articolo 1451

 

 
 
DUE – E NON UNO – I DAUNI PIETRO GIANNONE
MARTIRI DELLA LIBERTA’ ITALIANA
 







di Emilio BENVENUTO




Busto Pietro Giannone

La fama di Pietro Giannone (+ 1741), che nella “vita scritta da lui medesimo” (Milano, Fetrinelli, 1960, pag. 5) amò ricordare d’esser nato “da onesti parenti a’ sette di maggio dell’anno 1676, in una terra del monte Gargano, nella Puglia de’ Dauni chiamata Ischitella, prossima a’ lidi del mare Adriatico, dirimpetto all’isole Diomedee, ora dette di Tremiti”, ha oscurato quella d’un omonimo Pietro Giannone, che le  nobili virtù dell’ingegno e i non meno lunghi dolori patiti per la libertà italiana resero il più noto tra tutti i Carbonari flagellati dal Duca di Modena. Egli merita un particolare ricordo e noi  lo facciamo qui, riepilogando le essenziali notizie della sua vita.
Questo  secondo Pietro Giannone, ai più conosciuto sotto lo pseudonimo di Pietro Rinaldi, che portò fino al termine della sua adolescenza, nacque il 15 marzo del 1792 a Camposanto, terra del Modenese, da Michelangelo Giannone
e Maria del Vecchio, entrambi nativi di Ischitella, in Capitanata, ed emigrati dal Regno di Napoli nel Ducato di Modena. Ottenne il 1° Premio di Eloquenza nel Liceo di Modena e, poco dopo, riprese il cognome paterno nell’arruolarsi volontariamente  nelle milizie dipartimentali, istituite per combattere i briganti, che nel 1808-09 infestavano vari dipartimenti del neo Regno d’Italia.  Operata la dispersione dei briganti, quelle truppe furono sciolte ed egli cessò dal servizio militare.
Passò la maggior parte dell’infanzia e della gioventù nelle montagne che separano il Modenese dalla Toscana e forse da quella forte, maestosa e selvaggia natura fu deciso il genio che lo inclinava alla poesia e alle lettere. Ebbe prima maestra la madre, che non rifuggì da alcun sacrificio e gli instillò l’amore per il giusto e il bello. Egli nutrì per lei forte e reverendissimo affetto e ne venerò la memoria con una specie di culto, non solo perché ne aveva avuto la vita, ma per
l’instancabile sollecitudine che quell’ottima donna mise nell’educarlo generosamente. Era infatti orfano del padre fin dai tre anni d’età.
Non sì accorse così d’esser povero se non all’uscire dall’adolescenza e allora fu soldato per la seconda volta.
Negli anni 1810-12 visitò parecchie terre della Lombardia e quindi si arruolò, volontariamente anche allora, nei Cacciatori, corpo di Cavalleria il cui deposito era a Lodi, comandato dal Gen. Balabio. Assediato in Mantova nel 1814, alla capitolazione di quella fortezza ritornò a Lodi e passò alla Scuola di Equitazione, Collegio militare ove affluiva la più bella, più istruita e meglio disposta  gioventù. Un Colonnello e un ufficiale subalterno francesi ne erano titolarmente il primo Direttore, il secondo Quartiermastro; ma, al loro congedo come stranieri e allorché Giulio Foscolo fu assunto alle funzioni del primo, fu il nostro Giannone ad assumere quelle del secondo. Là questi conobbe personalmente Ugo Foscolo, venutovi a
passar qualche giorno col fratello. Continuò a vederlo a Milano, ove ogni mese era obbligato a recarsi a quel Generale Comando per ragioni di servizio. In quello stesso anno furono arrestati e tradotti a Mantova quali cospiratori il de Meester, il Lechi, il  Pavoni, il celebre Rasori e altri. Ugo Foscolo si sottrasse al pericolo rifugiandosi a Zurigo, donde partì per Londra più tardi.
Soppressa quella Scuola nel 1815, il Giannone chiese e ottenne il suo congedo, al quale aveva diritto come non suddito austriaco. In questa qualità era però forzato a partirsene, ma con autorizzazione del Conte di Grassoldo, Direttore Generale della Lombardia, che tardò a venire,  e poté quindi fermarsi circa un anno a Lodi, dove aveva molti amici e risiedeva la madre. Ne partì nel 1816, stanco e angariato dai nuovi dominatori.
