articolo 1579

 

 
 
RUDIMENTI DI STORIA DEL REGNO DELLE DUE SICILIE
I D U R A Z Z E S C H I
 







di Emilio B E N V E N U T O




Carlo III, già Duca di Durazzo d’ Albania, e l’avvento della Dinastia dei Durazzeschi sul trono napoletano.
Resosi padrone nel 1271 di Valona e  Durazzo, Carlo I d’Angiò elevò a Regno i suoi domini d’Albania e il 21 febbraio  1272, in un solenne privilegio, dichiarò di accettare l’elezione a Re d’Albania per sé e per i suoi eredi e di accogliere sotto la sua protezione Conti e Baroni, Militi, borghesi e Università albanesi, promettendo di conservarne gli antichi privilegi. E’ questo il primo Regno d’Albania, che si estendeva dai monti Acroceràuni al golfo del Drin e dalla baia di Valona ad  Aléssio, però con confini poco definiti verso la regione montuosa dell’interno; in complesso comprendeva quasi tutta l’odierna Albania centrale e meridionale.
Capitale ne era Durazzo. Nel 1274 un violento terremoto sconquassa la città; poi gli Albanesi dell’interno la
assalgono, ma ne sono respinti; ribellioni scoppiano nel Regno; l’Imperatore bizantino Paleologo e i Serbi ne tentano a più riprese la conquista, i pirati dalmati vi fanno frequenti incursioni. Carlo I tien fronte a tutti questi nemici; spinge le sue truppe albanesi, provenzali e pugliesi nell’interno dei Balcani, assedia nel 1280 Belgrado e dirige varie spedizioni contro i pirati. Ma le condizioni dell’Albania non migliorano. L’ultimo Vicario di Carlo I nel Regno d’Albania, Rosso de Sully, conquista anche Bérat, ma è poi fatto prigioniero dai Bizantini nel 1292.
Dell’Albania, così, gli Angioini perdono una gran parte: quel che loro resta non si chiama più Regno e viene denominato Gran Dominio Feudale della  Corona di Napoli, che si riduce quasi esclusivamente a Durazzo. Carlo II d’Angiò ne investe il figlio Filippo di Taranto e dai Principi di Taranto Durazzo venne posseduta ininterrottamente fino al 1337, anno in cui la città fu ceduta all’altro ramo dei Conti di Gravina, in
cambio del Principato di Acàia, restando però sotto l’alta signoria dei Re di Napoli, Così il ramo di Giovanni d’Angiò prese anche il titolo ducale di Durazzo, donde la denominazione di Durazzeschi, mantenuta fino alla sua estinzione [ cioè fino alla morte della Regina Giovanna II.
Giovanna I d’Angiò, tredicesima della serie dei sovrani di Napoli e quarta degli Angioini, passò, nel 1363, a terze nozze con Giacomo di Aragona, Infante di Majorca, ma esse non durarono a lungo, perché questi morì in guerra, al servizio del padre, e la Regina rimase in lunga vedovanza, durante la quale ebbe a reprimere e castigare con la confisca di immensi feudi la ribellione di Francesco del Balzo, il molto potente Duca di Andria. Finalmente, sebbene avesse 46 anni, in quei tempi età molto avanzata per una donna,  sposò in quarte  nozze il Principe Ottone, cadetto della Casa di Brunswick, a condizione che egli non assumesse il titolo di Re.
Queste nozze dispiacquero a Carlo, potente Duca
di Durazzo, cui Giovanna, per provvedere alla sua successione, aveva dato in moglie Margherita, figlia di sua sorella Maria e del Duca Carlo di Durazzo ‘senior’, decapitato in Aversa  pel regicidio di Andrea d’Ungheria, dopo avere impetrato la necessaria dispensa pontificia, essendo essi sposi cugini. Quantunque Giovanna non fosse più in età da poter generare figli, pure era da temere il suo nuovo marito, il quale, se si fosse impadronito del Regno e delle sue fortezze con gente tedesca, si sarebbe poi dovuto scacciare con una guerra dall’esito incerto..
Contemporaneamente, il Duca d’Andria, già da Giovanna bandito, indusse Urbano Pp. VI da Prignano (1378-89) a chiamare il detto Carlo di Durazzo a occupare il Regno, indicandogliene la facilità. Urbano lo fece volentieri. Ma Carlo sulle prime dimostrò ripugnanza, per non divenire ingrato alla Regina, sua benefattrice, la quale, venutane  a conoscenza, seppe incitare i Cardinali a procedere all’elezione di un nuovo Papa. Fu
in conseguenza eletto in sua vece Clemente VII. Da qui ebbe principio il  famoso “Grande Scisma d’Occidente”, poiché vi furono partigiani sia di Urbano che di Clemente. Il partito di Urbano prevalse a Roma, per cui Clemente andò a risiedere ad Avignone.  Si ebbe poi Clemente per Antipapa, quantunque avesse avuto a lui favorevoli vari regnanti, popoli e persone ragguardevoli. Non deve però confondersi questo Antipapa con Clemente Pp. VII de’ Medici (+ 1534), eletto nel 1523, riconosciuto da tutta la Chiesa Cattolica.    
Urbano Pp. VI ripeté l’invito a Carlo di Durazzo, per mezzo dello stesso Duca d’Andria, e Carlo si determinò finalmente all’impresa. Allora l’Antipapa Clemente venne a Napoli, magnificamente accolto dalla Regina e dai Magnati. Ma, poiché vi era forte il partito di Urbano, accadde nel 1380 un tumulto, che produsse saccheggi e molte stragi e quindi severi castighi dei rivoltosi, reclutati fra ladroni e masnadieri.
Urbano aveva già
scomunicato Giovanna, privandola del Regno e proibendo ai sudditi di obbedirle.  Carlo si recò a Roma nel 1381,  ricevé da Urbano l’investitura del Regno e fu dichiarato e incoronato Re di Napoli. Vicendevolmente, Carlo diede l’investitura del Principato di Capua e di molte altre Terre, tra cui Lucera, a tale Butillo, nipote del Pontefice. Intanto Giovanna, convinta che le era impossibile il difendersi con le sole sue forze, specialmente perché vi erano tra i suoi sudditi molti partigiani del Papa e di Carlo, stimò opportuno chiedere aiuto al Re Carlo V di Francia, adottando il Duca Luigi d’Angiò, promettendo di farlo suo  erede, e ne stipulò lo strumento il 29 giugno 1380.  D’altra parte Clemente confermò l’investitura del Regno “a Giovanna, durante la di lei vita, e a Luigi in perpetuo”.
