articolo 1556

 

 
 
P. MICHELE PICCIRILLO O,F.M., ARCHELOGO FAMOSO IN TUTTO IL MONDO, MA DIMENTICATO NELLA SUA CAPITANATA.
 







di Emilio B E N V E N U T O




“Un raffinato racconto teologico in immagini, un gioiello dell’arte cristiana antica,  restituito – scrive  Giuseppe CAFFUTTI  (Mosaici – I più antichi della cristianità: “Agorà”, 10.7.2011, f. 3) – alla fede e all’umanità. Tra i tanti meriti che vanno riconosciuti a padre Michele Piccirillo, l’archeologo francescano dello Srudium Biblicum di Gerusalemme scomparso due anni fa e famoso in tutto il mondo per gli scavi del memoriale di Mosè al Monte Nebo, in Giordania, c’è indubbiamente quello di aver contribuito a salvare il grande mosaico della chiesa dei Santi Martiri nei pressi di Hama, in Siria”.
       Ma chi era mai questo archeologo famoso in tutto il mondo, scomparso nel 2009 e perché ci sentiamo in obbligo d parlarne. prendendo lo spunto da quanto ne scrive il Caffutti?
       . . . E poi, quale è la scoperta da lui fatta, che gli ha fatto attribuire tanta fama mondiale?
        Innanzi tutto,   P ,   M i c h e l e   P i c c i r i l l o   O . F . M , ,  confratello ed  emulo dello spagnolo P. Silvestro Saller  e del connazionale P. Beniamino Bagatti, dello stesso Istituto Biblico Francescano di Gerualemme, celeberrimo in Medio Oriente, era italiano,  in secondo luogo perché era di famiglia pugliese, oriunda di Torremaggiore, quindi nostro comprovinciale, come noi dauno: archeologo famoso in tutto il mondo, misconosciuto in patria, come, purtroppo, è nostro non lodevole costume. Eppure, di questa sua origine dauna egli menava vanto, come ebbe a confessarci in un nostro incontro, avvenuto proprio a Monte Nebo.
          M o n t e   N e b o  è in Giordania, a nord-ovest di Madama, ed è uno dei siti cui si attribuiva la tomba di Mosé; l’altro era uno  sul fato occidentale del Mar Morto, sulla strada da Gerico a Gerusalemme.
          In Dt.34: 1-8 è scritto:
          “Poi Mosé salì sulle steppe di Moab sul monte Nebo, sulla cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: Galaad fino a Dan, tutto Nèftali, il Paese di Efraim e di Manàsse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo e il Neghev, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Zoar. Il Signore gli disse: <Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe. Io lo darò alla tua disendenza. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!>
          “Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l’ordine del Signore. Fu sepolto nella valle del paese di Moab, di fronte a Bet-Peor, nessuno fino ad oggi
ha saputo dove sia la sua tomba. Mosé aveva 120 anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. Gli Israeliti lo piansero nelle steppe di Moab per 30 giorni”.
          Se il racconto biblico è del tutto accurato (ed esso abitualmente lo è), il secondo sito parve a Padre Piccirillo del tutto imposssibile, a meno che non si fosse voluto presumere che le ossa di Mosè fossero state trasportate là dopo alcun tempo. Rivolse quindi  tutta la sua attenzione archeologo al biblico Monte Nebo. 
          Le principali rovine di Monte Nebo erano  in un posto chiamato Syaga e consistevano in quanto rimaneva di una antichissima chiesa  e di un adiacente parimenti antico monastero.
          Questa chiesa era stata menzionata per la prima volta nel racconto di un pellegrinaggio compiuto da una  certa  Aetheria  (Egeria)  inel 394 d.C. circa.  Essa  aveva descritto nel resoconto del suo pellegrinaggio una piccola chiesa che conteneva la tomba di Mosé, il cui posto era stato miracolosamente rivelato in una visione a un pastore. Nulla vi era detto del monastero, ma Egeria menzionava un santo romito. che le aveva mostrato la strada.
          Nel tardo sec. V, o al principio del sec. VI,  di una nuova visita al sito era riferito nella biografia di Pietro l’Ibero  in cui  Il piccolo fabbricato di Egeria i era invece descritto come “un grandissimo tempio, dedicato al profeta (Mosè) e molti monasteri che sono stati costruiti intorno a esso”, il che sembrava implicare un inotevole ingrandimento dell’edificio visto da Egeria. Un monaco aveva  riferito a Pietro la storia della visione del pastore che aveva motivato la costruzione della chiesa.
           Sia Egeria che Pietro avevano inoltre parlato di un meraviglioso psnorama che si vedeva dalla cima del monte.
            Il sito era stato menzionato nuovamente, nel 1217. dal viaggiatore  Theitmar, il quale aveva detto che durante il suo viaggio da Engeddi (Ain Jiddi, sulla riva occidentale del Mar Nero) a  Shobak aveva pernottato là nel monastero.
           Un FrateMinoreportoghese aveva poi visitato il sito nel 1564, ma gli edifici sulla cima del monte erano ormai in rovina e abbandonati, sebbene una piccola chiesa ad Ayun Musa , in una valle al nord, fosse ancora frequentata.
            Il Nebo era ancora stato  ricordato in un documento del sec, XVII, ma sembrava che il suo autore fosse inconsapevole di edifici, o anche di rovine di essi, in quel