Recatosi a Genova, dopo circa un mese di dimora in quella città, imbarcatosi per Napoli, fu costretto dal mal tempo a prender terra a Civitavecchia e  a
fermarvisi due o tre giorni. Giunto poi nella capitale del Regno delle Due Sicilie, vi si soffermò poco e corse in Capitanata, mosso dal desiderio di visitarla e conoscervi i suoi parenti. Ne vide alcuni della famiglia della madre, ma nessuno di quella del  padre, e, dopo una lunga e disagiata peregrinazione, tornò a Napoli, dove  incontrò il Col. Calcedonio Casella, Comandante del 2° Regg. Sanniti, da lui conosciuto per mezzo d’una signora lombarda, della cui sorella quel Colonnello era vedovo. Lo seguì a Foggia e Bari e, perché pratico della contabilità militare, lo assisté nell’amministrazione del Reggimento, ma come amico, privatamente, e senza prender servizio.
Essendo per lui incresciosa quella maniera di vivere, ritornò a Napoli, ove strinse amicizia col Prof. Gabriele Rossetti, di Vasto (Abruzzo citra) e, più tardi, del toscano Bartolomeo Sestini, valorosi e celebri  poeti. Si occupò di qualche traduzione dal francese, di qualche lavoro poetico e del dare
lezioni di lettere a giovani d’ambo i sessi. Prima, però, che vi fosse ben conosciuto e stimato, ebbe molti fastidi da quella polizia.
Ospitato amichevolmente in casa della Duchessa di Vastogiraldi, donna d’alto spirito e di specchiati costumi, le prestò la sua opera in varie occorrenze familiari e ne assistette negli studi il maggiore dei figli, il quale aveva grande attitudine per la poesia. Ivi si legò di strettissima affettuosa amicizia con Francesco Mirelli di Teora, nipote della Duchessa, uno dei caratteri più cavallereschi che egli avesse mai conosciuti, di bellissimo ingegno e assai valente nelle lettere. Il tempo che passò in quella casa e con i due cugini fu forse il più tranquillo della sua vita, dopo l’infanzia e l’adolescenza.
Ma l’esempio della Grecia insorta, gli umori che bollivano nel Regno e il bisogno di sapere se il resto d’Italia avrebbe seguito il moto che si stava preparando, lo determinarono a tornare in Lombardia, poco prima che la rivoluzione scoppiasse
per opera dei S.Ten. Michele Morelli e Giuseppe Silvati (1820). Gli stessi motivi spinsero il Sestini a partire per la Sicilia. Per avere una giustificazione plausibile del suo viaggiare, sotto Governi sospettosissimi, il Giannone si valse della  capacità che egli aveva d’improvvisare poesie, commediole e piccoli drammi e si espose  per la prima volta  al giudizio del pubblico a Roma, dove conobbe , tra altri letterati, il vecchio Prof. Battistini, la scultrice Teresa Benincampi, Luigi Biondi (1776-1839),  Gherardo de Rossi, il poeta melodrammatico Jacopo Ferretti  (1784-1852), la Principessa di Sermoneta, figlia del de Rossi,  e l’archeologo e critico d’arte Giuseppe Tambroni (1773-1824) e, per singolare sua fortuna, non gli nocque la recente e grandissima reputazione di cui godeva il famoso poeta improvvisatore Tommaso Sgricci (1788-1836).
Ma la poesia estemporanea non era professione cui lo spingesse il suo genio. Da Roma andò a Civitavecchia per
imbarcarvisi; accoltovi cordialmente, vi dette, festeggiatissimo, qualche saggio accademico; se ne partì dopo non lunga dimora, recandosi a Genova, dove non gli fu difficile accorgersi dalle domande rivoltegli dal veneziano Console d’Austria, cui chiedeva un lasciapassare per Milano, che  si nutrivano sospetti sul suo conto, poiché proveniente da un Paese ove la rivoluzione era in atto.
