articolo 1385

 

 
 
Apre il Festival. Ed è subito capolavoro
 











Black Swan (Darren Aronofsky)
Ieri in giro per il Lido c’erano solo macerie, oggi è già Festival. E che festival. Un inizio folgorante, come non se ne vedevano da anni, decenni. Di solito le grandi rassegne cinematografiche – Venezia, ma anche Cannes, Berlino – fanno ormai a gara a chi apre le proiezioni con il film più carcassone. Nel senso di platealmente chiassoso e brutto. Gli adepti festivalieri si preparano al gioco allenandosi in pernacchie festose. Ma questa volta Venezia (nelle persone del suo direttore Mueller e soprattutto della sua consigliera per il mercato Usa, Giulia D’Agnolo Vallan) ci ha fregati tutti con un titolo che sulla carta sembrava rispettare la regola di cui sopra (tanti divi e poca sostanza) e invece…
Black Swan del giovane americano Darren Aronofsky è una vera botta, un colpo al cuore, una sincope nel respiro del cinema. Ancora più grande
perché totalmente inaspettata, da parte di questo regista altalenante (suo l’ultimo Wrestler, Leone d’Oro nel 2008, ma prima ancora Requiem for a dream e il folle The Fountain) , pieno di alti quanto di bassi, capace di immaginare ma non sempre di realizzare.
Con Black Swan, interpretato da un’inimmaginabile Natalie Portman (assieme a Vincent Cassel, Mila Kunis, Winona Rider, Barbara Hershey), Aronofsky va a spiare nel mondo della danza classica, così come tre anni fa aveva fatto per quello della boxe. Stessa ossessiva fisicità, stesso sudore, stesso tormento alla ricerca del riscatto e della perfezione del gesto, stessa viscerale passione. Per l’arte, che per i due protagonisti coincide con la vita. Qui, al posto dello sfasciato Rourke, una Portman in ruolo da tardo post-adolescente che, dopo anni di secondi ruoli, ha l’occasione della sua vita: prima etoile per il “Lago dei cigni”. Solo che il direttore artistico Leroy (Cassel) vuole la stessa interprete per il cigno nero e per
il cigno bianco, per la purezza e la sensualità, per il bene e il male. La dolce Nina (Portman) è pronta a tutto pur di avere il ruolo, ma la sfida che dovrà affrontare va ben al di là del palcoscenico. Per raggiungere l’abbandono oltre la tecnica che gli chiede Leroy, Nina deve mettere in discussione tutta se stessa, deve andare alle radici dei suoi dolori, guardare in faccia l’ossessione materna, affrancarsene, accettare la sua sessualità, la parte chiara e la parte oscura di se stessa, cercare la ferita più profonda e curarla. Un magnifico percorso psicologico (proprio di ogni adolescenza o post-adolescenza) che Aronofsky e i suoi grandiosi sceneggiatori Mark Heiman e Andres Heinz trasformano in total-cinema. Thriller psicologico, horror, melò e dance-movie, tutti i generi vengono chiamati a raccolta per raccontare la sfida tra Nina, ballerina frigida e freddamente tecnica e la sensuale Lily (Kunis), pronte a confrontarsi per amore del principe Siegfried e per sopravvivere agli incantesimi del mago Rothbart. In una scelta di luci oscure che si illuminano solo artificialmente sul fronte-scena, con musiche di accompagno in crescendo e scenografie sporche e disordinate, Aronofsky segue la sua protagonista mettendogli spesso la camera in faccia, spiandone le ferite sulle mani, i graffi sulla schiena, il sangue che continuamente sgorga da piccole profonde ferite sui piedi, le dita, le unghie. Se le procura da sola, gliele procura il suo doppio, quell’anima oscura che lei non vuole accettare, che la perseguita nello specchio e nel buio della sua cameretta da bambina. Gliele tira fuori dalla carne quella madre all’inizio tenera e poi carceriera che vuole per la figlia la carriera che lei non ha avuto. Gliele procura il suo stesso corpo che chiede di crescere, di lanciarsi nell’avventura del sesso e della scoperta dell’altro.
