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G I A N F R A N C O R I Z Z I :un artista e un Maestro.
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Emilio BENVENUTO
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Il foggiano Gianfranco Rizzi, figlio del nostro compianto concittadino e valentissimo artista Faldino, nato nel 1946, già docente nella nostra Accademia Statale di Belle Arti, titolare della cattedra di pittura all’Accademia di Brera, è attualmente titolare della prima cattedra di pittura nell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove dirige anche la Scuola di Pittura della annessa Pinacoteca Albertina. Già Vice-Presidente della storica Società Promotrice delle Belle Arti di Torino, è oggi membro dell’International Artistic Scientific Commettee di Grecia. Autore del monumento “Il volo” del piazzale dell’Aeroporto Civile “Gino Lisa” di Foggia, ha, accanto alla pittura, svolto anche attività di scenografo. Di lui ebbe a scrivere, nel 1963, Luigi Carluccio: “Per tutti coloro che sappiano liberare il loro sguardo dalle remore del conformismo, dalle illusioni delle mode culturali, dalle espressioni massificate e condizionate dagli sviluppi tecnologici, dall’accecamento dogmatico della propaganda e delle tecniche più subdole di manipolazione del consenso, dal rituale delle esposizioni, Gianfranco Rizzi, colloquiando con gli artisti del passato, fa scoprire le relazioni occulte fra le cose, la funzione mediatrice reificante della Pittura, i requisiti indispensabili dell’Arte. “Una corrispondenza o affinità fra disegno e pensiero è importante e vitale. Rizzi ha qualcosa da dire e la sua attività artistica è un sistema per comunicare con se stesso, con gli altri, con il mondo circostante visibile e invisibile . . . , con la maggiore franchezza possibile . . . cercando di illuminare lo spettacolo che si svolge dietro la facciata dell’ordine”. Autore di “Pensieri sull’arte della pittura (Dialogo con gli artisti)”, edito nel 2007 dalla Accademia Albertina, egli si domanda che cosa sia l’arte. Non gli è stato facile rispondere, perché in realtà “arte” è una parola molto usata, anzi abusata, al punto che finisce con l’indicare qualche cosa di assai vago. Tuttavia, come il critico e studioso contemporaneo E.H. Gombrich. ci dice che più che l’arte esiste l’Artista: tale è l’uomo che disegna rozze figure nelle caverne, tali sono Michelangelo che scolpisce il Mosé o Leonardo che dipinge l’Ultima Cena, tutti per esprimere qualcosa che hanno dentro di loro: non diversamente da quanto faceva l’astrattista olandese Mondrian (1872-1944) quando tracciava le sue rigorose geometrie di riquadri neri, rossi, gialli e blu racchiusi in linee rette nere e campiti da colori allo stato puro, giocando su equilibri di pieni e di vuoti che lui amava e che noi impariamo ad amare intuendone la segreta armonia. Non c’è,insomma, differenza di valore tra il graffito che segna la roccia più antica e manifesta il desiderio dell’uomo primitivo di immortalare la sua avventura di caccia e il ricercato ricamo di fiori nel prato ai piedi della Primavera di Botticelli, nell’omonimo quadro. Non c’è un’evoluzione in queste manifestazioni, non si va da un peggio a un meglio, da un rozzo a un rifinito, ma solo da una capacità espressiva a un’altra, ugualmente preziosa e valida: da un’intuizione completa e conclusa a un’altra, altrettanto conclusa e completa, in mondi diversi culturalmente, ma altrettanto vitali e originali. Che cosa è l’opera d’arte? Quali sono gli elementi che la compongono? Sono domande elementari cui si potrebbe rispondere con un’enciclopedia di volumi e cui invece Gianfranco risponde con poche semplici parole: arte è equilibrio, gusto, capacità di comunicare emozioni, di esprimere un pensiero mediante forme, rilievi, colori, ma anche mediante suoni, frasi, poesia, scritti letterari. L’opera d’arte nasce dalla fantasia e dall’osservazione della realtà. La fantasia è l’immaginazione creatrice dell’uomo, che osserva le cose che lo circondano e le traduce in immagine, trasformandole mediante la sua capacità di immettervi una nuova vita. E’ proprio questo processo di trasformazione che fa sì che l’artista non crea doppioni o brutte copie della natura. La natura, infatti, crea le sue opere basandosi su meccanismi immutabili e privi della coscienza dell’evento che si sta verificando, mentre l’artista è cosciente di ciò che sta facendo e condiziona il risultato finale in base a questa coscienza che è nella sua mente, nella sua sensibilità, nella sua vita interiore. Perciò non si può pensare all’arte come una pura e semplice imitazione della natura. Se fosse così, l’attività dei grandi maestri del passato ne risulterebbe sminuita e svilita e quella dei maestri moderni dovrebbe