sito.
           Per molti anni, dal 1933 in poi, l’Istituto Biblico Francescano di Gerusalemme vi condusse quindi scavi e  vi  riscoprì la chiesa e i monasteri descritti dagli antichi viaggiatori. 
           La chiesa era la solita tipica basilica  e in essa una struttura simile a una piattaformasoprelevata, con accanto gradini,. alla fine a est della navata meridionale corrispondeva quasi esattamente alla tomba di Mosé,  come descritta da Egeria.
          Gli scavi confermarono che ai suoi giorni la chiesa era davvero piccola e che essa fu ingrandita nel tardo sec. V. In un vano sul lato nord dell’abside fu ravvisato un muro curvo,  parte dell’originale antica costruzione.  Essa era stata completamente distrutta,  probabilmente da un  terremoto, nel tardo sec. VI e ricostruita a partire dal’aano 597.
           Vi erano resti di mosaici pavimentali sia nella basilica che che in un vano laterale e nelle cappelle, ma essi erano stati terribilmente mutilati anticamente. Quelli nella cappelle costituivano  la parte migliore di questo lavoro musivo, con  graziose raffigurazioni di animali e alberi.  La cappella nella parte mrridionale era un battistero e il fonte battesimale, con una iscrizione in greco, era ancora utilizzabile. Nell’abside e di fronte al coro v’erano alcune tombe lapidee, che contenevano i resti d’un certo numero di defunti. Alcune  erano state violate in tempi antichi e altre erano intatte, ma nulla di interessante fu rinvenuto in alcuna di esse.
           Una cerchia di monasteri circondava la chiesa  sui lati settentrionale, occidentale e meridionale e il più grande di questi edifici era quello a sud. Là doveva esser vissuta di certo una considerevole comunità, a giudicare dal numero degli alloggiamenti (celle monacali, etc.), che gli edifici contenevano.
          Dalla spianata a ovest della chiesa si otteneva una meravigliosa vista sulla vallata del Giordano e nei giorni sereni si potevano  scorgere chiaramente le torri campanarie del Monte degli Olivi e Gerico.  Si poteva seguire lo stesso Giordano nel suo profondo alveo, dal quale inel sup corso il fiume poteva comunque, durante  le  piene, tracimare, ma quel che dominava la scena era il Mar Morto scintillante alla luce del sole circa 3.500 piedi più in basso. Doveva essere stato proprio  qui, o qui vicino, che Mosè si arrestò e vide la Terra Promessa.  Il nome biblico  Monte Nebo s’era esattamente conservato nel nome moderno della collina, chiamata Jabal Naba. Ma di Pisga e di Bet-Peor. Vicino alle quali Mosé era stato sepolto, non c‘era acun equivalente moderno.
Secondo la stele di Mesha, re di Moab, doveva esservi stato un villaggio ben grande a Nebo, perché Mesha aveva affermato che egli ne aveva trucidato i 7.ooo abitanti e portati via i vasi dell’altare di Yahweh (al. 16-18);ma egli si riferiva al villaggio di Makhaiyat.
          In edifici eretti dai Francescani furono collocati gli oggetti trovati ngli scavi, che, a richiesta, vengono mostrati ai visitatori.
          A circa tre chilometri di distanza, a sud della strada.  sorge Makaiyat.. dove si ammira un bellissimo e quasi intatto mosaico pavimentale in una chiesa  del tardo sec.  VI, o dell’inizio del sec, VII; furomo i Francescani che scavarono a Syagha a liberarre dagli accumuli di polvere, sabbia. Terriccio e immondizie questa chiesa e a erigere una tettoia per preservare il mosaico. L’intera navata è decorata con una vite che si contorce in cerchi, all’interno dei quali sono raffigurati uomini e animali. Gli uomini sono rappresentati in atto di  raccogliere e calpestare,per trarne vino, i grappoli,  mente uno di loro suona un flauto per festeggiare la vendemmia.  Di fronte al cancelllo v’è una lunga iscrizione che riporta la dedica ai Santi Lot e Procopio e il nome dei fondatori Stefano ed  Elia, figli di Comitissa, e “per il riposo di Giovanni e Anastasia e di quelli che hannocontribuito, il cui nome conosce il Signore”.  Tra le colonne vi sono vari soggetti: scene acquatiche, bestie mitologiche e una chiesa vicina a un fiume o al mare, ove un uomo sta pescando con successo. Di fronte all’entrata v’è  bella scena di tori in entrambi i lati di un altare di fuoco con alberi sullo sfondo. Pecore su entrambi i lati d’jun albero sono rappresentati nell’abside:  motivo religioso popolarissimo in tardi periodi (v. G. Lankester  HARDING, The  Antiquities of Jordan, Amman, JDA, 1990, pp. 75-77; Michele PICCIRILLO, La montagna del Nebo, Jerusalem, Franciscan Printing Press, 1997).
          La scoperta del sito della tomba di Mosè in Giordania è di eccezionale importanza per l’archeologia biblica e per i credenti Ebrei, Cristiani e Musulmani pari a quella in Turchia, per l’archeologia classica e la storia della civiltà occidentale, del sito di Troia.
           . . . Ed essa è dovuta al nostro P. Michele Piccirillo, non lo dimentichiamo e siamone orgogliosi!              

 

 

 



2011-08-01