, che viveva in villaggi appartati nella zona ubicata tra il nord-est del Lago Tana e le pendici delle montagne del Simyen, venne, a causa della persecuzione religiosa operata dal sanguinoso regime derghiano, venne, nella sua maggioranza, evacuato in Israele nel 1990 con un’epica imponente impresa dell’aeromautica militare israeliana, denominata “Operazione Salomone”: Israele organizzò un ponte aereo che trasferì sul suo territorio, in un solo giorno, ben 15.ooo falasha. Detta operazione era stata preceduta, negli anni 1984-85, da un altro importante intervento, denominato “Operazione Mosé”, che salvò dalla morte, a causa della grande carestia, oltre 8.ooo individui.
L’origine di questa popolazione, la cui diversità dalle altre etnie dell’altopiano etiopico, è data proprio dal culto religioso ebraico, è incerta: mentre i Falasha si dicono discendenti dei seguaci del leggendario primo Imperatore etiopico Menelik I, figlio di Salomone e della Regina Makeda di Saba, alcuni studiosi ritengono che essi siano i discendenti di gente paleo-ebraica originaria della penisola arabica, che emigrò nelle regioni del Corno d’Africa tra il 2ooo e il 1ooo a.C., e altri che si tratti dei discendenti d’una popolazione indigena convertita alla religione israelita in tempi biblici dagli Ebrei d’Egitto.
Questo gruppo , che era già conosciuto nella sua entità nei primi secoli dell’era cristiana, dovette affrontare, a causa del grande potere da esso acquisito nel corso degli anni, la rivalità della ben più numerosa comunità cristiana, finchè, sconfitto alla fine del sec. XVI dall’Imperatore Sarta Denger, cadde in disgrazia.
Tuttavia, alla sua spaventosa povertà di oggi si contrappone la ricchezza culturale riscontrabile negli splendidi scritti religiosi: infatti, oltre a copie della Torah e degli altri libri dell’Antico Testamento, ci sono pervenuti vari preziosi scritti apocrifi.
class=MsoNormal> Parto da Gondar per Gorgora, distante una sessantina di chilometri. La strada indicatami, che meglio sarebbe chiamare pista, attraversa in leggera discesa ondulata campi ben coltivati e numerosi villaggi. A 30 chilomentri incontro l’animato mercato di Kola Diba. Le donne indossano il classico ‘ kemis ’ colorato e, al collo, il ‘maleb ’, un cordoncino di colore scuro con appesevi croci, argentee monete e astucci di cuoio racchiudenti testi religiosi o ‘ buda ’ contro il malocchio. Noto che molte donne portano inciso sulle tempia il marchio della Croce: mi si disse poi dal Prof. Berhanu Abebe Gedle che talu usanza era praticata per proteggere i propri figli da ogni male quando erano acora in fasce.
style="mso-bidi-font-style: normal"> Le tradizioni e gli insegnamenti del Cristianesimo etiopico, sopravvissuto a un isolamento quasi bimillenario, vengono attinti non solo dalle Sacre Scritture, da usi e consuetudini, che gli donano un caratteristico fascino esotico che lo differenziano dal nostro.
Il termine della pista mi ha condotto sulle rive del Lago Tana. La cittadina di Gongola, cui sono giunto, fu per un breve periodo la capitale dell’Impero. Essa venne abbandonata per la meno malarica Gondar, posta a quota più elevata. Visito la bella Chiesa, dalla classica forma circolare e tetto di paglia, di Debra Sina Maryam, fatta edificare nel sec. XVII da una figlia dell’Imperatore Susennyos sulle rovine di un’antica Chiesa risalente al 1350. Il solo ‘ Maqdas ’, accessibile soltanto ai Sacerdoti offcianti, è in muratura. Tutto il resto ell’edificio è in legno.
La Chiesa è famosa per gli splendidi dipinti, alcuni più antichi della Chiesa stessa, rappresentanti episodi di vita religiosa.
Vi si sta celebrando la S. Messa. Essa dura solitamente molte ore. E’ iniziata, secondo la tradizione, all’alba ed è accompagnata dal lento ritmo musicale che scandisce il cadenzato battito dei canti sacri di sacerdoti e diaconi, i secondi assistiti dal lento ritmo di tamburi e sistri. Si ringrazia l’onnipotente e misericordioso Dio, cui si fa umile appello qual Padre amorevole, appoggiandosi con l’ascella ai caratteristici “bastoni da preghiera” e si accompagna ritmicamente la prece alternandosi nei cori.
L’aspetto musicale della funzione sacra par molto importante e qui viene considerato una forma d’arte religiosa, anzi la sola capace di raffigurare l’anelito umano al cielo.
I fedeli, che vi assistono compunti e partecipi son qui convenuti prima di recarsi al lavoro nei campi, anch’esso preghiera, e seguono attentamente la S. Messa: alcuni si inginocchiano (il che vidi pur fare da pastori in una splendida Chiesa d’un Monastero della Bucovina), altri, invece, partecipano a essa dall’esterno, perché non si ritengono in istato di “purità”.
w:st="on">La Chiesa Ortodossa d’Etiopia ha ereditato dall’Antico Testamento e attribuisce molta importanza al concetto di purità. Perciò l’accesso in Chiesa è interdetto a coloro che nel giorno precedente hanno avuto rapporti sessuali ,anche se matrimoniali, mangiato carne o assunto bevande alcoliche, pur se in modesta quantità. La purità del corpo è segno della purezza dell’anima!
Rimango stupito dai suoni e dai canti, dall’avvicendarsi dei fedeli. tutti avvolti nello ‘ shamma ’ bianco, simbolo di purità, e nel contempo ammiro, illuminati dalla luce fioca dei ceri, i magnifici dipinti sulle pareti della Chiesa.
style="TEXT-ALIGN: justify; MARGIN: 0cm 0cm 0pt" class=MsoNormal> Il quadro intenso e seducente di questo momento mi richiama per un attimo l’atmosfera, ormai dimenticata nel nostro frenetico Occidente, del Cristianesimo antico, ancora capace di far presa sulle nostre anime, sol che tornassimo a immergerci nel fervore religioso dei secoli lontani del nostro Medio Evo.
E’ con rammarico che me ne parto da Gongola per far ritorno ad Addis Abeba.
|
2011-10-31
|
|