Arrivato infatti a Milano e viste alcune persone, cui era indirizzato, si portò il medesimo giorno a Lodi, residenza della madre, ma vi fu immediatamente arrestato. Giuseppe Visconti, suo amicissimo, appartenente  a una delle più cospicue famiglie lombarde, s’offrì inutilmente come suo mallevadore e ottenne a fatica che, invece d’essere imprigionato, fosse agli arresti domiciliari in un pubblico albergo. Senza che gli fosse detto di cosa era accusato, dopo una settimana circa gli fu intimato l’esilio da “tutti i felici dominii di S. M. Cesarea Apostolica Romana” con una specie di foglio di
via, sostitutivo del regolare suo passaporto, che trattennero. Messo in carrozza e sempre accompagnato da gendarmi, giunse a Piacenza, ove la sua sgradita scorta finalmente l’abbandonò. Dovunque passasse per quel Ducato però trovava ufficiali di polizia avvertiti del suo arrivo e insistenti per il suo rimpatrio.
A Modena fu arrestato poche ore dopo il suo arrivo e condotto nelle prigioni comuni, dove però non fu confuso con gli altri carcerati, ma trattenuto in una stanza dell’alloggio del capo-custode, che lo trattò con moti riguardi. Dopo pochi giorni fu liberato. Intanto il povero Sestini era detenuto nelle carceri siciliane, in peggiori condizioni (1820).
Al passaggio degli Austriaci per la “impresa” di Napoli (1821) fu imprigionato di  nuovo, sospettato di appartenenza alla Carboneria e d’essere l’autore dell’inno napoletano “Sei pur bella” e di un proclama latino alle truppe ungheresi, il quale, non si sa come, era stato distribuito in gran numero a quelle milizie. In
verità, egli non aveva posto mano a quel proclama e quell’inno era non suo, ma del suo amico Gabriele Rossetti. Durante la sua prigionia, questa volta non breve, né mite, compose, non avendo altro di che scrivere, il  poemetto “Rimembranze”, un compendio della sua vita.
Giudicato finalmente verso la fine del 1821, con sentenza del Tribunale che dichiarava “non esservi luogo a procedere contro il nominato Pietro Giannone”, fu tuttavia trattenuto in carcere per qualche tempo ancora per arbitraria disposizione di quel Governo, il quale non voleva che, benché suddito modenese, si trattenesse a Modena, né voleva rilasciargli il passaporto perché potesse sicuramente allontanarsene, adducendo, come pretesto per giustificare tanta contraddizione e soverchieria l’essere egli suddito napoletano “jure sanguinis”, perché nato da genitori pugliesi, e non modenese “jure soli”, sebbene nato in quel Ducato. Tratto finalmente fuori dalla prigione, ottenne un regolare passaporto per il provvido
intervento del Marchese Coccapani, Governatore di Modena, che gli mostrò molta benevolenza.
Partì quindi ai primi del 1822 per Parma e vi restò per qualche tempo, benissimo accolto da quei cittadini e più particolarmente dagli Ufficiali del Reggimento “Maria Luisa” e dalle ducali Guardie del Corpo, generalmente cospiranti per il Risorgimento d’Italia. Vi dette uno spettacolo di poesia estemporanea, unico mezzo ormai che gli restasse per sostenersi, ed era per darne un secondo, quando un avviso inviatogli dai suoi compagni di Modena e fattogli recapitare con grande diligenza dal Conte Grillenzoni  di Reggio, lo costrinse a una precipitosa partenza. Lo si avvertiva di nuovi arresti avvenuti e dell’ordine dato a Dragoni modenesi di  portarsi a Parma per catturarlo. Fece ritirare il suo passaporto dall’amico Dott. Bergamini, modenese egli pure, col quale coabitava nella casa della Contessa Soulage, e gli venne dato di poter uscire di città di notte, pur se senza permesso del
Comandante della Piazza, aiutato in ciò da Guardie del Corpo; attraversando le montagne, giunse a Lerici, dove noleggiò una feluca per Nizza. In questa città il Console austriaco tentennava a vistargli il passaporto, ma egli passò ugualmente il Varo e fu in Francia, a Marsiglia, ove si fermò due o tre mesi.