Nella parte di Nina, Natalie Portman fa un salto di qualità assolutamente inaspettato, andando molto oltre i ruoli sinora affrontati
(candidata all’Oscar per Closer nel 2004). Ma quello che succede alla brava attrice su questo set è qualcosa che va al di là della sua volontà. E’ il frutto di un’opera d’arte che diventa tale nel suo farsi, che trascina tutto e tutti verso la perfezione, che decide essa stessa dove andare e chi portare con sé. E’ la magia dell’arte che si fa cinema e il cui cammino si completa solo all’arrivo in sala. Dove noi, spettatori, mettiamo il punto finale con la nostra meraviglia e con l’emozione.
Incontenibile, nel caso di Black Swan, tanto da farci domandare: ma se questa Venezia 67 inizia così, cosa succederà nei prossimi 12 giorni? Potremo forse vedere di meglio? Oggi, innamorati del “Cigno nero”, ne dubitiamo. Ma teniamo il cuore aperto, pronti a tutto. di Roberta Ronconi
Machete (Robert Rodriguez)
Dio, anzi il diavolo ci conservi Robert Rodriguez. E’ rimasto solo lui, forse, a
raccontare quel cinema gioiosamente e (auto)ironicamente testosteronico, pieno di eccessi e follie con cui dire cose serie scavando nell’assurdità. Non solo del suo film, ma anche della realtà di un mondo che segue ferocemente il profitto, con ottusa arroganza. Quella di Booth e McLaughlin, senatore degli Usa razzista e cialtrone (un ottimo Robert De Niro), quella di Torrez, trafficante di droga senza scrupoli (un imbolsito Steven Seagal). «Tutti alla ricerca disperata del profitto. La lotta all’immigrazione clandestina per i politici, il tentativo di favorire il traffico di stupefacenti per il boss- ammette Rodriguez, sempre con immancabile cappello da vaquero- sono solo un piano di lettura per ciò a cui i veri cattivi, qui, cercano: il profitto». Tranquille e tranquilli, il buon Rodriguez non è invecchiato, non ha deciso di darsi al cinema impegnato, anzi. Ha dato corpo al sogno di una vita, fin da quando, ai tempi di Desperado, erano gli anni 1994-’95, pensò a un eroe che difendesse i messicani, un duro vero che fosse stato segnato dalla vita e che a suo modo, potesse condurre una piccola rivoluzione. Già allora c’era il protagonista, Danny Trejo, che poi è passato per Predators e infine ha avuto qui, un ruolo da protagonista assoluto. «Lui- riprende è il regista- non gioca a fare il duro, né recita. E’ un duro e basta». Baffoni, capelli lunghi, tutti lo ricorderete nel “finto” (allora) trailer inserito nel progetto Grindhouse, flop vissuto con il sodale Quentin Tarantino. Tanto andò male quel doppio film, almeno in America, quanto quei minuti con un Danny Trejo supertrash spopolarono. Un po’ scherzo e un po’ sondaggio popolare (e pop), quelle immagini scatenarono uno tsunami e i fan di Rodriguez cominciarono a pretendere il film. E ora è arrivato, fuori concorso al 67° Festival di Venezia. Perchè la Mostra Internazionale d’Arte cinematografica, per fortuna, è anche questo: film di mezzanotte e cinema di genere. Ne è uscito uno dei film migliori del cineasta messicano, ovviamente testosteronico. Impossibile provate a resistere a Michelle Rodriguez, alla sua pupilla Jessica Alba (già in Sin City) e a Lindsay Lohan, qui prima figlia di buona famiglia tossicodipendente, poi diva del soft porno su internet (geniale la scena in piscina) infine suora vendicatrice. Un inno all’immaginario machista, intriso di ironia pesante e pensante, che giocando sugli stereotipi ormai politicamente scorretti, divertono e si fanno veicolo di un messaggio forte, il racconto della rabbia, della miseria, della disperazione al confine tra Usa e Messico. Niente male per il nuovo giocattolone rodrigueziano tutto sex symbol, lame e battutacce.di Boris Sollazzo
