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Perché il Paese non decolla
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di Antonio Filippetti
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E’ opinione corrente - e purtroppo risponde a verità – che lo scollamento tra classe politica e comuni cittadini abbia raggiunto limiti impensabili al punto tale che si può davvero pensare di trovarsi di fronte a categorie civili, sociali, addirittura antropologiche diverse. E non si riesce a quanto pare a trovare un punto d’incontro che riduca almeno in parte lo scarto tra chi “governa” e chi “vive”. Forse proprio per tentare di contrastare questo stato di cose il ministro Giulio Tremonti ha pensato recentemente di verificare lo “stato dell’arte” facendosi anonimo (ma non troppo) viaggiatore di un treno intercity sulla tratta che collega Napoli e Reggio Calabria. Ha potuto così constatare dal vivo, diremmo in presa diretta, come stanno realmente le cose. Pur elogiando la buona volontà del ministro e riconoscendo la sua intenzione di applicare il vecchio detto secondo il quale occorre “conoscere per deliberare”, qualche osservazione “in limine” appare possibile oltre che doverosa. I trasporti rappresentano come si sa una fetta considerevole dello sviluppo di un paese e lo stato delle ferrovie italiane nello specifico non è proprio un gran che. Al di là di immagini di facciata (come l’alta velocità, peraltro assai costosa e spesso poca competitiva rispetto ad altre alternative in determinate tratte) la condizione di fondo è decisamente precaria per non dire addirittura disastrosa. Probabilmente non sembra il caso che il ministro si scomodi per appurare dati ultra verificati da tempo e, aggiungiamo, immarcescibili. E’ arcinoto cioè che il sistema ferroviario del nostro paese se la passa davvero male, se per coprire una distanza di trenta chilometri (chiedere ai pendolari) occorre un’ora di viaggio e spesso neppure è sufficiente. Non esiste, ad esempio, un collegamento diretto tra Napoli e Bari, ovvero le principali città del Mezzogiorno (se si esclude la Sicilia) e per compiere il percorso è necessario un cambio di treno esattamente come avveniva cinquant’anni fa e mettere in preventivo quasi quattro ore di viaggio, sempre che vada bene. Provi il ministro a verificare poi i collegamenti esistenti ed i tempi di percorrenza tra la Campania e l’ Abruzzo, anche limitandosi ai soli capoluoghi. L’elenco delle “sorprese” è vastissimo ma soprattutto arcinoto. Sullo “stato dell’arte” esistono studi e testimonianze incontrovertibili che fanno testo probabilmente più e meglio di qualsiasi “controllo a sorpresa”, tenuto conto che le “spiate”, anche in questi casi sono sempre dietro l’angolo e possono di conseguenza alterare i risultati di qualsiasi verifica. Al di là di operazioni che finiscono pur non volendo per diventare eventi mediatici (qualcuno ha parlato nel caso specifico di “prove di premierato”), sarebbe forse più utile avviare in particolare in questo contesto, le riforme ritenute indispensabili, sempre invocate ma mai realizzate, facendo ricorso magari ai fondi fas disponibili, visto che finora sono stati utilizzati, secondo le indicazioni dello stesso ministero, solo per un terzo. Ci si chiede ovviamente di chi sia la colpa , ma sappiamo bene che anche in questo caso nessuno alla fine risponderà “presente”, visto che lo stesso principio di responsabilità latita da tutte le parti. Il Paese non decolla per i ritardi che ha accumulato, proprio come fanno di frequente i treni che percorrono la penisola (siamo a circa il 60 per cento dei casi secondo le ultime stime) e per l’inconsistenza strategica e programmatica delle classi politiche. Certo non occorre un oracolo per capirlo e per farlo capire. Nemmeno ad un ministro. |
2011-02-28
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