Venne Carlo dalla Capitanata con le sue genti armate, unite a quelle del Papa, a Napoli, ove entrò senza incontrarvi resistenza, perché la Regina non ebbe l’aiuto di Luigi, il
quale dovette sospendere la partenza a causa della morte del Re Carlo V di Francia. Si attaccò poi battaglia tra Carlo e il Principe Ottone, quando questi venne da Aversa a soccorrere il Castel Nuovo, dov’era assediata la Regina. Ottone fu sconfitto e rimase prigioniero. La Regina si arrese. Carlò si recò nel Castello a visitarla e la trattò, con ogni gentilezza, da Regina. Le domandò soltanto di farlo erede dei suoi Stati dopo la di lei morte. Finse Giovanna di acconsentirvi e dissimulò allora la sua avversione. Si riserbò solo di parlarne coi Baroni provenzali che erano venuti con le loro galere in suo soccorso. Recatisi costoro da lei, essa, cordialmente sempre più sdegnata contro Carlo, li invitò a mai riconoscerlo per loro signore, anche se avessero visto un qualche suo scritto che lo avesse designato erede, e a obbedire sempre al Duca d’Angiò come legittimo successore in tutti i suoi Stati.
Partitesene i Provenzali, Carlo, scorgendo la Regina sempre meno arrendevole, cominciò
a trattarla da prigioniera, Dopo varie astiose restrizioni, la mandò nel castello garganico di Monte S. angelo ed egli rimase a regnare in Napoli, col nome di Carlo iii, bene accettato, temuto e rispettato da tutti. Consultò allora il Re d’Ungheria sul destino di Giovanna e gli fu risposto che le fosse data la stessa morte che aveva avuto il di lei marito Andrea d’Ungheria. Così fu fatto nel 1382: Carlo la fece strangolare. A ciò tanto più Carlo si affrettò, dacché si sparse la voce che Luigi d’Angiò faceva grandi preparativi per venirla a liberare.
Carlo di Durazzo, così definitivamente stabilitosi sul trono quale quattordicesimo della serie dei sovrani del Regno di Napoli, affrontò  con decisione i pericoli che su lui incombevano. Luigi d’Angiò aveva preparato in Francia notevoli forze contro di lui. Il Papa lo minacciava per l’inadempimento della promessa del Principato di Capua e di altri Stati a suo nipote Butillo. Molti Baroni  parteggiavano per Luigi. Giacomo del
Balzo, figlio del defunto Duca d’Andria e Principe di Taranto, avendo sposato la vedova Agnese, sorella della Regina Margherita, gli era venuto in sospetto per i diritti al trono, uguali ai suoi, che poteva vantare e una possibile protezione da parte del Papa. Costernato da tali pericoli, fece incarcerare la Duchessa di Durazzo,  sorella maggiore di sua moglie. Tentò di fare lo stesso col Principe di Taranto, ma questi fuggì, e poco dopo fece incarcerare la di lui moglie, la quale poco dopo morì per il dolore e i disagi. Venuto in Napoli il Pontefice, egli finse di accordarsi con lui, concedendogli per allora quanto bramava.
Nelle cronache di quel tempo si legge che durante la dimora del Pontefice in Napoli, il detto Butillo entrò con la  forza in un monastero e violentò la più bella e nobile delle monache, Questo sacrilegio produsse grande scandalo e un tumulto. I Governatori del chiostro profanato ricorsero al Re e questi li rimise al Papa. Urbano, invece di punirlo,
scusò Butillo, giustificando la sua mala azione con l’attribuirla a un impeto della giovinezza: ma quel Principe era ultraquarantenne!
Venne nel 1383 Luigi dalla Francia con forze molto superiori al previsto ed entrò nel Regno  senza incontrare alcuna resistenza. Occupò vari luoghi e molti Baroni, giudicandone certa la vittoria, aderendo al suo partito, andarono a incontrarlo. Ma nel bel mezzo di questi suoi progressi  in Terra di Bari, morì a Bisceglie nel 1384. Il suo esercito si sbandò e fece ritorno in Francia.
Ritornato Carlo III a Napoli, trovò che il Papa, seguito dai suoi Cardinali, s’era rifugiato a Nocera, città assegnata al nipote Butilllo. Pensò allora di spedirgli una solenne ambasceria per manifestargli il suo rincrescimento per non averlo trovato a Napoli e per pregarlo di ritornarvi, dovendo conferire con lui su affari di somma  importanza. Gli ambasciatori furono male accolti da Urbano, il quale rimproverò al Re alcune operazioni amministrative.
Sorsero allora nuovi contrasti. Carlo, temendo le conseguenze dell’ira del Pontefice e molto più che, venendo a morte l’Antipapa Clemente, potesse Urbano attribuire ai figli di Luigi d’Angiò il diritto di successione a Giovanna I, decise di assicurarsi della persona del Pontefice. Mandò, al comando di molta truppa, il Gran Contestabile Conte Alberico, a Nocera. La città fu presa e fu assediato il castello, ove, col suo seguito, s’era il Pontefice rifugiato. Alle armi durazzesche Urbano oppose le spirituali: scomunicò Carlo e l’esercito reale e queste sue maledizioni furono più volte ripetute. I Cardinali, che erano in compagnia del Papa, consci del pericolo in cui si ritrovavano rimanendo con lui, lo consigliarono di rappacificarsi col Re. Ciò bastò per gettare nel cuore del Papa il sospetto che i Cardinali favorissero le mire di Carlo e questo sospetto crebbe maggiormente quando fu ritrovata una lettera cifrata diretta a uno dei Cardinali. Furono essi arrestati e il Papa li menò seco, allorché con l’aiuto di Raimondello Orsini e Tommaso Sanseverino, potenti signori della fazione angioina, gli riuscì di scappare dal castello e di andare a imbarcarsi per Genova su galere di quella Repubblica.
Parve a Carlo essergli allora più che propizia la fortuna: morto Luigi, fuggito il Papa, fu invitato da molti Baroni  magiari a salire sul trono del Regno d’Ungheria, per la morte del Re Ludovico. Ma si trovava già di esso sovrana la figlia primogenita di Ludovico, morto senza figli maschi, che con apposito decreto era stata chiamata non Regina Maria, ma Re Maria,  Andò Carlo a tale invito in quel Regno, ove i suoi partigiani menarono tanto rumore che la detta Margherita e Margherita, la di lei madre, finsero di consentire a deporre la Corona di S. Stefano.  Carlo fu quindi solennemente incoronato. Invitato dalle due donne nel loro appartamento per risolvere di comune accordo un rilevante affare di Stato e avendo egli accettato tale invito, fu però, in loro
presenza, fatto uccidere da un sicario per ordine del Bano Nicola di Gara, loro fedelissimo Ministro e correggente, il 27 febbraio dello stesso anno 1386. Morì così Carlo III di Durazzo in età di anni 41 e il suo corpo fu portato a Belgrado per esservi seppellito.
Questa fine ebbe Carlo III di Durazzo, che nelle storie napoletana e albanese fu chiamato anche Carlo della Pace, per avere arbitrato la pace fra il Regno d’Ungheria e la Serenissima Repubblica di Venezia, sebbene egli avesse sempre preferito alla pace la guerra. Fu egli un Principe dalla bella persona e valoroso quanto altri mai. Accecato dall’ambizione di regnare, era divenuto  ingrato nei confronti della sua benefattrice Giovanna I d’Angiò e crudele nei confronti delle sorelle di sua moglie.
