|
| |
| |
L’ITALO-ALBANESE MICHELE MORELLI, CATTURATO A CHIEUTI, E
IL COMPAGNO D’ARMI E CARBONERIA GIUSEPPE SILVATI
PROTOMARTIRI DELLA LIBERTA’ ITALIANA
( 1780 – 1822 ).
|
|
|
|
|
di Emilio BENVENUTO
|
|
|
|
|
Ferdinando IV di Borbone tornò – come è noto – sul trono dopo che il Regno di Napoli fu tutto occupato dalle truppe austriache, accolto festosamente dalla plebe più “sozza” – a dire di Atto Vannucci - nella capitale ancora sofferente per le vicende passate e timorosa del suo avvenire. Le forche avevano portato la desolazione da un capo all’altro del Regno: gli uomini più illustri erano prigionieri o fuggiaschi, carcerati i Generali Arcovito, Begani, Colletta, Colonna, Costa, Pedrinelli e Russo, i Deputati Borelli, Piccolellis, Poerio e quel Gabriele Pepe (1799-1849), che, Generale come i suoi omonimi Florestano e Guglielmo. patriota e condannato politico, sarà poi, nel 1848, Comandante della Guardia Nazionale di Napoli, i Consiglieri di Stato Bozzelli, Bruno e Rossi e altri ragguardevoli cittadini, rei tutti di aver creduto ai giuramenti del Re. Questi, infatti, poco dopo il suo arrivo in città, aveva pubblicato un regio decreto, promettendo perdono a quelli “inconsiderati che, costretti dalla forza, indotti dal timore, dalla sedizione o altra causa escusante, si erano ascritti alla Carboneria o ad altre società segrete, purché non fossero nel numero dei cospiratori”. Dopo la pubblicazione di questo decreto, furono tuttavia in un solo giorno arrestati 66 militari, o rivoltosi, che ai primi di luglio dell’anno precedente si arano accampati a Monteforte e non erano poi fuggiti, credendo di essere giustificati dai giuramenti prestati dal Re. Fra questi erano il Col. Celentani, il Ten. Col. Tupputi, i Maggiori Gaston e Staiti e il Cap. Pristipino. Il Gen. Guglielmo Pepe, i Colonnelli De Conciliis e Pisa e molti altri ufficiali, più accorti, si erano rifugiati in Spagna. Nei primi tempi, riuscirono a sottrarsi all’arresto anche i Sottotenenti Morelli e Silvati, che erano stati i primi a dare il segno della rivolta e a disertare dal quartiere di Nola. Essi, dopo la disfatta dell’Esercito a Rieti e l’entrata delle schiere austriache, fuggirono e corsero le Puglie. Michele Morelli, nato da famiglia italo-albanese di Monteleone Calabro ne1780, a capo di 500 tra soldati a partigiani, correva le campagne intorno alla città di Mirabella Eclano. Il coraggio dei suoi andava tuttavia col tempo scemando, alcuni disertavano, altri si mostravano sempre più preoccupati di schivare i pericoli, onde egli congedò tutti e. rimasto solo con il napoletano Giuseppe Silvati, suo coetaneo e compagno d’armi e di Carboneria, attraversato l’Adriatico, approdò a Dubrovnik (Ragusa). Privi di passaporto e mal riuscendo a nascondere la loro ansietà di fuggiaschi, il Morelli e il Silvati suscitarono sospetti nelle autorità locali e, imprigionati, furono rispediti, poiché avevano dichiarato d’essere Romagnoli e quindi sudditi pontifici, ad Ancona. Ad Ancona, questa loro asserzione fu presto confutata: i cognomi che si erano attribuiti erano inesistenti nella patria dichiarata, il loro parlar napoletano, le reticenze nel rispondere alle domande loro poste, le contraddizioni fra gli interrogatori dei due, le note vicissitudini del Regno di Napoli, i luoghi di provenienza e i tempi indicarono chiaramente che essi erano due fuggiaschi e perciò, trattenendoli in carcere, non si attendeva che poterli consegnare al Governo napoletano. Quando essi, fingendo però altri nomi, si confessarono già ufficiali del Reggimento “Principe”, partecipanti, sebbene seguaci di ultimo grado – e non capi – dei moti civili del 1820 e discolpati dal suddetto regio decreto, bastarono queste ultime loro dichiarazioni a farli tradurre nel Regno sotto numerosa scorta. Il Salvati vi giunse presto, ill Morelli ebbe altre vicende. Entrato, per