articolo 1449

 

 
 
Memoria e trasformismo
 







Antonio Filippetti




“Bella Italia,amate sponde/pur vi torno a riveder!”. Comincia così  la canzone di Vincenzo Monti dedicata al nostro paese e intitolata “Per la liberazione d’Italia”. Sulle prime può sembrare un atto di profondo patriottismo  da parte di un intellettuale rivolto al proprio paese in un periodo di grandi sommovimenti civili e politici che anticipano i moti risorgimentali e l’unità nazionale. Ma a ben guardare e soprattutto a ben considerare il percorso specifico di Vincenzo Monti , ci rendiamo conto come quei versi non siano altro che l’espressione di un tornaconto individuale,  l’espediente di un momento legato per di più ad una concezione utilitaristica dell’intelligenza e del pensiero creativo. Vincenzo Monti infatti nella sua esistenza parteggiò a seconda dei casi un po’ per tutti, legandosi a vicende di volta in volta diverse e contrapposte: fu infatti dapprima oppositore dello spirito  rivoluzionario francese e successivamente  collaboratore della repubblica cisalpina. Dopo che Napoleone si nominò Re d’Italia, Monti divenne il poeta ufficiale di corte. Una volta caduto Bonaparte,  non si fece  poi scrupoli di cantare le lodi del nuovo sovrano, l’imperatore d’Austria Francesco I. Fu insomma  un abile “impostore culturale”;  anche per quanto riguarda l’ispirazione poetica occorre convenire che essa che fu costantemente orientata dal suo bisogno di denaro: proprio per questo perfino   la sua celebrata traduzione dell’Iliade non fu esente da pesanti critiche come quella che gli mosse Ugo Foscolo  che non esitò   a definirlo il “traduttor dei traduttori” in quanto Monti  aveva tradotto il poema omerico senza conoscere il greco  ma utilizzando semplicemente le traduzioni precedenti. La definizione più appropriata del personaggio in questione  la troviamo però  in un giudizio di Giacomo Leopardi che parlò di lui  come di un “poeta dell’orecchio e dell’immaginazione”, ma “del cuore in nessun modo”.
Il richiamo all’esperienza civile e culturale di Vincenzo Monti diventa poi un preambolo storico per meglio   intendere il nostro presente in quanto ci consente di   rilevare come l’assenza di dignità, il dispregio  della coerenza e del vero spirito patriottico, la malafede e la disinvoltura nel transitare da un versante all’altro della politica siano connaturati ai caratteri del nostro popolo, siano cioè un tratto del dna comunemente posseduto e condiviso. Eppure, eppure…. Eppure continuiamo a credere che non sia così o  forse  vogliamo solo non vedere, tenuto conto che  molte caratteristiche di questo endemico trasformismo  sono rintracciabili per così dire sulla carta d’identità di molti  di noi.
La facilità con cui si è soliti passare da un versante all’altro, occupare una posizione criticata o addirittura derisa solo l’altri
ieri è una caratteristica persino storicizzata del nostro costume: di questo occorrerebbe discutere e soprattutto ricordare i tanti precedenti storici a partire dalla teorizzazione fatta in termini politici del trasformismo dall’allora primi ministri Agostino Depretis e Francesco Crispi. Lo stesso Croce in qualche modo sembrò giustificare questo trasformismo politico in virtù di quel pragmatismo a suo giudizio necessario alla politica ed indispensabile per andare avanti.  Anche se questo “consociativismo” –  lo dirà poi Antonio Gramsci – era ed è tuttora a esclusivo vantaggio di caste e consorterie varie che escludevano ed escludono  dal processo di partecipazione alla cosa pubblica le grandi masse popolari.
La  disinvoltura con cui  si è soliti passare da una sponda all’altra, in spregio a qualsiasi elementare criterio di dignità o di  solo pudore è alimentata e in qualche modo perfino favorita dalla voracità con cui si susseguono eventi, proposte,
affermazioni ma più ancora dalla spinta onnivora  e omologante della società di massa e della globalizzazione imperante  che tende a relegare la memoria (individuale o collettiva, pubblica o privata) in secondo piano fino a cancellarla progressivamente per cui  nessuna giustificazione sui vari “transiti” di pensiero o di azione pare sia dovuta. Se, ad esempio,   si andasse a stilare un semplice   inventario di quello che gli uomini politici hanno detto gli uni degli altri e delle rispettive forze politiche in questi ultimi anni, ci sarebbe da rabbrividire o più scientemente da mandare a casa un bel numero di voltagabbana se non altro per  essersi dimostrati in contrasto con se stessi a ripetizione e conseguentemente di nessuna affidabilità. Ma come si accennava, la verità è che si tende a dimenticare presto, a cancellare, a privilegiare il presente (salvo poi a rinnegarlo il giorno dopo). L’assenza di memoria è naturalmente collegata all’impunità, al fatto cioè che nessuno può essere accusato di opportunismo, di povertà mentale, di scarso o nullo senso della decenza. E alla fine nessuno si vergogna di nulla.



2010-12-31