Gli successero sul trono napoletano, nell’ordine, i figli Ladislao (1386-1414) e Giovanna II (1414-34), con la quale la Casa di Durazzo si avviò all’estinzione. Ne conserva il mesto ricordo la Cattedrale di Foggia col
sepolcro di Rainaldo (+ 1493), figlio di Francesco di Durazzo, cui è dedicata la seguente iscrizione:

HIC  IACET INSIGNI POPULO DEFLETUS AB  OMNI
RAINALDUS PATRIAE FLOSQUE, DECUSQUE SUAE:
QUEM TULIT IMGENTI DYRACHIA LAUDE NITENTEM
MASGNORUM REGUM STEMMATE CLARA DOMUS
NUNC PATER INFELIX IUVENILI AETATE PEREMPTUM
VIDIT ET EXTINCTUM SIC DOCET ESSE GENUS.
IMBUE, ET M8NDI REBUS SPEM PONE SECUNDIS;
SORS HUMANA MALA EST, QUOD BONA TOTA CADUNT.
FRANCISCUS DYRRACHIUS FIL. DULCISS.
QUI VIXIT ANNOS XXV
OBIIT DIE I SEPTEMBRIS MCCCCLXXXXIII
GEMENS P.

Margherita di Durazzo e il figlio  Ladislao. 
Ladislao di Durazzo, sebbene nella tenera età  di anni 10, fu nel 1386 proclamato XV  Re di Napoli. La Regina sua madre, Margherita, ebbe cura  di  una riconciliazione con Papa Urbano, che 
indusse anzi a proteggere il Re fanciullo quale suo pupillo. Ma con la sua avarizia e con la sua imprudenza essa disgustò talmente i sudditi che i cinque Sedili di Napoli e il popolo crearono una nuova magistratura, detta degli “Otto Signori del buono Stato”, per provvedere che dai Ministri del Re mai più si commettessero ingiustizie. Non bastò, ma mai valse ugualmente ogni sforzo della Regina madre  per abolirla.
Intanto il seme dell’adozione fatta da Giovanna I d’Angiò germogliava. La madre di Luigi II, anch’egli pupillo, fervidamente si adoperò in Francia presso Clemente, per ottenere l’investitura del figlio. L’ottenne infatti e il partito angioino in Napoli si accrebbe.  Tommaso Sanseverino si autonominò Vicerè di Luigi II e convocò un Parlamento in Ascoli, nel quale si designarono sei degli otto Signori del buomp Stato.  Vi furono grandi tumulti a Napoli: si guerreggiò dentro la città tra i due partiti durazzesco e angioino. Margherita si ritirò a Gaeta, che le
fu sempre fedele, e colà si trattenne per ben 13 anni. Napoli era rimasta in potere del Sanseverino e perciò venne assediata dalla Regina.
Nel 1388 da Luigi fu inviata un’armata provenzale sotto il comando del Signore di Mongioja, coi titoli di Vicerè e Capitano Generale. Ma la smodata alterigia di costui e il disgustoso suo procedere indispettirono Tommaso Sanseverino e Ottone di Brunswick, già evaso dalla prigione e nominato Capitano del Regno dalla madre di Luigi; perciò altri capi del partito angioino, essi pure disgustati del Mongioja, si ritirarono nelle loro terre;  Ottone  si schierò per Ladislao.
Margherita, restando a Gaeta,  fece contrarre matrimonio nel 1389 a Ladislao, già in età di anni 14. con Costanza di Chiaromonte , figlia  del ricchissimo Barone Manfredi, che possedeva due terzi della Sicilia. Costei portò una dote tanto doviziosa che con tale denaro la Regina poté supplire alle spese della guerra. Nel seguente anno Bonifacio Pp. IX
Tomacelli, successore di Urbano, diede l’investitura a Ladislao e ne fece solennizzare l’incoronazione.
Alle sollecitazioni dei partigiani angioini Luigi II venne a Napoli nello stesso 1390. Accolto dalle più vive dimostrazioni di affetto da tutti gli Ordini della città e del Regno, gli fu personalmente confermato il giuramento di fedeltà, antecedentemente dato al Vicerè Sanseverino. Si venne a battaglia: il partito angioino la vinse e tutti i castelli si arresero a Luigi.
La Regina Margherita, dopo aver consumato nelle spese di guerra la ricca dote della nuora, determinò, nel 1391, di far divorziare il figlio, per acquistare una nuova dote e un più forte parentado. Cominciò a disporne il tenero cuore di Ladislao, di carattere debole e a lei obbediente, facendogli intendere che il Duca di Monblanco aveva avuto pratica scandalosa con la madre di Costanza, quando era caduta in vedovanza, e che perciò non conveniva a lui, che era Re, di serbare in moglie la figlia della concubina
d’un Catalano.  Si lasciò persuadere Ladislao, avvezzo a mai contraddire la sua dilettissima genitrice, Papa Bonifazio accordò volentieri la chiesta dispensa ex rato et non consummato   ed essa fu solennemente promulgata nella Chiesa Arcivescovile di Gaeta. Costanza, armata della più virtuosa rassegnazione, fu condotta in una  casa privata, con l’assegnazione dei soli alimenti e di poca gente al suo servizio. Né poteva l’infelice dalla sua casa paterna ricevere soccorso, perché essa si trovava in disgrazia, dato che Re Martino di Sicilia aveva spogliato Manfredi, suo padre, di tutte le terre. Ma, dopo quattro anni, i parenti di Costanza giunsero al cuore di Ladislao ed egli in memoria della indiscussa fedeltà di lei, che era stata oggetto delle sue tenerezze maritali, mosso a pietà, la diede in moglie, dotandola, ad Andrea di Capua, figlio del Conte di Altavilla. Si narra  che essa , nel darsi a  costui in sposa, gli disse: “Andrea, puoi tenerti per il più avventurato Cavaliere del Regno, poiché avrai per concubina la moglie legittima del Re Ladislao tuo Signore”. Quando tali parole furono a Ladislao rapportate, egli ne sentì onta e rimorso e cadde in pianto.
Si ripigliò la guerra e Ladislao ebbe la meglio, perché sempre aiutato da Papa Bonifacio. Napoli alla fine gli si arrese, a patto della concessione di varie grazie e privilegi. Ladialao concesse di buon grado agli Eletti la giurisdizione sull’annona. Luigi, che ne ebbe notizia in Taranto, decise di ritornare subito in Provenza. In tal modo quasi tutto il Regno rimase,  nel 1400, soggetto a Ladislao, a eccezione della sola città di Taranto, che per lungo tempo rimase fedele a Luigi.
Rimasto Ladislao in pace, volle nel 1493 passare a seconde nozze con  Maria di Cipro, sorella di quel Re, ma costei gli morì nell’anno seguente. Prede poi, nel 1406, per terza moglie, la Principessa Maria di Taranto, bella ma quarantenne: ciò egli fece per impossessarsi di quel Principato,
che con due assalti non aveva potuto prendere dopo la morte di quel Principe. La Principessa ebbe altamente a pentirsene, dato che il Re, provvisto di due concubine, dormì una sola notte nel letto nuziale.
