| |
| |
La cultura e le lacrime di coccodrillo |
|
|
|
|
di Antonio Filippetti
|
|
|
|
|
E’ un copione già visto. Purtroppo in tante, troppe circostanze. Ogni volta cioè che nel nostro paese si verifica una sciagura (e questo avviene ormai sempre più spesso) comincia immediatamente un rituale scandaloso: tutti rivendicano l’aver fatto opportune previsioni o profezie in proposito e contestualmente tutti si scagliano gli uni contro gli altri in un gioco al rimpiattino indecoroso. Accade di continuo. Poi cominciano le promesse sul ripristino della situazione “quo ante” o l’impegno “sacrale” sulla ricostruzione. Se poi facciamo solo per un attimo mente locale su episodi passati e presenti sappiamo bene come sono andate o vanno le cose in realtà. Ma ci sono eventi – e questo è il dato autenticamente drammatico – per i quali quelle promesse o quegli impegni non si possono assumere e tanto meno mantenere, semplicemente perché ciò non è possibile. Avviene allorquando la vittima è la cultura. Come è il caso recente e tragico dell’armeria dei gladiatori franata e praticamente distrutta a Pompei. E’ un pezzo di storia dell’umanità con tutto ciò che essa rappresenta che se ne va per sempre per cui non ci sarà possibilità al mondo di ripristinarla. Ce lo aspettavamo da tempo, e forse se l’aspettavano incuranti anche le istituzioni. Perché il punto sembra essere proprio questo: ormai la cultura nel nostro paese – che pure ospita il patrimonio più cospicuo al mondo – non interessa nemmeno chi è preposto alla sua tutela, valorizzazione, divulgazione. Il ministro dell’economia Tremonti, come sappiamo, non perde occasione per affermare che poiché non si mangia con la cultura , la si può anche ignorare, trascurare o forse chissà rappresentarla unicamente come un oggetto da baraccone per divertirsi ogni tanto. Tutti dicono di aver ragione: persino il ministro dei beni culturali Bondi – è questo è davvero stupefacente – sostiene d’essere stato buon profeta e di aver previsto che un evento come quello di Pompei si sarebbe verificato. Non si interroga verosimilmente il ministro sulle responsabilità che il titolare del dicastero in questione (si chiama appunto beni culturali) deve assumersi sempre, non soltanto nei momenti di emergenza o di allarme, rendendosi conto che quello è il suo dovere primario, diciamo anche il suo “core business” ovvero la ragione per la quale è stato “messo” in questo posto. E quel posto richiede che egli faccia il possibile ma anche l’impossibile per assicurarsi le giuste risorse per mantenere dignitosamente in vita quanto gli è stato sia pure “pro tempore” affidato. Gli scavi di Pompei (uno dei siti più conosciuti e visitati al mondo malgrado tutto) sono stati per anni e anni oggetto di abusi, soprusi, abbandoni, ribalderie, illegalità di ogni genere: ci sarebbe da compilare in tal senso un inventario ricchissimo. Il tutto nel silenzio (o con la complicità?) di enti, istituzioni, autorità, personaggi più o meno credibili o autorevoli incapaci in ogni caso di assegnare a quel luogo il ruolo che gli compete. Specie quando si pensa che altrove (accade in tutta Europa) l’esistenza di appena due pietre romane viene fatta oggetto di culto con una tutela e una cura che a noi appare addirittura maniacale, tanto è rigida e scrupolosa. Qui viceversa dobbiamo fare periodicamente i conti con un esercito di coccodrilli pronti a spargere accuse e soprattutto vane lacrime; il che appare francamente come l’ultimo, insopportabile affronto persino per la memoria di quei gladiatori che si preparavano ai combattimenti in quella armeria andata colpevolmente distrutta. |
2010-11-30
|