articolo 1427

 

 
 
Pane e cultura
 







di Antonio Filippetti




E’ probabile che tra non molto la parola  cultura scomparirà dai dizionari, tenuto conto che tutto ciò che quel termine “significa” non è più “praticato”,  tutt’al più potrà finire nell’elenco della terminologia obsoleta, diventerà insomma una specie di reperto archeologico. A fare da “tutor” ci sarà a quanto pare un nome prestigioso,  di quelli che stanno sulla pagine dei giornali tutti i giorni e che viene considerato sempre più  come il “deus ex-machina” della società e della politica italiana, vale a dire il ministro dell’economia Giulio Tremonti. Com’è noto, il nostro personaggio ha fatto sapere che non si mangia con la cultura e che bisogna pensare ad altro. Tuttavia rilevo un curioso e significativo paradosso che  a qualche lettore potrebbe interessare. Rispondendo, in verità seccato, ad una domanda di una giornalista proprio sui tagli alla cultura (sempre le stesse idiozie!) Tremonti ha suggerito “fatevi un panino con la Divina Commedia”.
Ora il punto è proprio questo : mangiando per così dire un pezzo di pane e “commedia” si può  (ovvero si potrebbe) venire stranamente  a capo almeno di come stanno le cose, ovvero si può ( ovvero si potrebbe) capire molto della situazione in cui versa il nostro paese  e chissà forse  pensare anche a qualche utile rimedio. Basterebbe un solo canto in verità (nemmeno quindi un grande sforzo), il sesto del Purgatorio, quello della famosa invettiva “Ahi serva Italia di dolore ostello….” E qui già ci sarebbe da verificare un destino, quello  appunto del nostro paese ”non donna di province ma bordello”.Ma la straordinaria anticipazione, dantesca che il ministro farebbe forse bene a rivedere,  non è solo in quel momento di eccezionale vigore  civile ma è in tutto il canto, dall’inizio alla fine. La storia comincia con  la descrizione di un vincitore al gioco  dei dadi che se ne va
lieto con la propria fortuna inseguito da un codazzo di persone che sperano di ricavarne qualche favore in cambio di lodi ed encomi: colui che ha perso rimane viceversa solo a riflettere sulle mosse sbagliate.  Possiamo dire che non ci sia   già in questa  descrizione una patente  affinità con quel che  avviene (ovvero è avvenuto)   nel nostro tempo?Ma poi siamo chiamati ad una riflessione più ampia  sullo “stato dell’arte”: le lotte tra le opposte fazioni che seminano guai, distruzioni e non portano da nessuna parte,  la considerazione viceversa alta  dell’ amicizia intesa come un valore  che dura anche oltre la vita terrena ( è qui che avviene infatti l’incontro affettuoso suggellato da un abbraccio tra i mantovani Virgilio e Sordello).
Ma quello che è non solo straordinario ma stupendamente profetico in Dante è la chiusa del canto quando cioè il poeta  paragona la sua  terra  ad una inferma che giace sul
proprio letto e s’illude di trovare qualche rimedio ai propri mali continuando a rigirarsi da una parte e dall’altra. Senza ovviamente trovare sollievo reale né speranza di guarigione.
Viene da chiedersi: è inattuale tutto questo? E’ inutile questa cultura che ci illumina sulla nostra condizione  con una diagnosi che, provenendo dal più grande dei nostri concittadini,  potrebbe se non altro indurci a riflettere e chissà ad agire  anche almeno una volta nel senso giusto?  Ma a questo punto viene anche da domandarsi: avrà mai letto il ministro il Purgatorio dantesco? O più semplicemente avrà mai sentito parlare – tra un summit internazionale, un vertice  monetario ed una seduta di governo - di un signore che si chiamava Dante Alighieri? Un signore che  guarda caso aiuta a vivere anche quando in quel panino di cui all’inizio non c’è niente altro perché altri si sono già mangiato  tutto.



2010-11-02