L’ambizione di Ladislao lo spinse a occupare Roma, in occasione di alcune turbolenze colà avvenute contro Innocenzo Pp. VII Migliorati, successore di Bonifacio Pp. IX e resosi odioso ai Romani. Ma il popolo si pentì subito dell’allontanamento del Pontefice e lo richiamò, scacciando da Roma tutta la gente di Lsdislao, il quale con altre truppe era andato a  investire Perugia.  Quindi il Re si rappacificò col Papa, il quale morì poco dopo.
Il nuovo Pontefice Gregorio Pp  XII Corrario, essendo obbligato ad abbandonare Roma nel 1407 per le controversie nate dal volersi spegnere lo Scisma di Avignone, Ladislao approfittò di tale momento e ritornò a Roma con un buon esercito, lussureggiando – si disse – con le sue donne.  Dopo una certa resistenza la città gli si
arrese a onorevoli condizioni ed egli se ne tornò a Napoli. Ma dopo alcuni mesi Roma riprese le armi e scosse il suo giogo, con molta strage dei Napoletani.
In questo stato di cose Luigi II d’Angiò ritornò alla conquista del Regno, chiamatovi dal Pontefice Alessandro Pp. V Filargo. Giunto a Pisa, colà in Concistoro questi, nel 1410, scomunicò Ladislao, lo privò del Regno e ne diede l’investitura a Luigi  Morto Papa Alessandro nello stesso anno, il successore Giovanni XXIII Cossa ebbe gli stessi e anzi migliori sentimenti per Luigi.  Questi, unito a Paolo Orsini e a Braccio, venne a battaglia con Ladislao nei pressi di Cepperano e, dopo un forte combattimento vinse. Non seppe però – fu detto - avvalersi della vittoria, perché  non avanzò oltre, come doveva, per conquistare il Regno. Fu  in verità la mancanza di denaro a rendergli impossibile il proseguimento.  Intanto il Pontefice,  dovendo assistere al Concilio Generale convocato a Costanza nel 1414,
si era disinteressato dell’impresa di Napoli; anzi consigliò Luigi a differire ad altro tempo la guerra. Così fu fatto. Luigi ritornò in Provenza e poco dopo, nel 1411, morì, lasciando tre figli.
Papa Giovanni, prima di partire per il Concilio, stimò prudente rappacificarsi nel 1412 con Ladislao.  Ma questi non seppe conservare la pace. Il Pontefice aveva commesso a un  Capitano di debellare un tale Fra’ Vico, a lui ribelle, il quale si attribuiva il titolo di Prefetto di Roma. Partito il Pontefice,, Ladislao, sapendo che  le cose non andavano bene per Papa Giovanni nel Concilio,  diede, nel 1413 soccorsi al ribelle e nel 1413  occupò Roma.
Ladislao era bene informato. Il futuro Giovanni Pp. XXIII, il Card. Balldassare Cossa, che di Alessandro Pp. V aveva appoggiato l’elezione nel 1409, se ne era poi servito come facile strumento. Quando Papa Filargo era poi morto a Bologna nel 1410, sorse  però il sospetto che fosse stato avvelenato dallo stesso
Cossa, divenuto  Papa nello stesso anno. Nel Concilio Generale  del 1414  tenuto a Costanza e cui non aveva mancato di assistere, gli erano state mosse  accuse, non di avvelenamento del suo infelice predecessore cretese, ma quelle parimenti gravi di simonia e di costumi dissoluti,  dalle quali spaventato era fuggito a Sciaffusa, protetto dal Duca  Federico d’Austria. In effetti,  fatto prigioniero poco dopo, Papa Giovanni fu deposto nel 1415 dal Concilio, che ne dichiarò irrita, nulla e priva di ogni conseguente effetto giuridico l’elezione  ed elesse im sua vece Martino Pp. V Colonna.  Trasferito poi a Eidelberrga, il Cossa ottenne la libertà, venne a Firenze, ratificò la sua rinuncia alla tiara pontificia e fu benignamente accolto dal nuovo Papa, che lo nominò Decano del Sacro Collegio.  Morì a  Firenze nel 1419.
V’erano in quei tristi tempi alcuni, praticanti il mestiere di Capitani di ventura, che servivano a soldo ora un
Principe, ora un altro, indifferentemente, in modo che, terminato l’assoldamento con uno, andavano  a servire anche il suo avversario, senza alcuna taccia di tradimento e senza che fosse serbato rancore. Fra questi si distinguevano Braccio Montone de’ Fortebracci di Perugia ,  Orso e Paolo Orsini e il famoso Muzio Sforza da Catignola, i quali erano a capo di numerose e ben addestrate truppe. Avevano tutti costoro servito il Papa contro Ladislao e perciò, quando più erano formidabili, tanto più Ladislao li ebbe in odio e li disprezzava come ciurmatori e gente infida. Con l’intento  di distruggerli, ingannevolmnte li prese al suo servizio e li fece venire a Napoli, Essendosi ammalato gravemente, ordinò la decapitazione di Paolo Orsini, ma sua sorella Giovanna, che  governava in ogni caso di sua assenza o impedimento, non fece eseguire un tale ordine e diede ad intendere al Re di avergli obbedito.
Ladislao aveva meditato di portar la guerra in Toscana, per
conquistarla e di là taglieggiare le terre della Lombardia e della Romagna.  Questo disegno, da lui dissimulato ma ben compreso dai Fiorentini, gli fece perdere immaturamente la vita. Mentre egli, ciò macchinando, temporeggiava a Perugia, i Fiorentini spesero una grande somma per indurre un avido medico perugino, padre di una turpe di lui amante, perché lo avvelenasse. Il medico, per maggiore sicurezza, non si curò della vita della sua stessa figlia. Infatti Ladislao si ammalò, benché dapprima lievemente e senza comprendere la causa del suo male. Si aggravò poi a tal punto che, volendo rimpatriare, dovette farsi trasportare da una delle sue galere a Castel Novo, dove dopo alcuni giorni morì in età di anni 39. La sorella Giovanna provvide a farlo seppellire con grande pompa in S. Giovanni a Carbonara. Correva l’anno 1414.
Fu Ladislao bellicoso e valoroso, ma accrebbe assai il numero dei Baroni e impoverì il patrimonio reale per le molte vendite. Ambizioso quanto altro mai, non
brandì la sua spada se non per usurpare le terre altrui e a tale scopo egli tutto sacrificava. Le armi, durante il suo regno, soffocarono lo splendore delle scienze. Ebbe tre mogli, Costanza di Chiaromonte, Maria di Cipro e Maria di Taranto, ma da esse non ebbe figli.  Da  una delle molte sue concubine ebbe un figlio, chiamato Rinaldo. Lo nominò Principe di Capua, ma lo fu solo di nome.
Sic transit gloria mundi! Giovanna ii di Durazzo .