L’amore buio (Antonio Capuano)
di Davide Turrini
Avevamo lasciato la macchina da presa di Antonio Capuano seguire la traiettoria di un aereo in cielo. Vibrante sguardo in soggettiva del protagonista de La guerra di Mario (2005). Altro guappo schizzato dallo sporco della camorra, dopo Pianese Nunzio, 14
anni a maggio (1996). Con L’amore buio, alle Giornate degli autori, il regista napoletano torna a raccontare l’adolescenza. Stacchi sincopati di montaggio e frame stop: è il linguaggio che fa subito la differenza nell’antefatto tragico. Dopo una giornata di tuffi, spiaggia e nuotate, Ciro, assieme ad un gruppo di amici, violenta Irene. Lui proviene da una famiglia proletaria, gomito a gomito con la camorra, inquietudine muta che si sviluppa con la spavalderia di strada; lei, diafana borghese, golfo di Napoli inquadrato dall’alta terrazza e pulloverini stirati. Ciro denuncia subito il misfatto e si fa due anni di carcere; Irene distrutta nell’anima tenta di riconnettersi col mondo. Entrambi soffrono l’inadeguatezza di un’identità sociale che a nessuno dei due pare appartenere. Capuano si prende l’onere visivo e la responsabilità morale di far rifiorire i due caratteri principali attraverso un incerto riavvicinamento. E’ la solita gabbia invisibile ma oppressiva che Capuano costruisce attorno ai suoi protagonisti: età inquieta in una città viscerale che sembra ricacciare i due ragazzi all’esterno, verso i bordi marciti. E la macchina da presa, pervicace, ricuce, esplorando i due mondi contrapposti, fino a farli sfiorare. Con un Corso Salani, dolce fantasma paterno. Lacrime, fazzoletti, grande cinema. di Davide Turrini
Com’è triste e cara Venezia
A noi il Lido di Venezia mette una tristezza infinita. Mica il festival del cinema, ma proprio la zona geografica, urbana, del Lido. Uno strettissimo linguone di terra allungato tra sud e nord, che sembra sempre implodere dinanzi all’invasione di ingovernabili cavallette. Tra canali un po’ puzzolenti, vaporetti anteguerra e umidità tropicale si nota da anni che una tale pressione umana, internazionale, come quella della Mostra del Cinema, il Lido l’accetta malvolentieri. Chi almeno una volta è passato di qua per vedersi un
film, dissanguarsi per pernottare, salassarsi per pranzare, chiedere un prestito in banca per salire su un vaporetto, sa di cosa parliamo. Il Lido dal vivo, giorno per giorno, è oramai una questione per pochi eletti. E non c’entra nulla il decadentismo di Morte a Venezia, dove Visconti, e prima di lui Thomas Mann, immortalavano l’ultimo sguardo di amore malato tra il giovinetto Tadzio e l’anziano Von Aschenbach. La nobiltà che oggi pullula abusivamente al Lido non ha nulla a che fare con i singulti belle epoque primo novecenteschi. Oggi, semmai, vige la sindrome da conte Mascetti. Ricordate il personaggio di Tognazzi che in Amici miei si faceva ospitare in hotel di lusso per consumare la sua fugace passione con una ballerina dell’est per poi scappare senza pagare il salato conto? Al Lido di Venezia 2010, tra l’Excelsior usato da Visconti e antichi manieri art decò, in molti stanno per compiere la supercazzola del Mascetti: salire su un vaporetto senza il biglietto (6e50 sola andata), eludere un barista arraffando in fretta e furia una focaccia senza pagare (3 euro), fingere la presenza del solito moscone su una pizza margherita (5 euro), entrare di straforo rimanendo chiusi nel bagno di una sala cinematografica tra una proiezione e l’altra (dagli 8 ai 30 euro). Per sopravvivere, in tempi di crisi, bisogna ingegnarsi e a chi riesce una notte al Des Bains fuggendo nottetempo senza lasciare quei trecento euro al portiere, in premio un leone d’oro. Alla carriera. di D.T.

 



2010-09-02