articolo 1476

 

 
 
Perché il Paese non decolla

 







di Antonio Filippetti




E’ opinione corrente   - e purtroppo risponde a verità – che lo scollamento tra classe politica e  comuni  cittadini abbia raggiunto limiti impensabili al punto tale che si può davvero pensare di trovarsi di fronte a  categorie civili, sociali, addirittura antropologiche diverse. E non si riesce a quanto pare a trovare un punto d’incontro che riduca  almeno in parte lo scarto tra chi “governa” e chi “vive”. Forse proprio per tentare di contrastare questo stato di cose il ministro Giulio Tremonti ha pensato recentemente  di verificare lo “stato dell’arte” facendosi anonimo (ma non troppo) viaggiatore di un treno intercity sulla tratta che collega  Napoli e Reggio Calabria. Ha potuto così constatare dal vivo, diremmo  in presa diretta, come stanno realmente le cose.  Pur elogiando  la buona volontà del ministro  e riconoscendo la sua intenzione di applicare il vecchio detto secondo il quale occorre “conoscere per deliberare”, qualche osservazione “in limine” appare possibile oltre che doverosa.
 I trasporti rappresentano come si sa una fetta considerevole dello sviluppo di un paese e lo stato delle ferrovie italiane nello specifico non è  proprio un gran che. Al di là di immagini di facciata (come l’alta velocità, peraltro assai costosa  e spesso poca competitiva rispetto ad altre  alternative in determinate tratte) la condizione di fondo è decisamente  precaria per non dire addirittura disastrosa.  Probabilmente non sembra  il caso che il ministro si scomodi per appurare dati ultra verificati  da tempo e, aggiungiamo,  immarcescibili. E’ arcinoto cioè che il sistema ferroviario del nostro paese se la passa davvero male, se per coprire una distanza di trenta chilometri  (chiedere ai pendolari) occorre un’ora di viaggio e spesso neppure è sufficiente. Non esiste, ad esempio,  un
collegamento diretto tra Napoli e Bari, ovvero le principali città del Mezzogiorno (se si esclude la Sicilia) e per compiere il percorso  è necessario un cambio di treno esattamente come avveniva cinquant’anni fa e  mettere in preventivo quasi quattro ore di viaggio, sempre che vada bene. Provi il ministro a verificare  poi i collegamenti esistenti ed i tempi di percorrenza tra la Campania e l’ Abruzzo, anche limitandosi ai soli capoluoghi. L’elenco  delle “sorprese” è vastissimo ma soprattutto arcinoto.
Sullo “stato dell’arte” esistono studi e testimonianze incontrovertibili che fanno testo probabilmente più e meglio di qualsiasi  “controllo a sorpresa”, tenuto conto che le “spiate”, anche in questi casi sono sempre dietro l’angolo e possono di conseguenza  alterare i risultati di qualsiasi verifica. Al di là di operazioni che finiscono pur non volendo per diventare eventi mediatici (qualcuno ha parlato  nel caso specifico di “prove di
premierato”), sarebbe forse più utile avviare in particolare  in questo contesto, le  riforme ritenute  indispensabili, sempre invocate ma mai realizzate,  facendo ricorso  magari ai fondi fas  disponibili, visto che finora  sono stati utilizzati, secondo le indicazioni dello stesso ministero,  solo per un terzo. Ci si chiede ovviamente di chi sia la colpa , ma sappiamo bene  che anche in questo caso  nessuno alla fine risponderà “presente”, visto che lo stesso principio di responsabilità latita da tutte le parti. Il Paese non decolla  per i ritardi che ha accumulato,  proprio come fanno di frequente i treni che percorrono la penisola (siamo a circa il 60 per cento dei casi secondo le ultime stime) e  per l’inconsistenza  strategica e programmatica delle classi politiche. Certo  non occorre un oracolo per capirlo  e per farlo capire. Nemmeno ad un ministro.



2011-02-28