Giovanna II, sorella di Ladislao, fu immediatamente, alla morte di costui, nel 1414 chiamata al trono. Fu quindi la XVI dei sovrani di Napoli. Era, allora, già vedova del Duca Guglielmo d’Austria e senza figli.  Donna di una beltà non sorprendente, ms seducente per grazia e cortesia, saggia, ma incostante e leggera,  troppo incline alla voluttà, divenne  non solo impudica, ma per la sua raffinata bizzarria non chiamava al suo
servizio che giovani belli e robusti. Quindi avvenne che si trovò presto in balia dei suoi favoriti. Nondimeno essa represse melti abusi e riformò l’amministrazione della giustizia.
Alla morte di Ladislao, la disciplina militare era del tutto venuta meno. I  soldati, non pagati e mal vestiti, si arruolarono nelle bande dei Capitani di ventura o andarono a servire altri sovrani. Furono perciò perdute quasi tutte le terre della Campagna di Roma.
Giovanna era follemente innamorata d’un suo coppiere, tale Pandolfello Alopo. Divenuta Regina, lo nominò Gran Camerario e gli concesse di amministrare liberamente. Era allora lo Sforza il principale Capitano del Regno e molto celebre per le sue imprese. Spesso egli si recava dalla Regina per affari del suo impiego. Questa frequenza ingelosì Pandolfello al punto che lo accusò di tradimentp di alto tradimento e lo fece dalla Regina incarcerare. Dispiacque ciò grandemente alla maggior parte dei Baroni, i quali  protestarono e fecero
capire alla Regina le pessime conseguenze d’un tale procedere non solo ingiusto,ma anche imprudente. La Regina e lo stesso suo favorito  si convinsero dell’errore: lo Sforza fu liberato e, nominato pure Gran Contestabile, sposò  Caterina, sorella di Pandolfello.
Gli stessi Magnati del  R. Consiglio sollecitarono la Regina  a prender marito, sia per avere dei figlli, necessari  acché la continuità della dinastia  assicurasse la stabilità e l’indipendenza del Regno, che per avere un coniuge, che dividesse con lei il peso dl governo. Giovanna contrasse perciò il matrimonio con  il Conte Giovanni della Marca della Casa Reale di Francia, vedovo anch’egli, discendente di San Luigi, ma ben lontano dalla possibilità di successione sul trono francese.  Temettero allora i Nobili un dispotico Duumvirato.  Perciò si fecero ricevere da Giacomo, lo salutarono  Re e l’informarono di tutto ciò che accadeva a Corte, affinché, agendo da vero Re e non
più da Conte, ponesse gli opportuni rimedi ai tanti mali. Il solo Sforza che, in nome della Regina, gli era andato incontro, lo aveva salutato  Conte. Giovanni fece le sua solenne entrata in Napoli nel 1415 e subito seguirono le nozze. La Regina, adattandosi alle circostanze, lo dichiarò Re insieme con tutti gli astanti.
L’indomani furono d’ordine del  Re arrestati lo Sforza e Pandolfello. Quest’ultimo, sottoposto alla tortura, confessò la sua tresca con la Regina e l’’ascendetnte preso su di lei. Fu subito condannato e messo a morte nella pubblica Piazza Mercantile: imdi il suo corpo fu vilmente trascinato per i piedi pet tutta la città. Ordinato ciò, il Re cambiò tutta la Corte della Regina, immettendovi Francesi di sua fiducia con l’incarico di sorvegliarla strettamente. Dispiacque tanto eccesso ai Signori del Regno, anche perché si vedevano in tutto posposti e negletti, mentre ogni cura e tutti gli uffici erano attribuiti a Francesi. Fattane discrete rimostranze al Re,
lo supplicarono di trattar bene la loro Regina e di permettere loro di visitarla: ciò fu loro prudentemente permesso.
Il più disgustato di tutti era  Giulio Cesare di Capua, uomo orgoglioso e invasato dall’ambizione, il quale, per essere stato il primo a salutare Re Giacomo e informarlo di quanto avveniva a Corte, credeva di dover essere premiato. Meditando di vendicarsi dell’essere stato trascurato, voleva occupare il posto di Pandolfello. Andò quindi a visitare la Regina e scioccamente si offrì di uccidere il Re, per liberarla dall’odioso suo trattamento. Ma la Regina, che sapeva quano lui aveva operato a dano suo e dell’amato  Pandolfello, finse di restare indecisa e gli disse di ritornare. Informò del fatto il Re e concertò col medesimo che questi di tenesse dietro una cortina alla venuta di Giulio Cesare; così il Re intese con le sue proprie orecchie il disegno del propostole suo assassinio e la finta accettazione della Regina. In questo modo lei si vendicò di Giulio
Cesare, ma non raddolcì l’animo del marito. Il traditore fu subito incarcerato col suo segretario e dopo due giorni furono entrambi decapitati.
Questo fatto gettò nell’animo di Giacomo il veleno della timorosa  e irrequieta diffidenza. Temendo di chiunque volleisolarsi del tutto, né più volle ricevere i suoi stessi amici Baroni e Cavalieri. Continuò a mantenere la Regina in restrizione e importunamente sorvegliata, la qual cosa fece perseverare  nei suoi confronti l’astio non solo della Regina, ma pure di tutti i Nobili e Signori.
Avvenne nel 1415 che, avendo avuto la Regina licenza di recarsi a desiare nel giardino d’un  Signore fiorentino, vi accorse un grn numero di Nobili e popolani. Mossi tutti a compassione dallo stato di sfinimento, in cui videro ridotta la loro legittima sovrana, si ribellarono e a mano armata la condussero prima nell’Arcivescovato e di là a  Castel Captano, al grido di “Viva la Regina Giovanna”; il Castellano, aderendo al moto, le
consegnò le chiavi del castello.  Questa generale rivolta andò tant’oltre che si temettero grandi mali.  I  membri più prudemti dei Sedili fecero eleggere dei deputati,incaricatidi trattare un accordo col Re, il quale, sbigottito, s’era rinserrato in Castel dell’Uovo. FU conchiusa una Capitolazione,im cui si convenne che il Re e la Regina tornassero a vivere in piena concordia insieme e che mai più il Re com le sue ingiuste diffidenze e i suoi bruschi modi desse motivo di disgusto ai Napoletani.
La vittoriosa Giovanna, in esecuzione di questo capitolato, poté riformarsi una sua Corte, composta tutta da Napoletani. Nominò Gran Siniscalco Sergio Caracciolo, detto comunemente Ser Gianni, robusto quarantenne di bellissimo aspetto, e ordnò l’immediata liberazione dello Sforza, da gran tempo in prigione.
Litigarono fortementeuna sera il Re ela Regina,  perché questa com somma decisione voleva che fossero espulsi dal  Regno tutti i Francesi. Il Re, insolentito,
si ritirò nella sua camera e la Regina gli pose di guardia variuomini, col divieto di farlo di colà uscire; il giorno seguente fece in modo che, entro la settimana, tutti i Francesi se ne andassero via.