soddisfare un suo natural bisogno, in una cava, di cui le guardie pontificie si posero a custodire il varco, che credevano anche l’unico d’ingresso e d’uscita, il Morelli, addentrandosi nella spelonca che si allargava nel seno d’un monte, scoprì un varco incustodito sull’opposta valle e fuggì. Di foresta in foresta, camminando solo di notte, andò dagli Abruzzi al Molise e scese infine nelle Puglie. Intendeva raggiungere le natie Calabrie, aver denaro dai suoi parenti e imbarcarsi di nuovo, con più felici speranze, per la Grecia albanofona. Imbattutosi in volgarissimi ladroni, fu percosso e derubato. Fortunatamente, aveva nascoste in una cinta poche monete d’oro., onde, seminudo e scalzo, riprese il cammino, naturalmente lento e sofferto. Giunse nel piccolo villaggio ‘arbereshe” di Qefti (Chiesti, in Capitanata) e si credette in salvo. Da un locale negoziante si affrettò a comprar scarpe, vestiario e cibo e pagò il tutto con una moneta di sei ducati, una somma d’un valore assolutamente insolito[in quei tempi] per la povertà manifesta del suo stato, il che insospettì il calzolaio, il quale manifestò alle autorità del luogo il sospetto che si trattasse d’un malvivente. Il Morelli fu quindi arrestato e, infine questa volta identificato, fu spedito in catene a Napoli. La presenza sua e del Silvati accrebbero l’importanza del già iniziato processo di Monteforte. A giudici di questo erano stati scelti uomini – si dice dal Vannucci - capaci d’ogni infamia e ne erano stati esonerati gli amanti della giustizia. I reati addebitati agli imputati erano: 1) vere disertato dalle bandiere; 2) essere stati i promotori della rivoluzione. Il Morelli e il Silvati ne avevano dato, per primi, l’esempio. Ma il Re con questa ufficialità ribelle era venuto a patti, aveva concesso la Costituzione, da essa richiesta, e, nel proclamarla dapprima a Nola e poi in tutto il Regno, aveva giurato di osservarla, conservala e difenderla e aveva invocato sul suo capo la vendetta di Dio se fosse vanuto meno al giuramento. QuIndi non v’era più un “fatto-reato” ravvisabile in quanto commesso dagli iniziatori e abcor meno dai seguaci del movimento rivoluzionario: lo dettavano la ragione, la logica e il diritto naturale, lo prevedeva espressamente il diritto penale allora vigente. Ma ciò non voleva quel sovrano, che giustamente Atto Vannucci chiamò “empio”. Il processo durò lungo tempo e il dibattimento si aprì con l’atroce spettacolo di accusati condotti in udienza pur se gravemente ammalati o feriti: resi incoscienti e cascanti per la febbre alta; uno sputante sangue per una polmonite, un altro sporco di sangue per le ferite riapertesi durante il trasporto in aula. Dalla Gran Corte “speciale”, che sottraeva gli imputati al giudizio del loro giudice naturale, erano stati rimossi giudici famosi per dottrina, giurisprudenza e umanità e sostituiti da servili carrieristi, d’animo crudele e pronti a condannare, sempre, a ogni costo. Il giudice De Simone, commosso alla vista dello stato di quegli imputati, domandò ai suoi colleghi: “Siamo qui giudici o carnefici?” Chiese quindi che fosse differito il processo. Il pubblico lo applaudì. L’infame Presidente ammonì l’umano collega e le guardie, austriache e non napoletane, cacciarono via con le baionette puntate avanti del pubblico s’erano impietositi e protestavano. La maggior parte dei giudici, solleciti solo del favore del Re e incuranti d’essere tacciati d’infamia, preferirono continuare a far da carnefici: pagina nerissima nella storia della giustizia napoletana! Il Col. Celentani difese sinergicamente gli ufficiali del suo Reggimento e, dimostratili non liberi e costretti a obbedire ai comandi del Capo supremo, concluse che, se nei moti del 1820 vi era colpa, quanto al suo Reggimento, egli solo si riteneva reo e quindi lui solo si doveva punire e ogni altro assolvere. Fama di generoso