Giunto poi a Parigi (1822), s’incontrò con l’ardente patriota Luigi Angeloni (1750-1843) e con l’ottimo Dott. Fossati, coi quali si strinse in salda amicizia. Poco dopo vi fu raggiunto dal Sestini, il quale, però, per avere a lungo stentato nelle prigioni siciliane gravemente malato, dopo pochi giorni morì, compianto dagli amici e con grave perdita delle lettere italiane. Pià tardi, in casa di Lady Oxford,  il Giannone poté ringraziare il Grillanzoni, cui doveva l’avviso di sfuggire al suo arresto a Parma. L’amarezza dell’esilio fu per lunghissimi anni aggravata dalla continua notizia delle sventure cui andavano incontro gli Italiani amanti della Patria.
A Parigi, Pietro
Giannone visse dando lezioni di lingua e letteratura italiana. Vi dette pure qualche serata d’improvvisazione poetica, ma smise dal farlo non appena fu in grado di di sostenersi altrimenti. Nel 1826 fece un viaggio a Londra e vi ritrovò Gabriele Rossetti, Ugo Foscolo e l’Angeloni, espulso qualche anno prima dalla Francia e rifugiatosi in quella terra ospitale. Il Foscolo lo richiese della sua cooperazione ai lavori che stava preparando sulla Divina Commedia, ma il Giannone ne fu impedito perché gravemente ammalatosi. Scrisse comunque la “Maria Stuarda”, sebbene in preda ad atroci dolori articolari, che lo afflissero per ben 14 anni. Fu allora che molto dovette alla famiglia Smith, titolare d’una delle migliori case commerciali di Londra, e a Mchael Bruce, uno dei  salvatori del Lavalette, cui Ugo Foscolo era molto affezionato.
Da Parigi tornò comunque a Londra nel 1827 per assistervi alla messa in scena della sua “Maria Stuarda”, che egli aveva espressamente composto per la
celeberrima Pasta. Costretto dalla mala salute a ripartisene in fretta, ebbe comunque l’occasione per reincontrarsi, per l’ultima volta, con l’Angeloni, il Foscolo e il Rossetti. Rientrato a Parigi, vi stampo nel 1829 “L’esule”.
Poco dopo la Rivoluzione del 1830, il Governo francese deliberò di assegnare un sussidio agli immigrati per motivi politici e designò, tra loro, Celeste Menotti e il Giannone, perché indicassero quali connazionali ne fossero meritevoli. Ne’ il Governo, né alcuno degli esuli ebbero a lagnarsi del loro operato, ma, malgrado la fiducia di cui godeva per la sua comprovata probità, quel Ministero dell’Interno e le autorità di polizia ebbero più  volte a convocare il Giannone per indagare sulle motivazioni di quelle scelte, su sollecitazione, evidentemente, di qualche scontento. Ma egli mai fu sottoposto a perquisizioni domiciliari, né ad arresti, né, meno che mai, a provvedimenti di espulsione.
Nel 1832, invitato dal Mazzini, il Giannone aderì al
programma della Giovane Italia e scrisse sull’omonimo giornale alcuni articoli e nel 6° e ultimo fascicolo l’“Una veritas”.
Non molto prima che il Mazzini tentasse la spedizione in Savoia, il Giannone partiva per la Corsica col giovanissimo Giuseppe Multedo. Accolto in casa di questi, a Bastia, e generosamente trattato dalla di lui famiglia, ad Aiaccio e a Rio, il Giannone vi trascorse l’estate. A Bastia conobbe il parmigiano Pasquale Berghini, il  romano Pietro Sterbini (+ 1863) e il maggiore poeta corso Salvatore Viale (1786-1861). Scrisse allora un carme, “All’Italia”, e, in terza rima, “Visione”.
Tornato nel 1834 a Parigi, scrisse la “Ildegonda”, musicata da Marco Marliani. In quel torno di tempo alcuni suoi compatrioti, impazienti della inattività seguita alla fallita spedizione in Savoia, gli chiesero di porsi lui a capo del movimento rivoluzionario, ma egli rifiutò recisamente sia per l’amicizia col Mazzini, sia perché questi – a suo avviso – era insostituibile
propugnatore dell’idea nazionale.