Così il Re rimase prigioniero e il Regno fu in mano di Sergio Caracciolo, nuovo e più gradito amante della Regina. Grande invidia si destò contro di lui, ma egli,da buon politico, seppe accontentare tutti, distribuendo le cariche già occupate dai Francesi. Il solo Sforza, ribelle e intollerante, gli fu mai possibile ammansire. Questi suscitò un tumulto e con la forza delle armi diede molta inquietudine a  Sergio e Giovanna, così da costringerli quasi a capitolare. Per buona ventura si rappacificarono poi e andarono per molto tempo d’accordo.
Il Pontefice  Martino Pp. V Colonna, sollecitato dal Re di Francia a pretendere la liberazione di Re Giacomo dalla prigionia, si interpose e l’ottenne. Fu questa occasione per  un accordo sui rapporti tra la Chiesa e il Regno e
alla Chiesa furono restituite le piazze occupate da Ladislao. A Giovanna fu data la solenne investitura ed essa fu incoronata nel 1419 per mano del Legato Apostolico.
Giacomo, indispettito dal ritrovarsi privo di alcuna regia autorità, anzi con una moglie infedele, se ne andò prima esule a Taranto, poi ritornò in Francia, per vivere tranquillo nella sua casa; anzi volle dopo farsi monaco. In tal modo Giovanna, ormai cinquantenne, rimase contenta d’esssersi liberata da un tanto per lei molesta compagnia.
Il Siniscalco Sergio Caracciolo rimase però cosìostile allo Sforza, che questi, da lui avversato, sollecitato da molti Baroni, s’indusse a fare appello a Luigi iii d’Angiò, figlio del defunto Luigi II, perché movesse alla conquista del Regno, dimostrandogliene la facilità eoffrendogli il suo aiuto per la realizzazione dell’impresa. Il Duca Luigi accettò l’invito e l’offerts , gli mandò 30.ooo fiorini e lo nominò suo Vicerè e Contestabile. Subito lo Sforza venne a Napoli con le sue
milizie. Baldanzoso, s’accampò davanti al mare, al  fine d’impedire l’entrata d’ogni sorta di viveri e vettovaglie, e incitò la città a innalzare la bandiera di Luigi.
Il pericolo era grande e Giovanna e Sergio, vista la difficoltà di potersi validamente difendere, chiesero aiuto al al Papa, ma invano; si disse anzi che il Pontefice, disgustato della Corte di Napoli, che aveva negato sussidi allo sforza venuto in suo soccorso contro Braccio, permise allo stesso l’appello a Luigi e gli spedì una Bolla che dichiarava che l’inestitura di Giovann non pregiudicava i diritti di Casa d’Angiò.
In questo nonfelice stato di cose Giovanna, per avere aiuto da Alfonso d’Aeagona, lo adottò per figlio, ssegnandogli il Castel dell’Uovo e lil Ducato di Calabria come Principe Ereditario. Assoldò Braccio, che era il maggiore Capitano di ventura in Italia e, oltre al soldo,  dovette dargli l’investitura dell’Aquila e Capua. Subito venne  costui con 3.ooo cavalieri, sconfisse
l’esercito dello Sforza, che gli ostacolava il passo e giunse a Napoli.  
Venne quindi anche Alfonso e vi fece il suo ingresso con magnifico apparato nel 1421. La Regina lo ricevette nel Castel Nuovo con grande affetto e gioia. M una preoccupazione la macerava.  Memore di quanto era accaduto a Pandofello, temeva per Sergio; eppure prudentement e ella seppe nascondere questo timore e dissimulare allegrezza.  Seguirono poi combattimenti con Luigi e riuscì ad Alfonso, anche per il favore del Papa di recuperare molte località del Regno occupate dal nemico.
Si godevano a Napoli tranquillità e calma, ma la città fu subito avvelenata da dissidi insorti fra la Regina e Alfonso. Sergio aveva inoculato nel di lei cuore il verme del sospetto  e del timore che i figlio adottivo le divenisse ingrato, spogliandola del Regno e della libertà, contro i patti dell’adozione. Questo sospetto s’ingigantì allorché si vide che Alfonso si faceva rendere omaggio dalle Terre
occupate e dai Baroni, che venivano a visitarlo. La Regina, soverchiamente intimorita rimase guardinga nei confronti di Alfonso e se ne allontanò. Non volle più risiedere con lui nel Castel dell’Uovo e rimase tutta sola  in Castel Captano.ove furono rare le visite di Alfonso, peraltro freddamente accolte.  Questi si avvide di tale cambiamento e comprese bene che tutto aveva origine da Sergio. Dubitò che da lui si ordisse qualche trama e nel 423 lo fece incarcerare. Immddiatamente dopo si recò dalla Regina e questa, maggiormente insospettita, fece chiudere le porte e non volle riceverlo.  Ne nacquero confusione e disordini tra Aragonesi e Napoletani.
Nella costernazione in cui si vedeva, alla Regina parve miglior consiglio chiamare lo Sforza da Benevento perché la liberasse. Venne lo Sforza, sconfisse l’esercito di Alfonso che gli resisteva e  assediò Castel Nuovo. Visitò la Regina, che con tutta l’effusione del suo cuore lo chiamò suo liberatore. Così riportò in
città la calma, vi lasciò parte delle sue milizie perché continuassero a tener l’assedio di Castel Nuovo e se ne partì.  Giunse allora a Napoli il Capitano Caldora con la flotta aragonese in soccorso d’Alfonso e, sbarcatene le truppe, queste si azzuffarono demtro la città con le milizie dello Sforza. A tale notizia costui ritornò, prese la Regina e la mise al sicuro prima a Nola, poi ad Aversa, non  sembradogli  sicuro che rimanesse a Napoli, dove ormai prevaleva Alfonso.
Giovanna, per consiglio dello Sforza, revocò, accusandolo d’ingratitudine, l’adozione di Alfonso e adottà, im sua vece, Luigi d’Angiò: fatale adozione. Che srevì solo a perpetuare  i travagli e gli sconvolgimenti del Regno!  Giovanna II  chiamò Luigi, fecerimpatriare tutti gli Angioini e restituì loro tutto ciò che avevano perduto  sotto la dinastia durazzesca. Ma, per riavere il suo Sergio,  che Alfonso teeneva tuttora in prigione, non esitò a dargli in cambio titti i
prigionieri aragonesi e catalani, fra i quali v’erano nove Capitani. Sergio approvò  l’adozione di Luigi, che era a Roma, ove si perfezionarono nuovi patti, per i quali Luigi dovesse, vita natural durante di Giovanna,  il solo nome di Re, ma in effetti  non essere altro che mero Duca di Calabria. Ciò fu confermato da Martino Pp. V, il quale spiegò un’aperta protezione di Luigi contro Alfonso, segreto sostenitore dell’Antipapa Benedetto XIII.
Si riunificarono dunque con tale adozione la Casa di Durazzo e la Casa madre d’Angio, cne vide rappoppiati così diritti e titoli. Quindi, essendosi tali diritti trasmessi ai Re di Francia, ne deivarono tante guerre ostinate, che per tale doppio vincolo i due Luigi, Carlo VIII e Francesco I  fecero contro gli Aragonesi, Spagnoli e Austriaci e che per più secoli afflissero l’umanità e desolarono le nostre ridenti e belle regioni.
