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Un antico detto latino suggerisce: ”pochissimo di sé, poco degli altri, molto delle cose”. Si tratta di un ammonimento di carattere civile e pedagogico, vale a dire l’esortazione ad occuparsi – e a discutere - prima di tutto dei fatti e dei problemi concreti mettendo in secondo piano o addirittura tralasciando completamente questioni ed argomenti di carattere soggettivo, evitando soprattutto qualsiasi considerazione autoreferenziale. Questa sollecitazione, a leggere le cronache o a seguire notiziari e network che ci vengono proposti a ritmo pressoché continuo da ogni fonte e da tutte le parti ,viene ora puntualmente e completamente soppiantata. Chiunque cioè voglia informarsi sulle cose di questo mondo o cercare solo di farsi un’idea su come evolve la società del proprio tempo, è giocoforza costretto a sopportare le “performance” individuali di questo o quel personaggio e soprattutto a sorbirsi l’elenco delle contumelie e dei rimbrotti che “guelfi” e “ghibellini” del terzo millennio riversano gli uni nei confronti degli altri. Col risultato che i problemi del mondo, del nostro mondo, risultano d’un tratto completamente scomparsi. Basta dare per così dire un’occhiata ai notiziari televisivi per averne una eclatante conferma. Al punto tale che è perfino superfluo notare come l’attenzione sia tutta riservata alle dichiarazioni di questo o quel personaggio e - mettiamo - alle sue giustificazioni sulle “serate” di Arcore e altre storie (speculari e funzionali) del genere. Ma anche restringendo per così dire il campo in termini territoriali, la musica sostanzialmente non cambia. Basterà prendere ad esempio quanto è avvenuto e sta avvenendo a Napoli per le primarie del partito democratico: ogni protagonista “si racconta”, ovvero attacca, minaccia, si difende, ecc. in un tourbillon di straripante autoreferenzialità come se non ci fosse davvero niente di diverso da dire e nessun altro problema da affrontare. Tutto ciò genera un sempre più evidente distacco tra oggetto e soggetto o, meglio, tra la vita reale dei più e per così dire l’immaginario di pochi. E conferma la divaricazione che esiste e che diventa sempre più patologica tra personaggi pubblici (politici, attori,commentatori televisivi,imprenditori doc, insomma lo “star system”) e i “comuni mortali”. Le cose, ovvero quelle cose richiamate all’inizio nel detto latino, che rappresentano il cuore di una problematicità che diventa sempre più stringente, restano nel cassetto, confinate al massimo nel regno delle buone intenzioni, magari neppure dette o ascritte semplicemente nel copione di una ovvia genericità. Nessuno dice ad esempio quali cose occorre fare in via prioritaria, ma soprattutto nessuno specifica con quali risorse realizzare un determinato programma, e poi con quale tempistica, coinvolgimento di forze sociali, sistemi di correttezza e trasparenza, ecc. Ci si limita ad evocare cioè slogan logori e scontati e che proprio perché non possono non essere condivisibili appaiono di una superficialità devastante. Anni fa, un grande scrittore contemporaneo, purtroppo colpevolmente dimenticato e le cui opere nemmeno più si trovano nelle librerie, vale a dire Tommaso Landolfi, faceva dire ad un personaggio di un suo romanzo, la seguente battuta: “Io, io, io…. ma perché anziché parlare non ci è stato dato da vivere?!” Ecco: corriamo davvero il rischio di soccombere per un eccesso di parole e paradossalmente – e tragicamente – senza riuscire ad esprimere nulla. |
2011-01-30
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