Lo stesso Mazzini, nel 1840, nel riprendere la sua missione, interrotta da quell’evento, pregò il Giannone di accettare – ed egli allora soltanto accettò – di assumere la presidenza della “congrega” centrale di  Parigi. Istituì la Società degli Operai e una  scuola serale, ove essi potessero istruirsi; Cristina Trivulzio, moglie del Principe Emilio di Belgioioso (1808-71), Alberto Mario di Landinara (1825-83) e il Ronconi la patrocinarono e provvidero a  finanziarla. Frequenti forono allora, da parte del Ministero dell’Interno e delle autorità di polizia parigine, oltre ogni dire sospettosi, le convocazioni  del Giannone. Il Mazzini, da Londra, e lo stesso Giannone e il Canuti, a Parigi, non mancarono di  assistere, anche finanziariamente, i soci più bisognosi.
Si adoperò anche, nel 1844, il Giannone a far convergere in quest’opera ogni sforzo degli esuli più influenti, quali che fossero le loro, spesso diverse, opinioni
politiche. Riuscì, assistito dal buon volere degli altri, a formare un Comitato che tutti rappresentasse, composto da molti autorevoli membri, fra i quali: G. Lamberti e  G. B. Ruffini per i Modenesi; il Conte G. Ricciardi e il Leopardi, per i Napoletani; Filippo Canuti e il Conte Lovatelli per i Romani. Altri vi rappresentarono ogni Stato e provincia d’Italia; egli stesso ne fece parte, in rappresentanza sia della Capitanata che del Modenese. Lo scopo era uno solo, l’ indipendenza e unità d’Italia, e in questo concordavano tutti.
Si raccolsero denari per aiutare i fratelli Bandiera nell’audace tentativo che volevano fare. Colui che versò la somma maggiore fu il Dott. Rinaldo Bellodi di Reggio. Un’altra fu spedita dal vecchio Conte di Lasteyrie, ma giunse tardi, perché proprio in quei giorni gli eroici Attilio ed Emilio Bandiera erano stati scoperti e a mala pena avevano potuto mettersi in salvo con la fuga. Alcuni del Comitato volevano che quel denaro fosse restituito, poiché
non serviva più alla causa della Patria. Il Giannone si oppose, affermando: “E’ sempre servire la patria se può salvarsi con esso la vita di que’ prodi che, per mancanza di mezzi, potrebbero cadere nelle mani dei nostri nemici”. Fece, poi, coniare una medaglia di bronzo in onore di quei martiri gloriosi e trovò il modo di far pervenire il denaro a quei loro seguaci rimasti nelle prigioni napoletane.
Nel 1847-48 il Giannone fu per tre volte in pericolo di vita per una violenta epatopatia.
Nel 1848, all’erigersi della Francia in Repubblica, gli esuli italiani si riunirono in gran numero ed elessero a maggioranza di voti la loro rappresentanza. Furono eletti il Mazzini Presidente e il Giannone e il Canuti Vice-Presidenti e fu istituita l’Associazione Italiana. Nell’aprile di quell’anno, alla testa di 3.ooo compatrioti, il Giannone consegnò al Lamartine la bandiera italiana in segno di fratellanza tra i due popoli latini.
Dopo la partenza del Mazzini per l’Italia, fu il
Giannone  Presidente dell’Associazione e si adoperò a formare la Legione che fu spedita  in Italia al comando del Gen. Antonimi. Tutti i membri del Governo Provvisorio francese e particolarmente Ferdinando Flocon si prestarono a fornire i mezzi necessari al reclutamento di 500 uomini.
Celeste Menotti, fratello di Ciro, essendo in quel momento impedito dal seguire la Legione, di cui era stato nominato Commissario Civile, fu temporaneamente sostituito dal Giannone.
A Marsiglia i Legionari italiani furono benissimo accolti dal giovane Commissario della Repubblica Emilio Ollivier,, il cui padre Demostene era amicissimo del Giannone. Questi ne ottenne viveri, soldo e mezzi di trasporto. Poi partì per Livorno, lasciando il commissariato al sopraggiunto Menotti.
Da Livorno, dove si incontrò con il Notary, già conosciuto a Parigi, e con F. D. Guerrazzi (1804-73), raggiunse Modena, accolto dal Presidente di quel Governo Provvisorio, col quale però fu presto in disaccordo
sulla progettata fusione col Piemonte. Il Giannone riteneva infatti questa misura  intempestiva e solo capace di insospettire i vari principi italiani, i quali, tratti più dalla forza degli eventi che da una loro sincera convinzione, avevano, tutto malgrado, aderito alla causa italiana. Scrisse allora, ma non pubblicò, volendo evitare ogni scissione, l’opuscolo “Della fusione”. Pieno di tristi presentimenti, preferì ritirarsi a Sassuolo. L’avanzata austriaca lo costrinse però a rifugiarsi a Bologna e da lì a Firenze, ove visse scrivendo per l’Alba.