coraggio conquistarono anche gli Avvocati ,i quali, senza curarsi dei pericoli che poteva causar loro una accusa di lesa maestà, difesero arditamente i prigionieri e mostrarono che l’assenso e il giuramento del Re li avevano già dichiarati tutti innocenti. Ma nulla giovò agli imputati, né la forza delle ragioni “ in facto” e “in jure” addotte, né l’appello a una serena - e la più umana possibile - giustizia. Tre giudici votarono per la condanna a morte, tre per l’assoluzione degli imputati, Il Presidente, violando la prassi sempre osservata in tali casi, votò con i primi. L’11 settembre dell’anno 1822 Michele Morelli e Giuseppe Silvati, solo il giorno precedente condannati alla forca, morirono da forti come erano vissuti. Il Morelli, più volte interrogato dai giudici, rispose: “Mancai, lo confesso, al giuramento della milizia; ma il Re giurò di perdonare il mio manato giuramento”. Mentre saliva il patibolo, ricordò gli eroi del 1799, periti vittime dell’iniquità e degli spergiuri di quello stesso Re, che ora ritornava a spergiurare e a soffocare nel sangue l’animo degli uomini liberi. Si sforzò di parlare al popolo silenzioso e costernato, ma i tamburi austriaci ne coprirono la calda parola. Pochi minuti dopo, i corpi esanimi di Michele Morelli e Giuseppe Silvati pendevano dalla forca. I tre giudici benigni furono esonerati da loro ufficio, i severi, indegni della toga, promossi, il Foro di Napoli, già meritatamente celeberrimo in Europa, infangato dalla loro presenza. La sentenza che ordinava l’omicidio [e non già l’esecuzione] dei Sottotenenti Morelli e Silvati, condannava anche altri 30 ufficiali a morte e 13 a 25 anni di reclusione. E quei trenta sarebbero stati uccisi tutti, senza l’intervento del Gen. Frimont, comandante delle armi austriache occupatrici del Regno, rimasto inorridito. Egli si presentò al Borbone e gli comunicò, senza mezzi termini, che il suo augusto Imperatore non reputava la migliore politica quella dell’effusione di -sangue dei rei di lesa maestà. Il Bordone ardì rispondere che egli non era propenso a far grazia ad alcun condannato,ma il fermo atteggiamento del Frimont lo convinse ad attenersi in futuro ai consigli imperiali e a conformarvisi. Perciò, invece di autorizzare le impiccagioni degli altri condannati a morte, decise che patissero 30 anni di carcere duro nell’isola di S. Stefano, distante 60 miglia da Napoli, incolta, deserta e persino priva di acqua potabile. Ressero con eroico coraggio a questo trattamento fino al 1835, quando il Duca Francesco di Calabria, salito sul trono, per dare una prova di clemenza nei confronti dei promotori della rivoluzione degli anni 1820-21, li liberò dalla galera di S. Stefano e li mandò relegati per 24 anni nel villaggio della Favignana, assegnando loro ub sussidio quotidiano di quattro soldi per il nutrimento e il vestiario. Colà rimasero fin quando, alla morte di Francesco, furono rimessi in libertà dal suo successore nel Regno delle Due Sicilie Ferdinando II. Da altre sentenze furono colpiti moltissimi altri: chi condannato in contumacia, chi privato dell’impiego, chi inviato in esilio. Un regio editto intimò a otre 700 cittadini di costituirsi volontariamente nelle regie carceri per essere poi giudicati secondo le patrie leggi, ovvero uscire dal Regno con liberi passaporti, privi di alcuna indicazione di pena, aggiungendo promesse di benevolenza agli obbedienti e minacce di severe pene ai ritrosi. Di 140, ben pochi si presentarono per essere sottoposti a giudizio, fidando in un benigno esito, fli altri preferirono la clandestinità; 560 chiesero invece di partire dal Regno con destinazione negli altri Stati d’Italia, in Germania, Francia, Spagna, Inghilterra, nelle Americhe, nelle città del Nord-Africa, in Egitto e in Grecia. L’antichissimo Regno di Napoli ebbe così, anch’esso una sua “diaspora”.
|
2011-03-30
|
|