Il Papa mandò Luigi Colonna con le sue genti in soccorso di Giovanna e indusse il Duca Visconti
di Milano  a unirsi a lui allo stesso scopo; subito venne costui a Napoli con la sua armata. Intanto Alfonso, dovendo recarsi in Spagna,  lasciò suo fratello Don Pietro quale suo Luogotenente in Napoli, ma tante forze unite fecero ben presto recuperare a Giovanna e Luigi la città, che il Caldora restituì subito. Braccio, poi, che era solo con l’esercito nel Regno, fu sconfitto a Celano e rimase ucciso nella battaglia. Anche lo Sforza morì, abnegato nel guadare il fiume Pescara. Il Conte Francesco di Tricarico, suo figlio, prese il comando; morto anche costui, la S. Sede recuperò gli Stati usurpatile e Sergio Caracciolo conquistò la città e il Principato di Capua, già del Braccio. Il Castel Nuovo non fu preso e rimase per 11 anni ad Alfonso.
Sergio, inebriato per la prospera fortuna eccedeva nelle sue richieste ed era divenutoincontentabile. Pretese per sé anche il Principato di Salerno e il Ducato d’Amalfi, tolti ai Colonna di Roma.  Fu quella la prima volta che la
Regina gli oppose un rifiuto, dato anche che la vecchiaia aveva fatto ormai intiepidire la passione per lui. Sergio ne fu così adirato che eccedette in villane ingiurie contro colei che era pur sempre la sua Regina. La Duchessa di Sessa, parente di Giovanna, ostile a Sergio, colse il momento per aizzarla e ottenne l’ordine agli altri Signori, nemici di Sergio, di arrestarlo. Essi, avendo questi opposta resistenza armata all’ordine reale, lo ammazzarono. La Regina ne fu dolentissima, tuttavia ordinò la confisca dei suoi beni come ribelle e concesse l’indulto ai suoi uccisori. Correva l’anno 1430.
Alfonso, appresa la morte di Sergio, concepì la speranza di riacquistare la grazia della Regina e si essere confermato nell’adozione.  Tentò la riappacificazione con la mediazione della Duchessa di Sessa e del di lei marito, ma non vi riuscì. Concluse solo una tregua decennale e se ne tornò in Sicilia.
Re Luigi impalmò, nel 1433 Margherita, figlia del Duca di Savoia. Costei non
raggiunse il marito un Calabria e Luigi, sorpreso da improvvia febbre mor’ nel seguente anno senza così lasciar prole.  Giovanna , in età di 65 anni, lo seguì poco dopo. Mai ebbe figli, né legittimi né naturali,  perché usò sempre rimedi per non concepirne. Fu sepolta nella Chiesa della SS. Annunziata, inuna tomba di semplice struttura fatta previamente costruire per suo espresso comando. Nel testamento erede Renato d’Angiò, fratello di Re Luigi, e ordinò che 16 Baroni, tra i suoi consiglieri e cortigiani, governassero il Regno fino alla venuta del detto Renato. Con la morte di Giovanna  cessò il dominio della Casa di Durazzo sul Regno di Napoli, durato solo 52 anni.
Stato della cultura nel Mezzogiorno sotto i  Durazzeschi.
Loro predilezione per Foggia.
Nei tempi di cui abbiamo innanzi parlato fu il Regno di Napoli sconvolto e teatro di guerre crudeli. Quindi le
lettere, le scienze e le arti non furono come prima curate. Tuttavia non vennero del tutto a mancare.  Giovanna II  ebbe anche delle virtù, pur se fu di molti vizi  preda. Amò grandemente la giustizia, riformò i Tribunali e anche tutto quanto si conveniva per la retta amministrazione della stessa, col minore dispendio da parte dei litiganti. Fu per suo ordine istituita la  Gran corte della Vicaria, riunendo in  essa la Gran Corte istituita da Guglielmo I, con giurisdizione sui soli affari privati , e la Gran Corte del Vicario destinata a giudicare dei pubblici affari.
Fu con la Lg. 20.5.1808  che questo Tribunale fu abolito, al pari di tutti gli altri antichi e furono istituite nuove  Corti di giustizia.
Dalla medesima Regina furono fatte raccogliere in un unico testo tutte le leggi in materia di diritto processuale, intitolate Riti della C. G. della Vicheria e Riti della R. Camera, che prima non erano altro che antichi usi che si continuavano
a osservare. Giovanna fece pubblicare questa collezione e proibì l’osservanza di  riti non contenuti nella stessa.
Degna di nota e la Pragmatica I  de Feudis,  chiamata la Filangiera, emanata da Giovannea. Era morto  Gorretlo Filangieri, Principe di Avellino, senza figli né fratelli. Si contendevano la successione al feudo paterno, de jure Francorum, la di lui sorella Caterina e lo zio paterno Filippo ed era  divenuta questa lite oggetto di disputa dottrinale. La Regina, su parere  di diversi giureconsulti, decise a favore di Caterina, moglie del suo caro Ser Gianni Caracciolo. 
il celebre Gaetano Filangieri ebbe buon motivo di dolersi di tale Prammatica che rovinò, in effettti, Casa Filangieri, col trasferirne  i ricchi feudi a Casa Caracciolo.
Questa Regina istituì il Collegio de’ Dottori, abilitato ad attribuire i gradi di Dottore e di Licenziato, che prima si davano dalla R. università degli Studi, il che non s’era introdotto nelle
Nazioni civilizzate d’Europa che  col Pontificato di Innocenzo Pp. III de’ Conti di  Segni (1198-1216). Fu prima formato  il  Collegio dell’Ordine dei Dottori in Utroque Jure, per conferire i gradi del  dottorato, o della licenza, in diritto civile, in diritto canonico, o in entrambi, e fu sottoposto al controllo del Gran Cancelliere.  Fu poi istituito il Collegio dei Filosofi e Medici. A essI fu aggiunto un terzo, dei Teologi. Anche questi Collegi furono sottoposti al Gran Cancelliere.
Solo con la Lg. 20.11.1811 fu questo nobile diritto restituito all’Università degli Studi, con l’abolizione degli antichi Collegi.
Fin dal tempo del Re Roberto d’Angiò gli ordinamenti politici s’erano indeboliti, al punto che il Regno sembrava caduto nell’anarchia. I Baroni  proteggevano gli evasi e i latitanti ed erano indocili nei confronti della Corte. Il Conte Giovanni Pipino di Minervino, fattosi addirittura capo di una numrrosa masnada, caduto nelle mani
della giustizia, fu in Altamura fatto impiccare dal Principe di Taranto. Nel breve regno di Carlo III atroci delitti, sacrilegi e altri reati si moltiplicarono, rimanendo impuniti!