Allorché il Montanelli fu da quel Granduca designato Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Esteri, il Giannone fu nominato Segretario della Legazione toscana a Parigi e Londra e nel Belgio, di cui era Ambasciatore il Principe Giuseppe Poniatowski, con Decreto Granducale del 30 settembre 1848. Con ciò quella nobile terra diede per prima l’esempio di considerare suo cittadino ogni Italiano, di qualunque provincia fosse
nativo od oriundo.
Recandosi a Parigi sulla fine del 1848 egli si fermò a Livorno in casa Notary e ne partì ai principi del ’49. In Francia adempì ai doveri della sua carica anche dopo la fuga del Granduca, aderendo al Governo provvisorio; ma, quando vide la reazione trionfare in Toscana, inviò le sue dimissioni al Barone Bettino Ricasoli (1809-80).
Riprese quindi, sebbene stanco e infermo, la sua maniera di vivere. Negli anni 1950-51, recatosi a Londra per lavori fatti per i due teatri italiani di quella città, abitò nell’ospitale casa Mario. Nel ’52 fu nuovamente a Londra e non gli fu  dato di ritornare in Francia, essendone stato espulso per ordine ministeriale, comunicatogli dall’Ambasciata francese a Londra. Vi tornò nel 1953 per intervento della Principessa Matilde presso il Ministro di Polizia Maupas e non fu più in alcun modo infastidito. Vi continuò a dare lezioni private fino all’aprile del ’56,  quando fu investito e travolto da una carrozza, riportando
lesioni alla fronte e alla mano sinistra e al polso e al femore destri.
Nell’ultima  sua forzata permanenza a Londra di sei mesi in Inghilterra, il Conte Luigi Pianciani, di Roma, lo volle sempre in casa sua e gli fu provvido di affettuose cure.
Deciso a stabilirsi a Ginevra, chiese nel 1857 il rilascio del necessario passaporto all’Ambasciata sarda, ma gli venne rifiutato dall’Ambasciatore Villamarina, per ordini superiori, malgrado l’intervento di Daniele Manin. Fu per ordine del Conte Camillo Benso di Cavour se verso la fine dell’anno gli fu concesso di recarsi a  Nizza e quindi a Genova, dove fu accolto benissimo dalle locali autorità e poté fermarsi quasi un anno in casa dell’amico Giacinto Bruzzesi. L’improvviso e imprevedibile rovescio delle  fortune di questi lo costrinse a far ritorno a Parigi nel 1858 e riprendervi la solita vita, sempre più faticosa e precaria. A sollevarlo dalla sventura, resa  più penosa dall’aggravarsi del suo stato di salute,
intervennero allora molti amici e ammiratori, primi tra i quali il livornese Adriano Lemmi, futuro Gran Maestro della Massoneria italiana,  il romano Conte Luigi Pianciani, futuro Sindaco di Roma, e ancora una  volta Giacinto Bruzzesi, futuro Ten. Colonnello dell’Esercito garibaldino.
Si mosse in suo favore, senza che alcuno - e men che meno il Giannone - ne avesse fatto richiesta, di sua spontanea e generosa iniziativa il Dittatore Farini, che, con suo Decreto del novembre del 1959 gli assegnò, vita natural durante, l’annua pensione di £. 3.ooo.
Alla fine del 1862, rientrato stabilmente in Italia, scelse a  sua dimora Firenze, ove visse confortato dall’affetto dei vecchi e nuovi amici e dall’ammirazione conquistatasi nei lunghi anni di lotta politica e di sofferto esilio e dalla fama di uno dei più ardenti, se non il più ardente, patriota del nostro Risorgimento. Ivi egli ripubblicò il suo poema “L’Esule” e lo dedicò al Gen. Giuseppe Garibaldi. Il 24 dicembre 1872
vi finì, con la serenità del giusto, la generosa vita.      

 



2011-01-02