essere considerata un assurdo, mancando spesso nelle loro opere qualsiasi somiglianza con qualcosa che sia riferibile alla natura che ci circonda, se non in astratto. Una tela di Mondrian ha della natura i colori, l’intensità espressiva, il ritmo scandito sul fondo bianco dalle righe nere e dai riquadri contrastanti, ma nessuna forma apparente e, tuttavia, anche senza comprendere in modo completo, noi intuiamo la grandezza e la perfezione di quel gioco tanto diverso dalle tradizionali pale d’altare di Tiziano o del Tintoretto, o anche dalle opere molto più recenti degli impressionisti. Più che un’imitazione, dunque, si potrà pensare di trovarsi di fronte a una gara fra rivali, la natura e l’artista, per raggiungere nuove mete. Anche il giudizio se un’opera sia o meno “opera d’arte” non ha canoni definiti con precisione. In genere, si considera opera d’arte quella che è ritenuta bella e, appunto, “d’arte”, da una buona maggioranza di pareri. Anche qui, però, tutto è relativo. Per esempio, il trattatista Cennino Cennini scriveva alla fine del ‘300 che Giotto “rimutò l’arte di dipingere di greco in latino, e ridusse al moderno; et ebbe l’arte più compiuta che avesse mai nessuno”; è evidente, dalle sue parole, l’intensa ammirazione per l’opera di Giotto. Tuttavia, durante il ‘500 e il ‘600 Giotto venne molto sottovalutato, se non del tutto ignorato, perché inconcepibile per il gusto del tempo; solo nell’età romantica si ricomincerà a capire i Primitivi. Non è che un esempio, questo, di quanto si diceva e si potrebbero citare numerosi altri casi del genere. Risulta, quindi estremamente difficile codificare cosa sia arte e cosa non lo sia e altrettanto definire cosa sia arte e cosa no. Parlare di bello e di brutto in arte è sempre un problema, anche quando si tratti di un’opera universalmente nota e apprezzata. Un amante delle dolci Madonne di Raffaello, per esempio, mai sarà molto commosso di fronte a una tela astratta di Kandinskij, anche se consacrata dalla critica più valida. Il bello e il brutto si possono vedere in un dipinto, in una scultura, in una costruzione o in un insieme di costruzioni, in un oggetto qualsiasi. Il bello e il brutto si possono sentire in musica o in poesia, in un brano letterario, a teatro, in tutto ciò che passa davanti ai nostri occhi sollecitando la nostra fantasia, Ma dire bello, stupendo, sublime, o il contrario (che brutto, che schifo), davanti, per esempio, a un’esposizione di quadri, con la presunzione di esprimere giudizi di valore universale, non ha senso. Il grosso problema sta nel motivare il giudizio che si esprime, nel fare uso, cioè, di quello che viene chiamato il “senso critico”. Per fare ciò dobbiamo affrontare l’opera con i mezzi e la preparazione che abbiamo, se l’abbiamo, cercando d’inquadrarla nel suo tempo e nel suo ambiente, cercando di leggerne i diversi aspetti, in modo da avere poi elementi di giudizio su cui ragionare. Vogliamo dire, insomma, che criticare non significa cercare difetti o stranezze, ma solo prendere coscienza delle cose che vediamo, cercando di collocarle storicamente in un certo ambito e di comprenderne il contenuto. Naturalmente, questa valutazione sarà condizionata dai fattori più disparati, dalla preparazione culturale dell’osservatore, dall’educazione del suo gusto, dalla conoscenza di questo o quel periodo della storia dell’arte e dalla sensibilità. Inoltre, un certo numero di informazioni può essere di molto aiuto e, a tal proposito, anche la lettura di una guida, o addirittura del pieghevole pubblicitario d’un museo, può essere utile a fornire qualche cognizione di base. Questi concetti Gianfranco sa meglio esprimere con semplici. ma più dotte, parole e tal chiara competenza e convinzione che nelle pagine dei suoi Pensieri sull’arte della pittura davvero riesce a liberare il lettore dalle remore del conformismo, dalle illusioni delle mode culturali, da ogni massificazione e condizionamento, da ogni accecamento dogmatico, dal subire l’odierna manipolazione del consenso, cosìi come docente ha saputo e sa liberarne i suoi discepoli; sa individuare, pur se i temi affrontati sono trattati e analizzati da un punto di vista strettamente pittorico, ossia visti - come egli confessa – dall’occhio di un pittore, quelli che possono essere i punti cruciali del procedere artistico e quindi della critica artistica. Egli è un “magister”, nel nobilissimo significato che il Medio Evo dava a questa parola, e vuole trasmettere agli altri quell’intimo senso di gioia che l’arte gli procura ed è invero forse la sola, oggi, capace di suscitare nobili passioni. Foggia può ben gloriarsi d’avere dato al nostro Paese un altro vero Artista e un esimio Maestro. |
2011-05-20
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