La medicina di quei tempi  era fondata sui princìpi averroistici e coloro che la studiavano, invece d’investigare  sulla natura e sul meccanismo delle malattie tenendo conto degli insegnamenti e delle osservazioni di Ippocrate e Galeno, impallidivano sui libri del Filarto, dell’Isath e del Terfilo. Si distinse allora comunque
nella Facoltà medica il calabrese Niccolò Reggio, né debbono passare sotto silenzio tre famose medichesse:  Costanza Calende, laureata in medicina, Trutula Ruggiero da Salerno,  che nella sua patria insegnò medicina e scrisse il De morbis mulierum, e Abella Salernitana, autrice del De atra bile.
Nella storia s’illustrarono Stefano Benedettino, Tommaso Loffredo e i due Luigi Raimo, che scrissero con somma esattezza gli annali dal 1250 al 1486.
Fra gli
scultori e gli architetti  si distinse eminentemente  Tommaso Stefani junior, detto Masuccio II. Incaricato da Roberto di rifar la Chiesa e il campanile di S. Chiara, manifestò tutto il suo talento. Questo campanile fu disegnato a cinque piani,  per omprendervi tutti e cinque gli ordini architettonici. Giuntosi al terzo, non fu continuato perché, morto Roberto, lo stato turbolento del Regno non permise a Giovanna I di occuparsene: non perché, come da alcuni si crede, perché toglieva la vista al mare, secondo la Costituzione di Zenone. Non meno celebri furono i discepoli di Masuccio, Andrea Ciccione e Giacomo de Sanctis. Opere del primo furono la Chiesa e il Monastero di Monte Oliveto, la piccola, ma bella, Chiesa dei Pignatelli e gli abbellimenti in marmo alla Chiesa di S. Giovanni a Carbonara, fra i quali si ammira il sepolcro del Re Ladislao, adorno di vaghe ed eccellenti statue. Antonio Bambosio fu del pari celebre. Opere sue furono gli ornamenti in marmo della Porta dell’Annunziata, premiati dal Card. Minatolo con un badia, che rendeva ducati 400 annui.
Anche la pittura raggiunse la perfezione con Nicolantonio di Fiore e Angelo Franco. Il primo fu, se non l’inventore, certamente il miglioratore della  pittura a olio. Suo discepolo fu lo Zingaro, abruzzese, il quale, garzone di fabbro ferraio datosi alla pittura,  sorpassò di gran lunga il maestro e ancora altri colleghi.  Fiorirono anche Maestro Simone, molto ammirato da Giotto, e Fillippo Tesauro.
Primeggiavano tuttavia le arti marziali, di cui erano appassionatissimi Carlo iii e Ladislao. Sul loro esempio tutta la gioventù del Regno  si applicò all’esercizio dell’armeggiare.  Questo bellicoso fervore sembrava anzi accrescersi quando maggiori erano i pericoli che si correvano. Lo stesso Ladislao cadde un giorno in un torneo, percosso da un così forte colpo di lancia del valente avversario, che rimase per alcun tempo privo di sensi.  Celebre fu nei tornei il
nostro Bartolomeo Rosso, il quale, sebbene in età di 62 anni, in una giostra, nel 1412,  vinse l’invincibile borgognone Analt, con un colpo di lancia rovesciandolo di sella, per la quale impresa fu  riccamente premiato da Ladislao. Quelli che si distinguevano in tali giuochi erano nominati Cavalieri dei vari Ordini all’uopo istituiti e, a misura delle vittorie, avanzavano di grado. Tali guochi si davano in occasione di pubbliche e solenni feste, e poi i si aggiungevano musiche, cavalcate, danze, luminarie e cene.  Più tardi cominciarono a darsi drammi, farse spirituali,  misteri sacri e altri consimili spettacoli.
Sebbene i primi Re di Casa d’Angiò, Carlo I e Carlo II, avessero favorito  nelle Puglie persino le città maggiormente legate al ricordo degli Svevi, come Foggia, Lucera e Manfredonia, il trasferimento del centro del Reame da Foggia a Napoli, l’indebolimento del Regno per la perdita della Sicilia,  il progressivo abbandono degli interessi
d’oltremare e  soprattutto poi  la debolezza della monarchia e le conseguenti lotte dinastiche e feudali causarono all’intera regione una decadenza crescente, che doveva durare dei secoli e fare delle  Terre di Bari e d’Otranto le province più povere d’Italia. Il commercio,  sebbene ancora vivace a Bari e Gallipoli, passò nelle mani di Fiorentini, Genovesi e Veneziani, cui i Re di Napoli appaltarono dogane e privilegi.  Ma il maggior danno del regime angioino-durazzesco fu l’estendersi e il consolidarsi del regime feudale,  introdotto dai Normanni e dagli Svevi, ma infrenato sotto essi dal forte potere monarchico e ora, con la carenza appunto di questo potere, libero di svilupparsi in uno stato d’anarchia che, mentre vessava le popolazioni, fiaccava ogni iniziativa dell’amministrazione centrale.  Alcuni grandi feudi, come il Principato di Taranto sotto Raimonìdello e Giovanni Antonio del Balzo Orsini (1393-1463), si resero quasi indipendenti e alimentarono per il loro tornaconto le contese rovinose fra il ramo durazzesco e il provenzale della dinastia angioina.
A salvare Foggia dal generale abbandono fu, in verità,  Giovanna I d’Angiò, mercé immensi benefici concessile e, tra questi,  nuove dotazioni al Capitolo della Chiesa maggiore.
Morto in Foggia il Duca Ottone di Brunswick, Principe di Taranto e ultimo marito e vedovo della Regina Giovanna, venne sepolto nella detta Chiesa, ma il sarcofago, che ne racchiudeva gli avanzi mortali, fu distrutto, ugualmente agli altri, nel disastroso terremoto  del 1731. Anche  Carlo di Durazzo, che ascese al trono col nome di Carlo III, dimorò lungamente a Foggia. Egli, con diploma del 1382, concesse al Capitolo della Chiesa maggiore il beneficio di un tarì per oncia da prelevarsi sul dazio detto della piazza: esempio imitato dai  suoi figli Ladislao e Giovanna  II, succedutigli l’una dopo l’altro sul trono.
Il celebre generale Braccio di
Montone  fu dalla Regina Giovanna nel 1421 nominato Conte di Foggia.
Né si mostrò da meno dei suoi antenati Rinaldo di Durazzo.il quale. ottenuta da Giovanna II  la concessione d’una rendita di molte once annue nella città di Foggia, “ricca terra di Capitanata”, venne a prender qui la sua dimora e si mostrò verso Foggia assai prodigo in ogni occasione. Egli eresse nella nostra Chiesa Matrice la Cappella della Pietà,  assegnandole un vistoso legato.  A Foggia si estinse e quivi venne inumato accanto al sepolcreto di Re Carlo d’Angiò, al lato destro della  Cappella di suo patronato.
L’ultimo della stirpe dei Durazzeschi ebbe anch’egli nome Rinaldo e fu colui che sposò  - secondo quanto attesta il Summonte - Camilla Tomacella, non di sangue reale, ma di mobilissima e ricca famiglia foggiana.

            



2011-10-05